martedì 31 gennaio 2012

PIETRO DEI COLORI - Recensione intervista di Donatella Righi

“Una mattina della primavera del 1456, Peruzza, vecchia contrabbandiera del ferro e del sale, entra nel borgo di Talada, sull’Appennino emiliano, accompagnata da una luna indifferente e dall’inquietante presenza della donna dai capelli rossi, che compare e scompare, a tratti, tra le fronde. Arriva dalla Garfagnana e pare nascondere qualcosa. Perché si spaventa quando le chiedono della lacca scarlatta usata dai pittori e del piccolo Pietro rapito dai briganti? E cosa racchiude quel libro prezioso che alcuni vescovi, fuggiti dalla Turchia, avrebbero portato su quelle montagne? Che cosa vuole da lei l’ostessa dai capelli rossi? Non doveva essere morta? I ricordi le affollano la mente, in un crescendo di eventi tragici nei quali entra Pietro, rapito anni prima a Talada dal brigante Noè e poi diventato un grande pittore grazie all’incontro con il cartografo frate Mauro. Nella narrazione, il destino del Maestro di Borsigliana, Pietro da Talada, si intreccia con quello di Lucrezia Fina e di Orsola, i suoi amori, mentre, dai cieli alle grotte, veglia la luna.”
Una piacevole sorpresa, questo libro. La conferma che si può irretire il lettore con una narrazione ben architettata, offrendogli sprazzi di poesia nella sensuale descrizione dell’ambiente e degli eventi naturali, oppure ritratti scabrosi, ruvidi, dei personaggi che costellano la storia. Come quando parla di Noè, il brigante della Garfagnana: Come gli alberi delle cime, avvinghiati alle rocce, nani, oppure alti e ricurvi, ritorti e mutilati, quasi lebbrosi vegetali scacciati dalle foreste più a valle, sembrava modificato dal vento, dalla neve, dal freddo, dalla carenza di cibo e, insieme al suo corpo, ostentava senza vergogna di aver guasto anche l’animo.Un libro ambientato in un’epoca storica inconsueta nella letteratura di oggi, la fine del Medioevo, che pur restando così lontana dal mondo contemporaneo in termini di tempo cronologico, risulta per certi aspetti attuale, proprio, per esempio, nell’argomento che sta più a cuore a Normanna: la condizione delle donne.

"NO, NON SCENDEREMO" - Dalla torre la protesta resistente di Oliviero Cassini

Di Andrea Monti

Oliviero Cassini è rimasto solo sulla torre-faro della stazione centrale di Milano. Ma non si sente abbandonato. “Abbiamo ottenuto e stiamo ottenendo sempre di più il consenso della società civile. Abbiamo l’appoggio dei Comuni, tra cui quello di Milano, e di nove Regioni italiane, che si sono dette favorevoli al ripristino dei treni notte. Il consigliere regionale lombardo Cavalli ha presentato una mozione a sostegno di questa posizione. Non ci sentiamo per niente soli”. Cassini parla spesso al plurale, anche se i suoi compagni di protesta, che come lui erano addetti all’accompagnamento notte della Servirail (ex Wagon-Lits), sono scesi dalla torre. Sabato scorso Giuseppe Gison, ieri pomeriggio Carmine Rotatore. Erano saliti tutti e tre insieme una cinquantina di giorni fa, quando è scattato il taglio ai treni notturni e a lunga percorrenza che ha provocato mille licenziamenti in tutta Italia. La loro protesta continua, da sopra e da sotto la torre.
Cassini, quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato da quando vi siete arrampicati lassù?
Le difficoltà si riassumono in tre parole: latitanza della politica. Abbiamo ottenuto solo un impegno, per noi molto importante, da parte della Camusso. Il segretario della Cgil ha dichiarato che i treni a lunga percorrenza sono un bene comune, utile al Paese, perché hanno unito l’Italia fino all’11 dicembre e devono essere ripristinati. Il ministro Passera ha riconosciuto che il problema è serio, e che va affrontato e risolto. Sono stati aggrediti diritti costituzionali: penso per esempio all’articolo 1 (diritto al lavoro) e al 16 (diritto alla mobilità).

IO - poesia di Silvia Elena Regalado

Opera di Giacomo Poletti, scultore di Talada (RE) 
Senza abbandonare mai
la mia arrendevole follia
né gli abbondanti
mantelli d'acqua
dei miei lacrimatoi...
così sono io.
Mi capisci?
Senza argini
senza carceri interiori
lottando per essere
comune e corrente
come la vita
molto al di là
di miti
ed ipocrisie
poichè non c'è
magia più autentica
della verità assunta
fino alla sua prospettiva reale
fino alla sua possibilità infinita
di crescere e trasformarsi.
E difendo il mio diritto ad essere
imperfetta come tutti
ed amare ciò che può essere contenuto
in questo petto
di 35 centimetri di ampiezza
e anche ad odiare
quando è strettamente necessario
quando bisogna odiare
per liberare
l'amore storicamente
negato

(Silvia Elena Regalado - Pequeno cuento de amor para tus manos)

domenica 29 gennaio 2012

QUANDO VENNE ELETTO PRESIDENTE OSCAR LUIGI SCALFARO

Il 1992: una storia appena lasciata alle spalle e quasi dimenticata; di sicuro misconosciuta dai più giovani. In quell'anno, il 25 maggio, venne eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che oggi, 29 gennaio 2012, ci ha lasciato.

Inizia il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica. L’inchiesta denominata Mani pulite, condotta dal pool di magistrati della procura di Milano, spazza via metà della classe dirigente italiana ed innesca il processo di dissoluzione della Dc e del Psi. Si inizia a febbraio, quando il pm Antonio Di Pietro fa arrestare il socialista Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, sor-preso a nascondere una mazzetta nello scarico del bagno. Prende avvio così la cosiddetta "Tangentopoli": circa 5000 indagati, di cui 3200 rinviati a giudizio. Un terremoto giudiziario che si ripercuote sulle elezioni politiche di quell’anno: ad aprile, la Dc va sotto il 30%, nonostante il card. Camillo Ruini ribadisca più volte la necessità di un "impegno unitario" dei cattolici in politica; il Psi perde l’1,2%; la Lega vola oltre il 9%; il Pds è poco sopra il 16%; Rifondazione raggiunge il 5,6%. Con verdi (2,7%) e la Rete (1,8%) la sinistra non raggiunge neanche il 25%. Un Parlamento frammentato elegge presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (la Dc aveva candidato il segretario Forlani, impallinato a ripetizione dai "franchi tiratori"), chiudendo il disastroso settennato di Cossiga, dimessosi con due mesi di anticipo con un "regalo" al movimento per la pace: il rinvio alle Camere della nuova legge sull'obiezione di coscienza. Non se ne farà più nulla fino al 1998. Dopo lunghe consultazioni, il governo guidato dal socialista Giuliano Amato il 4 luglio ottiene la fiducia. È un quadripartito Dc, Psi, Psdi, Pli. Il Pds vota contro, ma segna la sua svolta "governista", dichiarandosi pronto a valutare con attenzione i singoli provvedimenti. Ma il governo Amato (che dichiarò di voler traghettare l’Italia fuori dalla crisi per poi ritirarsi dalla politica…) resterà celebre per una finanziaria costata 90mila miliardi di lire, per l’accordo con i sindacati (31 luglio) che abolisce la scala mobile e congela i salari nel pubblico impiego, per il blocco dei pensionamenti e per un lungo elenco di privatizzazioni. Il 29 ottobre il Parlamento italiano ratifica il trattato di Maastricht. L’anno si chiude con la notizia, il 15 dicembre, del primo avviso di garanzia a Craxi. "Mai provvedimento giudiziario fu più popolare, più atteso, quasi liberatorio" scriveva entusiasta Vittorio Feltri il giorno dopo sull’Indipendente. Altri tempi.

venerdì 27 gennaio 2012

DAVIDE TUROLDO: QUANTO CI MANCHI, FRATELLO! (nel XX anniversario della sua morte)

di Ettore Masina



Ero appena tornato dal Salvador, quel sei febbraio 1992, quando qualcuno ci telefonò che padre Davide era morto. Mi sembrò allora che egli avesse camminato con me, in quei giorni, le strade del vescovo Romero. Nessun uomo del Nord della Terra, infatti, che io sappia (e ho letto centinaia di pagine di libri, di giornali, di diari) ha mai vissuto con tanta intensità la carica rivoluzionaria della morte dell’Arcivescovo: la Chiesa dei poveri testimone sino al martirio, davanti a una Chiesa ”moderata”, spesso presidiata da sussiegosi teologi o da politicanti, da burocrati, da superstiziosi, da brontoloni più che da critici, da turisti di tecniche meditatorie più che  da cercatori di nuove solidarietà per chi soffre nei sotterranei della storia.


La morte di padre Davide era un evento annunciato: da anni lo aveva aggredito una tipologia di cancro a quell’epoca incurabile. Lui lo seppe da subito e sembrò sereno.

NARRANTI ERRANTI

mercoledì 25 gennaio 2012

IL CIELO CAPOVOLTO, romanzo d'esordio di Stefano Carnicelli

     Discretamente, indossando il passo del riguardo, sono entrato dentro la scrittura di Stefano Carnicelli, e con la forza della curiosità ho afferrato la prima riga e poi mi sono lasciato trascinare dentro la storia.


Rotolando lo sguardo tra le sue parole, ho incrociato la meravigliosa semplicità di una calligrafia popolare, e l’onestà di una narrazione che si narra senza usare il trucco degli effetti speciali, intendo quelli che imbarbariscono volutamente la lettura con cronache che si soffermano nello specifico di una pesantezza. Qui, la storia, il dolore, la tragedia, e il pianto, scorrono senza il rumore dello scalpore, mantenendo i toni di una rispettosa dignità.

martedì 24 gennaio 2012

PIETRO DEI COLORI - LA LUNA, TESSITRICE DELLA VITA

Recensione di "Pietro dei colori" - Prospettiva editrice

 (di Stefano Carnicelli - L'Aquila)


Pietro dei colori è un romanzo che parla di donne, impegnate a vivere la loro alterna esistenza tra fatti e misfatti dettati e scadenzati dalla mano di un destino a volte sinistro e fatale. Tutti i personaggi femminili del romanzo, sono legati alla figura maschile della storia: Pietro, il giovane e bel pittore innamorato dei colori e della vita. Il romanzo inizia e termina con la presenza della luna. E non è una presenza casuale. La luna, appunto, un astro misterioso e silenziosamente vagante nell’immenso cielo. La luna, femmina libera capace di intrecciare ogni esistenza attraverso la filatura della matassa del destino. In questo quadro, tra i destini personali e le storie passate e recenti, trova magicamente il suo meritato spazio, il bellissimo paesaggio dell’Appennino Reggiano. Ritroviamo i bei passaggi dei colori delle montagne, gli alberi, i prati infiniti, le carbonaie e poi i boschi, capaci di proteggere e nascondere persino i briganti. Il romanzo ha un bel ritmo. E’ scritto molto bene ed invita il lettore ad andare avanti, a voltare pagina. E’ così che troviamo, pagina dopo pagina, sorprese continue che tengono vivo l’interesse di chi legge, fino all’ultimo capitolo laddove, con un finale a sorpresa, riemerge una luna fatale che detta un destino definitivo. Peruzza è la prima donna che emerge dalla fantasia dell’autrice. Lascia la Garfagnana per recarsi, con il suo carico di merce di contrabbando, a Talada dove spera di trovare un mercato fiorente.

lunedì 23 gennaio 2012

Quell’Uomo nato in mezzo a una strada (di Alex Zanotelli)

INCONTRI & VOLTI - gennaio 2012


Nei volti dei rifugiati, dei migranti, dei rom, dei senza fissa dimora, che vivono in mezzo a noi, c’è quell’Uomo nato in mezzo a una strada.
Nei giorni del Natale, appena trascorsi, ho riflettuto a lungo sull’esperienza di quel povero Gesù di Nazaret. Ci raccontano i Vangeli che nasce fuori le mura della città. Luca ci dice che nasce mentre i genitori sono per strada, sulle strade dell’Impero. Matteo aggiunge che è un profugo, per ragioni politiche, in terra d’Egitto.
Riflettendo su Gesù, ho ascoltato qui a Napoli le voci – e sono tante – della gente che vive “fuori le mura”. Mi riferisco ai rifugiati, ai migranti, ai rom, ai senza fissa dimora: realtà drammatiche in questa città. Parliamo di migliaia di persone.
A fine novembre, ho partecipato a un incontro di rifugiati, che mi ha molto toccato. Sono giovani africani arrivati in Italia attraverso la Libia. Sbarcati a Lampedusa, sono stati trasferiti a Napoli. Qui, intorno a Piazza Garibaldi, ce ne sono almeno mille e a tutti è stato negato il permesso di soggiorno. Posteggiati in vari alberghi, non possono far nulla. Sono senza speranza e senza futuro. Ho avuto modo di ascoltare il loro grido di rabbia e di disperazione.

domenica 22 gennaio 2012

Umberto Chiarini: l’amore per la vita e per l’umanità stessa

Umberto Chiarini con uno dei figli, Damiano
Ha fatto in tempo a festeggiare il quorum al referendum –che ha cancellato l’ipotesi del nucleare in Italia- in piazza a Casalmaggiore, per poi spegnersi giovedì 16 giugno 2011 stroncato da un infarto. Per il professor Umberto Chiarini è stata una grande vittoria: era un ambientalista convinto, in questi ultimi tre anni ha partecipato a molte serate, incontri e iniziative per informare i cittadini sui pericoli della ripresa del nucleare in Italia. Fu il primo a creare un “Movimento antinucleare”, attivo per 13 anni, la cui storia è documentata nel libro, di sua produzione, “La bassa contro l’atomo”.

Qui un'intervista rilasciata a Tuttomontagna:

Dal Corano ai Promessi sposi - Insegnare italiano ai ragazzi stranieri

Dal Corano ai Promessi Sposi.

Il trillo del cellulare mi dice che c’è un nuovo messaggio. Sono sulla Statale 63, un budello sempre più stretto; non posso fermarmi. Leggerò a casa. “Ciao prof, ho preso sei in filosofia! Bacioni!”

Cartesio, era Cartesio l’oggetto (o il soggetto?) dell’interrogazione.

Per Sahar  una conquista degna di Davide e della sua fionda. A inizio anno mi aveva detto: “Filosofia è così difficile! Tutti quei ragionamenti, e perché, poi?” Avrei voluto parlarle di Avicenna ed Averroè, avrei voluto spiegarle che l’abitudine a ragionare delle e sulle cose viene proprio dall’Oriente, dai popoli semiti, prima di passare per la Grecia e per l’Illuminismo, ma è presto, rischio solo di crearle ulteriore caos. È in Italia da soli quattro anni, giusto il tempo di terminare la scuola dell’obbligo in Marocco e, insieme con la madre e il fratello, raggiungere il padre, per tutta la vita incontrato unicamente in estate. Non frequenta più il corso d’italiano, ma è comunque spesso presente, per un saluto, per una richiesta di spiegazione sulle materie scolastiche, per fare quattro chiacchiere tra donne sulle cose delle donne.

IL SANGUE INNOCENTE DEL RISORGIMENTO

Sono passati soltanto 150 anni e del Risorgimento, dopo un’iniziale ondata di partecipazione, si parla ormai con poco slancio, mentre fioriscono decine di volumi d’ogni genere: dai romanzi ai saggi storici, sociologici, di costume, alle raccolte fotografiche. Opere più o meno serie, più o meno imparziali, talune contraddittorie, altre chiaramente revisioniste. Nel filone si avventura anche Massimo Storchi, storico reggiano che ha alle spalle diverse pubblicazioni sulla Resistenza, dando alle stampe "Question time. Cos’è L’Italia - Cento domande (e risposte) sulla storia del Belpaese" (Aliberti editore, 2011), nel quale ripercorre oltre un secolo e mezzo di storia della nostra nazione tramite cento domande e relative risposte. Con spiegazioni e stimolanti punti vista, dallo Statuto Albertino del 1848 alla Seconda repubblica, Storchi invita a rivedere la storia provando anche a ridimensionare alcuni luoghi comuni. E svelando i retroscena taciuti e rimossi di un Risorgimento che è stato, comunque, una guerra, quindi un massacro. Come la carneficina del 14 agosto 1861 a Casalduni e Pontelandolfo, nel Beneventano, quando, su ordine del generale Enrico Cialdini (il cui busto troneggia oggi

sabato 21 gennaio 2012

Il cospiratore Angelo Manini, patriota e ‘santo antico’

Se si sale da Reggio lungo la statale 63, appena entrati alla Vecchia di Vezzano, sulla sinistra, proprio prospiciente la strada, si nota un’antica casa sovrastata da una torre. Inserito nella parete, in una stretta nicchia, c’è il busto di un uomo dal chiaro aspetto risorgimentale: barba, baffoni, immagine fiera. Sotto, una lapide recita: “Angelo Manini, nobile figura di patriotta fu membro della Giovane Italia diede ciò che poté per la libertà e unità italica e la redenzione dei popoli oppressi. Morì nel 1890 restando gloria ai posteri.” Il busto, collocato sulla facciata nel 1925, è opera di un pronipote emigrato in Argentina. Uno dei discendenti di quest’illustre nostro conterraneo è don Filippo Manini, biblista, docente di Sacra Scrittura allo Studio Teologico Interdiocesano. Il sacerdote riferisce che in casa non si parlava quasi mai del suo celebre avo, che poco o nulla è stato tramandato di lui e delle sue imprese, che l’unica curiosità è la storia (o leggenda?) di un tubo di piombo o di rame andato perduto, tubo che avrebbe contenuto dei documenti, forse lettere di Mazzini o di Garibaldi.

CARLO FRANCESCHINI, UNO DEI PADRI DELLE SOCIETÀ SEGRETE

Nei registri di battesimo di Cagnola (Castelnovo ne’ Monti) si legge che Carlo Franceschini nacque “Die vigesima secunda Augusti 1791”, cioè il 22 agosto del 1791, a Burano, piccola borgata tra Cagnola e Frascaro. Figlio di un medico, aveva poi studiato da avvocato, conseguendo, nel 1814, il grado di Baccelliere all’università di Pavia e laureandosi in legge a Modena nel 1816. Lasciata poi la montagna, si era trasferito a Reggio per iniziare la propria attività professionale proprio negli anni bui della restaurazione estense, quando tutti gli stati italiani cercavano di riportare le cose all’”ordine” precedente la Rivoluzione francese e la calata di Napoleone. La linea dura era dettata, da Vienna, dall’Imperatore e dal suo ministro principe Metternich, e riguardava la vigilanza e repressione da parte dei vari sovrani italiani quasi tutti, tra l’altro, imparentati con la casa asburgica. Metternich sosteneva la guerra ad oltranza contro i liberisti, le sette, i rivoluzionari in “nome della giustizia, della pace e per salvaguardare le monarchie europee”. Da Vienna veniva anche

giovedì 19 gennaio 2012

“Adoro l’Italia e per lei darei la vita”

“Educazione Siberiana” è un romanzo basato su alcune esperienze vissute. “Critico il comunismo
sovietico perché limitava la libertà e non rispettava le vite umane”. “Qui molti giovani con diritti e
possibilità biasimano la propria patria. Rispetto alla Russia questo è un vero paese democratico”


di NICOLAI LILIN

http://www.nicolaililin.com/wp-content/uploads/2010/04/TM-LILIN.pdf

mercoledì 18 gennaio 2012

Narranti Erranti

L’immagine femminile, eretica, portatrice di vita. - Di Patrizia Cecconi, Presidente dell’associazione culturale “Germogli” di Roma

Vorrei parlare non solo  di Pietro dei colori, quanto delle donne di Normanna. 

Dico LE donne perché vedo una sorta di continuità tra le figure femminili che frequentano i romanzi dell’Albertini. 
Del resto Pietro dei colori è una storia che si svolge attorno al Maestro di Borsigliana, o meglio è la storia in cui è inserito il Maestro di Borsigliana, ma è, non meno,  la storia dei tormenti e delle vite di Peruzza, di Lucrezia Fina, di Orsola, dell’ostessa dai capelli rossi, fantasma  ineffabile che percorre il romanzo lanciando disperatamente il suo imperativo. Donne protagoniste o coprotagoniste, mai semplici figuranti.


-         In  Shemal sarà Elvira Do Campo, la giovane di origine ebrea, disturbatrice dell’ordine costituito e per ciò stesso “alleata del maligno”, la donna del popolo cui l’autrice fa dire parole dotte, parole che ad un’analisi pignola sembrano stonate sulla bocca di una donna del popolo del quindicesimo secolo, ma che ad una lettura, per così dire in filigrana, appaiono come l’essenza di quel femminile, che potrei definire  “ipogeo” che

Narranti Erranti

martedì 17 gennaio 2012

Presentazione di "Pietro dei colori", di Dalmazia Notari - Cervarezza, 2 ottobre 2009

                                                                                                                    
Dirò subito che la mia non sarà una presentazione da critico letterario, né da critico d’arte (non è il mio campo), non sarà una presentazione “dotta”; sarà solo quella di una lettrice, appassionata di storia delle donne  e di storie di donne; anche la presentazione di una nata e cresciuta in questi posti e che ha fatto in tempo a vedere gli ultimi scampoli del mondo in cui è ambientata la storia, che è il tardo medioevo. Perché il nostro medioevo è finito del tutto nell’ultimo dopoguerra. Anche l’autrice mostra di conoscerlo bene, nonostante sia più giovane. Non solo attraverso i libri, che pure frequenta molto – dietro il suo racconto c’è una preparazione sia storica che religiosa bella robusta. Il nostro medioevo lo conosce direttamente attraverso una nonna e una bisnonna con cui ha avuto la fortuna di crescere [allattata da sua nonna!! Non fatevi ingannare dall’aspetto, potrebbe avere 150 anni!]. Donne all’antica ma in verità modernissime, che trasmettevano ai figli – ma specialmente alle figlie – una forza, una  cultura, una sapienza femminile di cui purtroppo erano le ultime depositarie. Da queste donne N. A. ha imparato (ma il verbo non è adeguato: ereditato, succhiato?) il talento del raccontare, lo sguardo attento e partecipe sulla natura e sulle persone, la memoria come criterio per decifrare il presente e agire nel presente [Che sarebbe poi la vera funzione della memoria, sia a livello individuale che collettivo, anche se oggi non sembra più così, ma sarebbe un discorso lungo…]. Non so se queste sue antenate facessero la tela in casa, di sicuro lei conosce anche l’arte della tessitura, solo che non l’esercita sul telaio ma nella scrittura. Come una donna al telaio tiene in mano le vite dei vari protagonisti come fossero navette di fili colorati, e le intreccia, le incrocia, le passa e ripassa nell’ordito  storico che ha scelto così che la vicenda, come un arabesco,  si precisa pian piano e proprio come in una coperta o in un tappeto il disegno completo appare solo alla fine del lavoro.

Presentazione di "Pietro dei Colori", di Agostino Giovannini - Castelnovo ne' Monti, 18.10.09


“La primavera è vita tenace, che rinasce e tracima e offende. Il profumo, nel vento violento d’aprile, è dei fiori, dell’erba, della terra bagnata. È pieno e sensuale, pungente e selvatico, insistente. La vita è vita e fluisce, scorre, importuna e dà scandalo. Non si può reggere all’insistenza del suo risorgere, quando allaga i campi, i boschi, le acque, i corpi. Fermarla, bisogna fermarla. O, perlomeno, si dovrebbe educarla.” (pg. 17 di Shemal)

Questa è la terza volta che l’amica Normanna mi concede il privilegio di presentare il suo ultimo libro. Tre, appunto, come i suoi (ad oggi) tre libri scritti…

Tre libri che, per quanto diversi e uguali, partono nelle righe sempre presenti di SHEMAL lette prima: il primo libro di una trilogia che parte sul finire del 1400, in un’ambientazione dell’inquisizione spagnola attorno alla scoperta dell’America; prosegue poi con ISABELLA à e fine 1800 dove la massoneria, la vita di ogni giorno e gli amori dei protagonisti si intersecano nella valli di Bismantova. Torna poi di nuovo indietro, alla prima metà del 1400 (poco prima del primo libro), nelle valli del fiume Secchia e di Garfagnana, nelle vite di banditi, contadini, pittori e papi.

Narranti erranti

giovedì 12 gennaio 2012

Isabella - Normanna Albertini

GIUNGETE O FUGGITE? [1]


La Giovane Italia cantava:

Ainsi font, font, font, /Les petites marionnettes, /Ainsi font, font, font,/Trois petites tours et puis s’en vont [2]

No, non è la Giovine Italia mazziniana, ma l’Italia vera, quella nata da Garibaldi Cavour e sovrano suo Savoia, quella di cui tratta Normanna Albertini in questa sua fatica meritevole d’attenzione.


Un romanzo storico che interroga e s’interroga, con una pacata passione civile (e non paia una contraddizione in termini) sull’origine delle nequizie, sul perpetrarsi dei soprusi, su come finirla con entrambi, nella neonata Italia. L’Italia della fame; l’Italia cannoneggiata da Fiorenzo Bava Beccaris.

Molto diversa dai sogni dei carbonari che ne innervarono teoretiche e prassi rivoluzionarie. Quelle che a scuola ci fanno studiare male-malissimo (e l’autrice, in quanto educatrice, certo lo sa bene), riducendo ad una sorta di listino dei poveri Martiri, da imparare a memoria, la complessità di impianti filosofico-politici, che di questi Martiri civili animarono azioni e credenze ed immolazione alla Causa; impianti derivati dalle punte di pensiero più avanzate che furono poste in essere in quell’immenso crogiolo che fu la Rivoluzione Francese.

EDITORIALE. NORMANNA ALBERTINI: LA DONNA IMMOLATA


Etty Hillesum
"Ci sono state molte guerre, molti morti. Affinche' arrivi la pace, Aybanu si e' immolata. E' diventata la moglie del comandante mongolo. Hai una missione? Si', risponde Aybanu.
Si', diffondete queste parole. Le donne devono partorire figli che odino la guerra. Il mondo viene distrutto dalle mani degli eroi. Tocca a noi, ora ricostruirlo! Cantate inni all'amicizia, cantate inni al dolore. Un mondo
distrutto fin dove spazia lo sguardo. Siano benedetti coloro che lo ricostruiranno. Siano benedetti coloro che riusciranno a far fiorire questo mondo".
(Bahram Beyzaie)

Ho letto con attenzione il saggio di Anna Bravo: l'ho apprezzato.
Non ho gli strumenti necessari per permettermi un commento, posso soltanto dire che non l'ho trovato revisionista, ma sincero, appassionato; a tratti commovente.
Mi hanno parecchio infastidito le levate di scudi contro di lei. Il solito discorso che si ripete da un po'. Quando si prova a riflettere sul passato (o sul presente) della sinistra, spesso si finisce per essere accusati di
"dare addosso alla sinistra". Ne ha fatto le spese recentemente anche Furio Colombo all'"Unita'".
Del saggio posso solo criticare l'eccessiva verbosita', la lunghezza. Amo lo stile di Galeano, dei sudamericani in genere, dei teologi della liberazione, abituati a parlare per un popolo incolto. Sintetici e comprensibili per
tutti. Anche per me.
Diceva Etty Hillesum: "Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono cosi' poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita". Provo a dire le mie quattro cose.

CINDY SHEEHAN: UNA LETTERA

[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo per averci messo a disposizione nella sua traduzione la seguente lettera diffusa da Cindy Sheehan il 29 maggio 2007 col titolo di "Lettera di dimissioni".
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey nella guerra in Iraq; per tutto il successivo mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto della morte di suo figlio; intorno alla sua figura e alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio movimento contro la guerra.]


Ho dovuto sopportare un bel po' di scherno e di odio da quando Casey fu ucciso,  e soprattutto da quando divenni il cosiddetto "volto" del movimento statunitense contro la guerra. In special modo da quando ho reciso ogni residuo legame che mi collegava al partito democratico, sono stata
ulteriormente insultata sui blog "liberali" come "Democratic Underground". I rilievi piu' miti vanno da "meretrice dell'attenzione" a "finalmente ci liberiamo di questa immondizia".
Sono giunta a tali conclusioni dolorose il mattino del Memorial Day. Non e' l'esplodere di riflessioni fatte sul momento, ma cose a cui penso da circa un anno. Le conclusioni a cui sono giunta mi spezzano il cuore.

LE RAGAZZE STAMINALI E L’ORRORE DEL LIMITE - di Clotilde Masina Buraggi




Dire a un bambino piccolo che “la mamma torna fra due ore” non ha senso perché il bambino non  ha ancora la capacità di misurare il tempo. Questa capacità si sviluppa soltanto con il passare degli anni e l’entrata nella struttura temporale comporta l’acquisizione che la vita è composta da un numero limitato di ore. Una constatazione del genere sembra ovvia, ma non lo è per tutti: vi sono persone che in psicoanalisi vengono definite “psicotiche”, le quali vivono senza la consapevolezza del tempo, persone che non vivono pienamente in una realtà che a loro risulta troppo difficile. Individui siffatti sono fortunatamente un numero percentualmente esiguo, mentre molte di più sono quelle che, pur avendo soltanto alcuni  tratti psicotici, hanno grandissime difficoltà ad accettare che i giorni a disposizione abbiano una fine e, per difendersi dalla angoscia provocata da una tale prospettiva, usano  tutti i mezzi  psichici possibili.

E' bene dire che è normale avere paura della morte, tutti gli uomini l'hanno, ma un conto è averne una paura “normale”, un conto è averne una paura tale da diventare un pensiero ossessivo e una inquietudine costante. Può avvenire che una persona non abbia neppure  chiara  consapevolezza del suo terrore della morte, ma chi le è vicino si accorge  che il pensiero della morte è talmente prioritario in lei rispetto alle altre preoccupazioni da indurla a   comportamenti tesi più a negare la morte che a condurre una buona vita.  Di fronte  all'angoscia suscitata dal pensiero intollerabile della morte, la psiche può negare che questo pensiero le appartenga ,  e persino che questo pensiero esista , ma  tale modo di difendersi da un evento che non si vuole accettare, e persino ammettere, è patologico: non è al servizio della vita, in quanto, non volendo riconoscere e quindi annullando  quel pensiero e l'angoscia  connessa,  annulla anche la capacità di vedere la realtà e di farle fronte in modo adeguato.

Intervista con Normanna Albertini scrittrice - a cura di Carlo Castellini

E’ stato faticoso il tuo inizio di scrittrice?

No, nessuna fatica: scrivo per puro piacere, scrivo perché amo il suono delle parole, la melodia delle frasi. Scrivo per dare vita a personaggi che poi diventano dei compagni di viaggio e che, quando li lascio perché ho concluso l’opera, mi mancano. Inoltre, la scrittura funziona come autoterapia, per guarire o, almeno, riconoscere, le ferite interiori.

Perche’ hai scelto la forma narrativa del romanzo?

In realtà ho cominciato con un racconto; poi non riuscivo ad abbandonare il personaggio, in questo caso Elvira, la quale sembrava avermi presa per mano e volermi trascinare nella sua storia. Così, piano piano, mese dopo mese, è nato il romanzo.

Cosa si nasconde dietro questo titolo? “Shemal”? Esoticità? Ricerca del sensazionale? Formula?

Niente di tutto questo. Ci sono dei miti, precedenti la Bibbia, che riportano a divinità a cui, poi, tutte le religioni del Mediterraneo si sono rifatte. Shemal, divinità della Siria o dell’antica Mesopotamia, per quel che ricordo, era il principe delle tenebre. L’assonanza con Samaele, nei racconti ebraici uno degli angeli della caduta, forse uno dei nomi di Lucifero stesso, mi aveva colpito. Samaele/Shemal è “Colui che si mette in mezzo” tra l’uomo e Dio, che ama le tenebre e odia la luce e che fa dell’oro l’unica sua luce… Ricorda qualcosa?

Cosa ti proponi di esprimere con questo testo raccontato?

Rispondo con le parole di Elvira stessa quando spiega chi è per lei il demonio: “Satana, l’avversario, il principe delle tenebre precedenti la creazione, nelle quali Dio ordinò sia fatta la luce! Dio vuole la luce, la verità. Chi si oppone a Lui cerca invece di trascinare il mondo intero in un pozzo profondo e tenebroso. Chi si oppone a Lui odia la luce, sfugge ed aborre la verità e si nasconde nelle tenebre della menzogna. Chi è, chi sono oggi gliavversari di Dio? Chi è, oggi, che come Samaele si rifiuta di onorare l’uomo come suprema creatura di Dio? Una creatura fatta di polvere, ma che di Dio è l’immagine e ne contiene il soffio, la sapienza e l’intelligenza e non merita di vivere nella polvere? Oh! Sì! Credo in questi avversari di Dio e dell’uomo… li vedo intorno a me… li vedo… Ciò che si mette in mezzo tra l’uomo e Dio è sempre stata soltanto una cosa, sin dagli inizi della creazione. La stessa che ha dannato Lucifero ed Adamo: la sete di potere e la presunzione di potersi sostituire a Dio. Che poi Satana sia una persona, o che siano le persone a diventare demoni, tentati dalla sete di potere, questo io non so spiegarvelo, perdonatemi.” Ecco: riconoscere, oggi, i demoni/uomini/ideologie/economie che trascinano l’umanità nella polvere, nella miseria, nella povertà estrema, addirittura in nome di Dio era il mio intento.

A quali lettori ti rivolgi?

Normanna Albertini Buk Modena Prospettiva editrice

mercoledì 11 gennaio 2012

Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt'uno. Non si può amare creature segnate da leggi ingiuste e non volere leggi migliori.
Don Lorenzo Milani
("Lettera ad una professoressa", 1967)

martedì 10 gennaio 2012

http://pietrodatalada.wordpress.com/

http://www.ildialogo.org/cultura/Profili_1231431661.htm

http://www.garfagnana-editrice.it/

http://vimeo.com/16389068

http://www.youtube.com/watch?v=K7o7pvsyrLE

Recensione del romanzo "Shemal" - Chimienti editore


Dalla quarta di copertina apprendiamo che l’Autrice, insegnante, vive e lavora a Castelnovo ne’ Monti ed è alla sua prima esperienzacome narratrice. Romanzo, dunque, questo, e romanzo storico, ma che per qualcheverso si lega al libro di Hartman (David Hartman, “Sub specie humanitatis”-Elogio della diversità religiosa- Aliberti editore) avendo al suo centro iltema della diversità: da quella degli ebrei nei secoli perseguitati dal mondocristiano a quella dei nativi americani oggetto di sterminio da parte dei conquistatori.

Il romanzo si svolge infatti sul finire del secolo XV, con la scoperta dell’America e la persecuzione e cacciata degli ebrei dalla Spagna“cristianissima”. Una Spagna in cui imperversa l’inquisizione di Torquemada e dove Elvira, la protagonista centrale della narrazione, come ebrea convertita,e dunque “marrana”, subisce, resistendo però con fierezza, le torture degli inquisitori domenicani, che le vogliono far confessare di “giudeizzare”segretamente benchè battezzata: Una vicenda, quella di Elvira, che comincia in Spagna e si conclude a Roma, dove un Torquemada tormentato da antichi einconfessabili ricordi finisce per salvare dal rogo Elvira e il suo sposo Juan.

A sinistra, Antonio Zambonelli

Questo uno dei fili di una più complessa trama narrativa che ha tra i protagonisti lo stesso Cristoforo Colombo, ed è costellata di dotte citazioni storico-teologiche, con incursioni anche nell’islàm, nonché di rimandi a temi di viva attualità, ivi compresa la condizione della donna, la violenza del potere, la ricerca della ricchezza ad ogni costo.

Talchè si avverte come l’Autrice sappia mettere a frutto una cultura storica ed anche linguistica (citazioni latine, arabe, spagnole) per far lievitare da un lontano passato una più matura consapevolezza rispetto alle sfide del presente.

(Antonio Zambonelli, direttore del notiziario Anpi, esperto in cultura ebraica)

Dalla prima presentazione di Shemal alla Biblioteca Rosta Nuova di Reggio Emilia


Antonio Zambonelli

Anche a Reggio, presso i chiostri degli Stalloni, o chiostri di san Domenico, c’era il convento dei domenicani e c’era la sede del tribunale della santa Inquisizione. La chiesa di san Domenico è in piazza san Domenico, tutto il complesso che c’è attaccato ha subito delle modificazioni nel tempo, ma all’interno ci sono ancora i chiostri antichi: lì c’era la sede del tribunale della santa Inquisizione. E gli archivi sono pieni, anche per quel che riguarda Reggio, di vicende molto simili a quelle raccontate in questo libro. Solo che, fin qua, quasi nessuno si è occupato di questi aspetti per quanto riguarda la realtà reggiana, voglio dire della diocesi reggiana.

Saggio inserito nel testo universitario "Fuori dal silenzio - Volti e pensieri dei figli dell'immigrazione" Clueb ed.



Figli di badanti e di un impero che non c’è più

di Normanna Albertini

Mi scopro ignorante geograficamente. Dov’è posizionata l’Ucraina? E dov’è la Moldova? La Georgia? La Bielorussia? Che cos’è la Trasdnestria? Parlano tutti russo? L. è fieramente ucraina e siirrigidisce quando le chiedo della lingua russa. I russi sono stati glioccupanti. I russi sono sinonimo di prepotenza, di mancanza di libertà. S. mi confida che il padre, prete ortodosso, dopo le confessioni, vedeva ogni volta sopraggiungere la polizia sovietica che lo interrogava, in barba al segreto del confessionale. La sfiducia nei confronti di tutto ciò che è russo è piuttosto chiara in L. . I suoi occhi verdi si rabbuiano al solo pensiero. È molto bella, bionda, corpo da fotomodella; eppure è timida, riservata, educata, e parla sempre a bassa voce.

L., appena è in grado di comunicare – succede presto, dopo solo poche settimane: è sveglia e imparavelocemente – mi dice che è venuta in Italia col fratello per raggiungere la madre, la quale vive con un italiano e lavora come domestica. E il padre? Li ha abbandonati anni prima, se n’è andato in Inghilterra in cerca diun’occupazione; là ha trovato un’altra e si è “dimenticato” di loro. Così è toccato alla madre partire. Disgraziatamente, è una vicenda che avrò modo di ascoltare troppo spesso. Le chiedo quali sono i suoi problemi più grandi. Mi risponde che è l’isolamento, il non avere amici con cui uscire, parlare, divertirsi. «Come, non hai legato con i ragazzi italiani?» le chiedo. Mi spiega che si sente scansata, guardata con diffidenza, addirittura è oggetto di frasi a sfondo razzista. «Tu? Ma sei bionda, sei uguale a tante ragazze italiane!».«Sì, ma io straniera…– risponde lei - loro cattivi con me». Le chiedo se è cattolica o ortodossa. Dice di essere cattolica e di essere sempre andata amessa in Ucraina. «E ora? Ci vai? Conosci il prete del paese dove vivi? Frequentare l’ambiente parrocchiale potrebbe aiutarti a trovare degli amici».Afferma di no, che non ha mai visto il prete e che nessuno l’ha mai invitataper alcuna iniziativa. E dice anche che non va in chiesa, perché la madre è convivente e, come cattolica, si sente a disagio. L. è poi indignata e sconcertata dall’atteggiamento di alcuni compagni di classe; mi dice che in Ucraina mai e poi mai ci si potrebbe permettere tanta mancanza di rispetto neiconfronti dei professori. Le dispiace, soprattutto, per l’insegnante di scienze della terra, che le appare timido, buono e molto capace, ma inerme in certi contesti di effettiva maleducazione. Impensabili, in Ucraina. Ho imparato, coltempo, che per un’ucraina, una russa o una moldava, l’insegnante è una persona importante, da tenere in considerazione, una figura che non può mostrarsi amichevole con gli studenti, perché non otterrebbe dei buoni risultati. Per L. è proprio ciò la causa della mancanza di autorevolezza e la rovina della disciplina. La sensazione che ci sia grande distanza nei metodi pedagogici e didattici dei nostri sistemi scolastici è forte.

BLU, NOCCIOLA E VERDE PISELLO - Racconto vincitore del "Garfagnana in giallo "2011, inserito nell'antologia del concorso

http://www.redacon.it/2013/01/05/blu-nocciola-e-verde-pisello-uno-stile-diverso-pieno-di-humor-della-scrittrice-normanna-albertini/

BLU, NOCCIOLA E VERDE PISELLO.


Soraggio, una voragine, un buco, un canyon. Mancano soltanto i coyote e gli avvoltoi a catapultarsi sui morti in fondo ai precipizi. Il nulla assoluto. Una persona per la strada, però, c’è.
Meno male.

“Mi scusi: sa dirmi dove posso trovare un ristorante?”

Seguo le indicazioni e scendo fino allo specchio d’acqua che pare una diga. Superficie color colluttorio, tipo calderone delle streghe. Mi accosto. Improvviso, qualcosa di nero mi saetta davanti. Un gatto; lo evito per un pelo. Accidenti a lui; faccio il tifo per il Bigazzi televisivo e per i suoi arrosti felini alternativi. Peccato l’abbiano espulso dalla Rai, a me stava simpatico. Non faccio in tempo a rimettere in marcia la mia Pandina verde pisello che un’altra cosa, enorme stavolta, però, mi rovina sopra con frastuono da undici settembre. Dopo aver sacramentato un bel po’, tirando giù dal cielo tutti i santi e le madonne conosciute (e pure alcune testé ideate), scendo dalla macchina e verifico l’ identità del terrorista; ed eccolo lì, il cinghiale, che mi guarda con grugno da uomo politico (adesso non saprei dire quale) implorando aiuto. Almeno così risulterebbe dagli occhi sbarrati. E adesso? Chiamo i carabinieri? Un veterinario? E la mia Pandina ripartirà? E, soprattutto, chi mi ripagherà il danno? Troppo comodo pensare di usare il cellulare; fossimo a Gardaland funzionerebbe, ma qui non c’è campo; montagne russe naturali a costo zero, ma niente ripetitori. Ricomincio a stramaledire ogni autorità conosciuta, dal mio direttore al presidente del consiglio, quando mi capita di buttare l’occhio nel verde colluttorio. Mi viene da pensare che abbiano usato l’acqua per tingerci i fazzoletti e le bandiere del senatur, ma qui siamo in teronia, fuori dai confini dalla Padania. Impossibile. Però è bello, il lago. Lo studio meglio. Un tuffo al cuore. C’è qualcosa che galleggia vicino alla riva, e non pare un mucchio di stracci. Amenochè non sia un manichino con parrucca bionda. O una bambola gonfiabile. Rigetto il pensiero pornografico in cui, per un attimo, coinvolgo bambola di plastica, taglialegna e guardie forestali. Un morto. Tremiti ghiacciati mi salgono lungo la schiena. Sono solo, non passa un cane (solo gatti neri e ottusi cinghiali suicidi), di fronte a me c’è una rupe terrificante che pare ospitare soltanto uccellacci enormi - i quali saranno pur falchi, non avvoltoi, ma risultano comunque inquietanti - e tutt’intorno boschi, boschi a perdita d’occhio; nient’altro. E un cadavere nella diga fosforescente. Sono lì che prendo a calci la mia Pandina, quando un rumore simile a motosega su di giri mi dice che sta arrivando un apecar. Infatti. È un tizio che trasloca; nella parte posteriore del veicolo ha legato un divano tre posti e relativo televisore nuovo al plasma. Lo fermo, gli indico il cinghiale, poi il corpo nel lago. Strabuzza gli occhi e riparte a gran velocità:

“Vo’ a chiamare i carabinieri.”

Ricomincio a prendere a calci la Pandina. M’avessero mandato nella Padania legaiola di là dal Po, che lì, tra tangenziali e rotatorie – con annesso monumento al porco o al tortello di zucca, perché la rotatoria deve pur veicolare la cultura del luogo – si arriva in un baleno, salvo incappare in una gara tra camionisti pakistani, indiani e polacchi che con una mano manovrano il cellulare, con l’altra reggono il kebab, con cos’altro impugnino il volante non si sa, ma sorpassano a più non posso. M’avessero mandato là, sarei stato più tranquillo. Invece.

Racconto inserito nella raccolta "Racconti emiliani 2" a cura di Elisa Pellacani

Le scarpe

Camminare a piedi scalzi sull’asfalto rovente lo faceva sentire san Lorenzo sulla graticola. “ E quando fu bello arrostito da una parte, il santo pregò i suoi torturatori di girarlo dall’altra…” ridacchiava con sadico compiacimento il suo parroco quando lui era ancora bimbetto. Però, poi, dopo le cronache dei barbecue a base di santi e l’immagine dei vermi che marciavano in processione sotto la pelle di re Erode, spingendolo a grattarsi a sangue, c’era, al catechismo, una specie di serena “confessione” a cui seguiva il lancio sul sagrato di manate di caramelle emerse dalle tasche capienti della talare. Nessun trauma, nessuna coercizione: c’era chi si era tenuto legato alla chiesa, chi non se ne curava più, chi la osteggiava apertamente e chi, come lui, aveva ora cose più serie di cui occuparsi. Lavorare per un grosso gruppo bancario non gli permetteva certo di sprecare tempo con le storielle del paradiso e dell’inferno. Eh! Maneggiare soldi per far altri soldi era roba da grandi. Chissà cos’avrebbe detto il suo vecchio parroco, sapendo che parte del lavoro del suo ex catechizzando consisteva nel rendere lieti i dopocena dei propri clienti con qualche compagnia femminile… Eh, s’usa così, caro don Giuseppe, s’usa così nell’economia globalizzata.

Vero che l’asfalto adesso scottava e non si vedeva la fine di quella strada. E c’era tutta una folla di gente appiedata che procedeva nella stessa direzione; forse c’era stato un grande ingorgo? Non riusciva a ricordarlo.

“Anche tu scalzo? – Chiese ad un ragazzo lì a fianco.- Hai perso le scarpe nell’incidente?”

“Quale incidente?” Rispose lui, mentre trafficava di cartine e tabacco.

“Tutte queste persone a piedi in autostrada, mentre non c’è una macchina in giro, cosa può significare se non un incidente?”

“Ah, non te l’hanno detto?” Bofonchiò il ragazzo emettendo fumo da ogni pertugio del viso.

“Detto cosa?” Proprio non capiva.

Il ragazzo alzò le spalle e si allontanò, arrotolandosi i jeans scesi in basso sul sedere.

“Scusi, cosa fa lì impalato? Mi faccia passare!” Una vecchietta in tailleur rosa con cappellino lo spintonò e lo sorpassò di scatto. I suoi nervosi polpaccetti erano fasciati in robuste calze di filanca e i piedini – forse un trentacinque a dargliela tutta – erano infilati in scarpe di vernice fucsia. Veloce più di nonna Abelarda, nonostante gli evidenti novant’anni o su di lì, in quattro e quattr’otto sparì nella folla più avanti.

LA SIGNORINA E MONSIEUR PASSEPARTOUT-Racconto inserito nell'antologia "Garfagnana in giallo" 2011

La signorina e  monsieur Passepartout


Prima comparve la tela, smisurata, prudentemente introdotta nella porta aperta; poi presero forma i ricci incollati di lacca della signorina.

“Buongiorno Luca, non la disturbo se cerco una cornice, vero?”

Silenzio.

“Luca? Signor Luca?”

La signorina accostò il dipinto al bancone del negozio.

Nessuno, non c’era nessuno; allora arretrò di due passi e rimirò ben bene il proprio lavoro.

“Bello, bello, - mormorò, - ci vuole una cornice bianca qua.”

Lo accarezzò e rivolse lo sguardo intorno, sistemandosi la perfetta capigliatura a cannoli (il colore era proprio quello: bruno cacao; mancava solo la ricotta), poi si assestò una forcina sfuggita alla morsa della lacca.

 “Ma guarda te, quindici giorni senza parrucchiere, ma si può? Tutti in ferie nello stesso momento e lo sanno che non so lavarmi la testa da sola.”

Pareva contrariata, molto contrariata.

“Signor Luca? È di sotto? Signor Luca!”

La voce si fece via via più stridula. Niente. Gli angioletti di gesso, le madonnine, i vari padre Pio di ogni foggia e dimensione, le santa Rita da Cascia la osservavano, intanto, impensieriti. O almeno questa fu la sua percezione. Sempre più esitante, la signorina assunse un’espressione mesta e si fece il segno della croce davanti ad un Sacro Cuore.

“Signor Luca… c’è nessuno?”

Un’ icona “Madonna della Tenerezza con decorazioni” troneggiava di fronte a lei, in alto, in mezzo a un’icona “Sacra Famiglia - cornice lavorata” e a un’icona “Cristo Pantocreatore”. Inquietanti, in tutto quel silenzio. La signorina ritornò verso la porta, giusto in tempo per notare un assembramento di persone più in là, vicino al ponte.

 “Che succede? – disse ad alta voce.  – Non sembrano turisti…”

“ Eh no, signorina, - le rispose qualcuno dalle scale, - non lo sa? Non gliel’hanno detto?”

Chi è Normanna?


Normanna Albertini è nata a Gombio, nel comune di Ciano d’Enza (oggiCanossa), nel 1956. Insegnante presso il Centro Territoriale Permanente –Educazione agli adulti, vive e lavora a Castelnovo ne’ Monti. Impegnata permolti anni nell’associazione di solidarietà internazionale Rete RadièResch, scrive per Tuttomontagna, mensile dell’Appennino emilianodi cui è redattrice. Ha curato, nel 1999, il libro di Roberta Mailli, “A lumedi candela”, edito dalla parrocchia di Felina, che raccoglie la corrispondenzatra Roberta, infermiera volontaria in Madagascar, e gli alunni delle sue classielementari. Vari suoi interventi e articoli sono presenti nel volume: “Viverein montagna si può?” Atti del convegno ecclesiale della montagna, giugno 2002 -giugno 2003 / a cura di monsignor Giovanni Costi. Ha pubblicato nel 2000, con i colleghi insegnanti, il libro “Il gatto nel piatto” frutto di una ricerca etnologicacon i bambini e i nonni. Ha pubblicato nel 2004 il romanzo Shemal (Chimientieditore – Taranto) e nel 2006 il romanzoIsabella, sempre edito da Chimienti. Nel 2007 ha partecipato alla progettazione e realizzazione della mostra “Sguardi dal mondo, storie di donne in cammino” : 
Ha pubblicato con Prospettivaeditrice, nel 2009, il romanzo “Pietrodei colori” e, nel 2011, il saggio “Pietroda Talada – Un pittore del Quattrocento in Garfagnana” con Garfagnanaeditrice. Nel 2010, havinto il primo premio del concorso letterario “Garfagnana in giallo” con ilracconto “Blu, nocciola e verde pisello” e si è classificata terza al Premio nazionale Carver per la letteratura con il romanzo “Isabella” nel 2011. Ancora a novembre 2011 è risultata tra i primi dieci al concorso “Garfagnana in giallo” entrando nell’antologia con ilracconto “La signorina e monsieur Passpartout”. Un suo saggio è presente nel testo universitario “Fuori dal silenzio. Volti e pensieri dei figlidell'immigrazione” di Genovese Antonio; Zannoni Federico; Filippini Federica, Ed. CLUEB (collana Heuresis. Scienze dell'educazione).
Nel 2012 ha pubblicato “Sulle spalle delle donne - Memorie di una bambina di campagna” e un saggio storico nel “Compendio della vita di San Pellegrino”. Nel 2014 ha scritto nella raccolta di racconti a più mani “Nove galline e un gallo” e ha pubblicato il libro di racconti “Il sapere piccolo”. Partecipa anche ai “Racconti emiliani”. A gennaio 2015, con il romanzo “Come spicchio di melagrana” ha vinto il premio nazionale “Silvio D’Arzo”.