giovedì 31 agosto 2017

CORE - RACCONTO DA SELVA E DA BATTIGIA

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/gialli-noir/352735/di-giallo-e-dalacri-ombre/

Libro partecipante al concorso "Il mio libro 2017" 
contenente il racconto "Core"

Eccomi. Sono qui, aggrappata alle parole. Passeggio tra le lettere, respiro il profumo dell’inchiostro.
Eccomi sveglia, dopo chissà quanto. Sono sveglia, improvvisamente, e non capisco.
È pergamena la materia che mi circonda, pelle disseccata di pecora. La vedo per quel filo di luce che filtra da una crepa nel legno. Che ci sarà oltre?
Provo ad avvicinarmi. Un muro, e un’altra fessura. Una stanza bianca, pulita, straordinariamente pulita.
Non c’è fuliggine sulle travi, non c’è terra sul pavimento. Ma dov’è il focolare? Perché deve essere una cucina: il profumo di buon cibo è forte. Tanto da svegliarmi.
Incollo un occhio alla fessura. Un occhio? Ho gli occhi? Ma chi, “cosa” sono io? E perché sono qui?
C’è una donna là, nella stanza. È bionda, bella, indossa uno strano vestito, bella, bella, ma pare inspiegabilmente anziana.
Le vecchie non sono mai belle. Lei sì. Bionda, e con un bel sorriso: ha tutti i denti. Canticchia, e maneggia lucide pentole di metallo. Lucide come spade.
Che torpore. Mi sono svegliata, ma non ricordo di essermi addormentata. E dov’ero? Dove sono? Lettere e parole intorno a me, un rotolo di gialla pergamena in cui riesco a scivolare, inciampando appena nei rilievi dell’inchiostro. Sono morta, sono viva: non è tanto diverso; ma non è neanche la stessa cosa.
Mi vedranno? Mi sentiranno?
In fondo, povera e piccola come sono, la gente non mi ha mai visto. Mi incontrava, ma non mi vedeva. Come se fossi già morta. E se sono morta, chissà se anche la morte, come la vita, avrà una fine.
E chissà se adesso mi sarò svegliata in un’altra vita. Afferro con le mani (ho le mani?) un lembo del foglio e provo ad uscirne. Sono rinchiusa tra pareti di legno (una cassa?) illuminate da quell’unica, lunga fenditura. Però, poi, c’è un muro. Sento la polvere della malta.
Sono morta, viva, o pazza; è un sogno? Chi, “cosa” sono?
Fermi! Zitti! Ora c’è un uomo nella stanza, sento la sua voce. L’occhio appiccicato al buco mi si annebbia per lo sforzo, però riesco a vedere le mani dell’uomo, e i suoi fianchi.
È un uomo o un gigante? Deve essere molto, molto alto.
Rotolo, rotolo. Mi avvicino a un’altra crepa, quella nel muro dalla quale mi arriva un forte odore d’erba bagnata e di fiori. Rotolo, rotolo, esco dalla cassa, rotolo verso la luce e l’umido fragrante.
Una vertigine. Cado. La luce mi abbraccia e l’aria mi solleva.

domenica 27 agosto 2017

"IO RIPRESI L'AEREO E LASCIAI L'ETIOPIA"

Si tratta di una mia vecchia intervista del 2002; nel frattempo, Giuseppe Calcagno è morto. Sono felice di aver raccolto per tempo la sua testimonianza
Terre d'Africa


Il dipinto, nelle diverse tonalità del colore del cielo, ritraeva uno zingarello che giocava con un bastoncino. Il “maestro” era nel suo “periodo blu” e allo scolaretto, che sostava sognante dinanzi all’opera, chiese: “Il te plait?”   “Oui, maestro” , rispose il bambino. “Italianito?” continuò Picasso e, alla risposta affermativa del piccolo, staccò il quadro dalla parete e glielo donò.  A quella mostra di pittura a Vallauris, Giuseppe Calcagno  era stato accompagnato dagli insegnanti con tutti i bambini della scuola; aveva poco più di dieci anni e viveva in Provenza da quando ne aveva tre. Da quando il padre, socialista convinto, aveva dovuto abbandonare la sua Torino per “incomprensioni” con il regime dell’ Uomo della Provvidenza, come papa Ratti aveva definito un altro ex socialista di Predappio. Lo incontriamo a Cervarezza, nella sua bella villa di foggia alpina, dove si è stabilito da qualche anno con la moglie dopo aver condotto una vita nomade in vari paesi del mondo. Qui ha ricreato un piccolo angolo di terra provenzale, con gli stessi profumi forti della lavanda, del timo, dell’erba limoncina. “Ah la Provenza! – ci racconta – è il paradiso sulla terra! Mio padre lavorava nella compagnia francese dell’alluminio, la Pechiney, e nel villaggio di operai dove abitavamo erano presenti ben 16 nazionalità diverse. Soltanto gli arabi vivevano separati e ad essi erano assegnate le mansioni più pericolose, che comportavano l’uso del cloro. Ne morivano tanti. Noi, invece, stavamo bene. Ricordo che la mamma apparecchiava sempre per qualcuno in più, perché era normale che a tavola si aggiungessero, di volta in volta, socialisti o anarchici italiani. Ai primi di giugno del ’40, quando gli alpini irruppero nel villaggio, li accogliemmo con una grande festa.”  Nel ’43 la famiglia Calcagno rientrò in Italia, ma alla frontiera venne letteralmente spogliata di ogni avere dalla polizia, compreso il ritratto dello zingarello, dono di Pablo Picasso. Cominciò così una lenta e faticosa risalita, fatta di tanto lavoro, sacrifici, intelligenti intuizioni, che permisero a Giuseppe di conseguire un diploma e cominciare un’attività di venditore all’estero per conto di grandi ditte. “L’unico paese dove mi sono fermato soltanto per ventiquattrore è l’Etiopia- continua Giuseppe- erano gli anni ottanta e il mio primo incontro ad Addis Abeba fu con i soldati cubani di Fidel.
Stavano maltrattando dei bimbi che giocavano su un marciapiedi; intervenni chiedendo spiegazioni. Mi aggredirono insultandomi;  io ripresi l’aereo e lasciai l’Etiopia.” I corpi di spedizione cubani, insieme con navi ed aerei dell’Armata Rossa, erano in Etiopia dal ’77 per respingere le offensive del Fronte di liberazione dell’Eritrea (anch’esso marxista- leninista come il regime etiopico) e dell’esercito somalo. Negli anni successivi  la politica dissennata e violenta di Menghistu portò alla completa catastrofe agricola, amplificata dalla siccità, che sprofondò il paese in una miseria inenarrabile. Soltanto “Médicins sans frontières”  ebbe il coraggio di opporsi agli inutili e controproducenti aiuti internazionali, compresi quelli, famosi, della campagna delle rockstar americane, interpreti dell’inno We are the world che, ancora nel 1985, foraggiarono il dittatore lasciando a mani vuote il suo popolo. Ma sono tanti i popoli e i paesi di cui ci narra il signor Giuseppe, e il suo racconto è “affollato” e difficile da dipanare:“ In Afghanistan arrivai per caso, perché in Iran avevo incontrato l’architetto generale della città di Kabul. L’Afghanistan era poverissimo, ma meraviglioso, impressionante per la gentilezza, la pulizia e l’onestà della gente.

martedì 22 agosto 2017

QUANDO I NAZIFASCISTI USAVANO IL FUOCO: LA COOPERATIVA BRUCIATA DI FELINA

A Felina, e nei paesi limitrofi, quell’edificio lo si è sempre definito “cooperativa bruciata”, anche se il giusto
La Casa del Popolo, poi cooperativa di consumo di Felina
appellativo sarebbe “Ca’ Martino”. Tuttavia, il motivo del presunto incendio cui fa riferimento il nome - e la dinamica stessa dell’evento - sono sconosciuti ai più.
Sembra che nel centro abitato, nel corso degli anni, nessuno ne abbia mai parlato, quasi ci fossero ambiguità da occultare, oppure dolori troppo pesanti da accettare. Intanto, vediamo cos’erano le cooperative di consumo come quella di Ca’ Martino.
La prima nacque nel 1854 a Torino: era uno spaccio dei “magazzini di previdenza”, sorto per difendere il potere d’acquisto dei consumatori attraverso l’acquisto della merce direttamente dai grossisti, rivendendola poi ai soci a prezzo di costo. Nel decenni seguenti, queste cooperative divennero realtà radicate in tutt’Italia. In provincia di Reggio Emilia, la prima fu costituita a Fabbrico nel 1886, mentre quella di Ca’ Martino venne inaugurata nel nel 1908; a quella data fa riferimento un libro sulla cooperazione in cui si parla, infatti, della costituzione della “Cooperativa di Consumo, Produzione e Costruzioni casa del Popolo di Felina”, attiva poi anche durante il fascismo e ancora nel 1946. Il sovrapporta di ferro battuto, datato 1906, è ancor oggi al suo posto.
Alla guida della Lega delle Cooperative, era giunto, nel 1912, Antonio Vergnanini, socialista, interprete di una linea di dialogo con il fascismo per provare a tenere in piedi ciò che si era creato. L’avvento del fascismo, però, significò violenza squadrista e irreggimentazione nel nuovo assetto totalitario del sistema cooperativistico.
Le cooperative di consumo erano state pensate come centro della vita sociale dei soci: vendita di generi alimentari, bar, circoli ricreativi, attività assistenziale. Difatti, in quella di Felina c’era pure un salone adibito a “teatro”, dove recitava la “Filarmonica” del paese.  
Eppure, dell’incendio e dei suoi perché, in seguito nessuno proferì parola. Persino il motivo dell’intitolazione di “Via Maiotti”  alla vittima – strada che, a fianco dell’edificio, si addentra nella borgata - pare rimosso dalla memoria popolare.
I genitori del giovane Daniele Ghirelli, per esempio, sono cresciuti proprio lì, ma più di tanto non sapevano; è toccato a lui, il nipote, il privilegio di raccogliere le confidenze dei nonni, ed è lui che ci riferisce una prima versione di quell’evento: “Ero ancora un bambino quando me lo raccontarono, ma mi ricordo piuttosto bene le parole di nonna Laura Manfredi e del mio bisnonno Remo Manfredi. All’epoca, abitavano nella casa a fianco della cooperativa. Mi dissero che, a seguito dell’uccisione di due soldati tedeschi chiamati ‘mongoli’ (russi di provenienza asiatica che avevano disertato e si erano arruolati nell’esercito tedesco), erano confluite a Felina alcune truppe d’assalto tedesche per operare rastrellamenti. Prima di incendiare la cooperativa fu ucciso il gestore, che non aveva rivelato informazioni riguardo ai partigiani e ai loro nascondigli. L’azione fu condotta principalmente da truppe d’assalto tedesche (sia Wehrmacht che SS), con la collaborazione dei tedeschi del presidio. Erano presenti alcuni militi fascisti della Gnr e un sottufficiale, che si limitarono a guardare e non ebbero parte attiva. Ricordo che mia nonna mi riferì di un giovane milite proveniente da Reggio, il quale era disperato, angosciato per le conseguenze personali che avrebbe potuto subire. Stando ai fatti, credo si possa parlare di eccidio nazifascista in quanto la componente fascista era presente e appoggiò l’azione, anche se fisicamente l’uccisione e l’incendio furono opera dei tedeschi.”
Ma chi era Clarenzio Maiotti, il gestore, il “banconiere” che venne trucidato? Ce lo riferiscono due dei nipoti, i cugini Eliseo Incerti e Graziella Canovi.
Intanto era un falegname, bravissimo a fabbricare mobili di pregio; la professoressa Cleonice Pignedoli, ricercatrice storica per Istoreco, dice di avere ancora in casa un bell’armadio realizzato da Clarenzio. Graziella, la nipote, ricorda di aver accompagnato il nonno nel suo laboratorio, dove ancora si dedicava al suo mestiere, pur gestendo la cooperativa.
Come capo falegname, Maiotti aveva lavorato alla costruzione della diga e della centrale idroelettrica di Ligonchio, iniziata nel 1919 e terminata circa dieci anni dopo, per cui Clarenzio si era trasferito a vivere a Giarola, con tutta la famiglia. I figli più grandi avevano frequentato dunque le scuole sul crinale, fino a che tutti erano tornati a Felina.

PAOLO CAVECCHIA: IL SEMINARIO, LA TUNISIA, TANTI FIGLI E L'AMORE PER LA PACE

Paolo Cavecchia con la seconda famiglia
Avrà avuto circa sette anni, Natalina, quando vide quell’uomo comparire sull’aia. Smise di giocare e lo osservò avvicinarsi: era vestito come un vero signore, aveva un “borsalino” in testa e due bei baffoni. “Chi sei?”, le disse. La bimba non si scompose: “Sono la figlia della Lisa.”, e lui: “ La tua mamma dov’è?”, “Nei campi a lavorare...”, “Bene, portami da lei.” La bimba si alzò, poi, un po’ incerta, gli chiese: “Ma tu, chi sei?”, l’uomo sorrise: “Sono il tuo babbo...”. Natalina lo prese per mano e lo condusse da mamma Elisa.
Paolo Cavecchia era tornato; il babbo di Natalina era tornato.
Il signore (che pareva un possidente), era nato nel 1882 a Fontanaluccia, in una famiglia di contadini. Dopo la morte prematura del padre – originario della Val D’Asta – era stato costretto a spostarsi quotidianamente alla Macchiaccia, con la madre, per lavorare in un podere enorme, di quelli necessitano di molti braccianti.
Il padrone era soprannominato “Macchiacin” e le sue terre andavano da Fontanaluccia fino a Montefiorino, comprendendo anche il paese di Riccovolto. Il signor “Macchiacin” (Stefani?) si accorse presto quanto quel ragazzetto fosse sveglio, troppo dotato per restare tutta la vita nei campi, e suggerì alla madre di fargli proseguire gli studi: “Avessi avuto i soldi per farlo studiare, non sarei certo qui a lavorare.”, rispose lei. “Macchiacin” non si scompose: quel bambino doveva assolutamente andare a scuola, pertanto si offrì di pagargli la retta del seminario di Marola.
Latino, greco, filosofia, francese e tutte le altre materie del ginnasio vennero affrontate senza problemi dal giovane Cavecchia, tanto che si diplomò nei tempi prestabiliti. Anche la musica, l’opera e il canto gregoriano lo appassionarono e divennero parte del suo bagaglio culturale. Poi, però, c’era da scegliere: diventare sacerdote, o abbandonare per sempre la talare, vestiario obbligatorio per tutti gli studenti del seminario?  
Aveva dei dubbi, il giovanotto, dubbi che riguardavano il celibato: “Al nonno piacevano troppo le donne”, sostiene oggi, ridendo, il nipote Flavio, che ci ha aiutati a ricostruirne la storia. Comunque, il rettore ascoltò Paolo e lo consigliò di diventare un buon padre di famiglia: “Molto meglio che un cattivo prete!”, gli disse, così Paolo tornò sui monti a lavorare la terra.  
Prima, però, cercò lavoro a Genova, dove già viveva la sorella Carola. Lui, che parlava e capiva il francese e il latino, a Genova si trovò immerso in una lingua indecifrabile. Girovagando per la città con un amico, s’imbattè in un cantiere; si avvicinò ai muratori e domandò se avessero bisogno di operai. Quelli lo guardarono perplessi, mostrando di non capire una parola d’italiano, e gli risposero in dialetto stretto: a lui sembrò che dicessero “masacàn”, ma ancora non sapeva che indicasse proprio il “muratore”. Il capocantiere, più “erudito”, si rivolse ai due giovani in un italiano stentato, chiedendo s’erano “capaci a portar pietre” e Paolo rispose: “Be’, se non sono troppo pesanti...” Paolo, dunque, rimase per un periodo a lavorare a Genova e, per imparare il dialetto, si comprava – e leggeva regolarmente - due giornali (‘U Balilla e ‘U Tramvai) scritti in genovese.

mercoledì 28 settembre 2016

IL VIAGGIO DI UN MIGRANTE "ECONOMICO" - ANTHONY YANKEY SI RACCONTA

Anthony a destra
Si sente spesso parlare di immigrati che arrivano ed io sono uno di loro, mi ritengo molto fortunato ora anche se il mio viaggio è stato molto doloroso. Mi chiamo Anthony Yankey. Vengo dall'ovest del Ghana, da un paesino al confine con la Costa d'Avorio, Aiyinase. Vengo da una famiglia povera, sono l'ultimo di dieci fratelli; quando sono nato mio padre era già amputato ad una gamba, non poteva lavorare per assicurarci una vita dignitosa né per farci studiare. Io, fin da piccolo, ho coltivato il desiderio di studiare per non fare la fine della maggior parte dei miei amici, che trascorrevano le giornate in strada, arrangiandosi per sopravvivere, e che poi così avrebbero continuato a fare anche una volta adulti. Ho iniziato la scuola, ma l'ho dovuta interrompere dopo pochi anni perché la mia famiglia non poteva mantenermi negli studi, così sono andato a lavorare per tre anni in Costa d'Avorio con uno zio, e con lui ho imparato a fare l'orafo. A tredici anni sono ritornato a scuola, dove però venivo preso in giro dai ragazzini più piccoli con i quali ero in classe. A scuola ero bravo e quando rientravo a casa la mamma era molto contenta che riuscissi negli studi, ma allo stesso tempo dispiaciuta per non esser riuscita a fare studiare anche tutti gli altri. Fu un insegnante dei primi anni di scuola che mi mantenne alle superiori; io l'ho sempre considerato come un papà e lo aiutavo nelle faccende domestiche. Il mio sogno era diventare un giornalista che raccontasse le notizie e le condizioni delle persone nelle varie parti del mondo. Per aiutare la mia famiglia, ho insegnato in una scuola privata, ma i soldi rimanevano pochi e altri lavori più vantaggiosi economicamente non si trovavano, quindi ho cominciato a desiderare di andare a lavorare in Libia. Per potermi permettere il viaggio, ho cercato un lavoro più redditizio e sono stato assunto da un benzinaio per alcuni mesi.
Il desiderio di partire per approfondire gli studi non mi ha mai abbandonato, così durante un turno di lavoro, una notte, ho iniziato il mio viaggio, senza avvisare nessuno a casa, ma dopo aver attraversato il confine con il Burkina Faso ho telefonato ad un mio amico dicendogli dove avevo nascosto dei soldi da dare a mia mamma e di avvisarla che ero partito. Era il 2007 e già all'inizio la strada si fece difficile perché l'autista del pullman, che doveva caricare me e tanti altri, dopo aver raccolto i soldi, si è dileguato. Così si è ripresentato il problema di cercare altri soldi e ho trovato lavoro come venditore di acqua. Dopo otto mesi siamo partiti su un pick-up; eravamo in 44, quarantadue uomini e due donne, ma eravamo così stretti che le nostre gambe e braccia avevano perso ogni sensibilità e quando ci si fermava l'autista veniva a muoverci per riattivarci la circolazione. Avevamo con noi un po' di biscotti e farina di manioca. Eravamo ancora in Burkina Faso quando, nel deserto, siamo stati assaliti dai briganti che ci hanno spogliati di quel poco che avevamo, ci hanno lasciato solo acqua ed hanno rapito le due donne di cui non abbiamo più saputo nulla!

martedì 27 settembre 2016

PANE E FRAGOLE - RACCONTO DI RESISTENZA E DI EMIGRAZIONE

Gabriella Garulli con il fratello e i nonni
Gabriella oggi, a Costola di Scurano


Gabriella, Hans e la loro bella famiglia



Era giugno, era caldo e la mamma voleva a tutti i costi farle trangugiare quella minestra dove, in mezzo alle verdure, oscillavano mollicci grumi di lardo. Gabriella si rifiutò, s'impuntò con tutta la determinazione del suo sangue montanaro, afferrò un pezzo di pane e uscì di casa, incespicando in un gradino e ferendosi l'alluce. Strinse i denti e corse via, malgrado il dolore, arrampicandosi fino a un terreno dove sapeva di trovare le fragoline selvatiche. Lo faceva sempre, quando le presentavano la minestra con il battuto di grasso: si metteva in tasca un pezzo di pane e spariva in cerca di frutta. Pane e mele, pane e pere, noci, ciliegie, amarene, uva, nespole, susine, nocciole, fichi, sorbole diventavano il suo pasto. Oltre alla zuppa nel latte la mattina, non mangiava altro ed era magra magra, tuttavia alta, sana, forte. Tanto che la spedivano a pascolare le pecore, quelle che tutte le famiglie di Costola di Scurano, il paesello in provincia di Parma (a pochi chilometri da Vetto d'Enza), dov'era nata nel '35, avevano comprato per superare meglio le privazioni. A turno, i bambini del paese portavano fuori le quaranta pecore della comunità; uscivano presto, all'alba. Gabriella era impaurita dalle bisce e partiva, al buio, senza fare colazione, con la nonna che la rincorreva e le metteva un quadretto di zucchero in tasca: “To', pinina, mangia...”. Il compito era troppo grande; le pecore dovevano tornare a casa sane e salve e lei era solo una bimba. Imparò così che delle proprie azioni si deve sempre saper rispondere senza scaricare colpe sugli altri. Imparò la responsabilità. Quel giorno, dunque, da vera, cosciente ribelle, se ne andò a mangiare fragole e pane, seduta nell'erba. Ed ecco che sentì delle voci, un trambusto, un picchiare di zoccoli sul terreno. Si alzò e si trovò di fronte una specie di carovana: muli e asini con le loro some, accompagnati da una quindicina di personaggi vestiti in modo insolito, con berretti e fazzoletti al collo. Corse via, e il nonno - che di solito stava seduto nell'aia a fumare la pipa, davanti alla porta aperta, in modo da non insospettire i tedeschi che passavano di lì - le disse che quelli erano i “ribelli”. Gabriella, incuriosita, informò subito gli altri bimbi e, insieme, andarono fino a Relendo, dove i “ribelli” s'erano accampati. I ragazzini vennero accolti con simpatia e sorrisi e se ne tornarono con un dono: un panetto da mezzo chilo di burro per uno, burro che i “ribelli” avevano forse requisito in qualche latteria lungo il percorso. Fu così che la casa di Gabriella Garulli divenne sede di un comando partigiano; fu così che lei vide, per la prima volta, una macchina da scrivere. Non sapeva, allora, che avrebbe poi sposato un tipografo, un ragazzo che lavorava nel più importante giornale svizzero... Intanto, era una bimba di otto anni in mezzo a una guerra e, dalla cucina, ascoltava le voci concitate delle riunioni del capo partigiano “Sbaffo”, mentre il partigiano “Tigre”, originario del crinale reggiano, l'aiutava spesso a fare i compiti di matematica; poi c'era “Duilio”, e persino un russo e altri partigiani, forse slavi, comunque stranieri. Lì, nella sua casa, a volte i “ribelli” dormivano, ma la mamma dopo bruciava l'imbottitura del pagliericcio e faceva bollire la fodera, altrimenti ci si sarebbe riempiti di pidocchi, quelli che vivono nelle cuciture. Un giorno, “Sbaffo” (che doveva essere di Ciano D'Enza) ordinò alla mamma di cucinare un coniglio perché avrebbero avuto come ospite un russo molto autorevole; la mamma obbedì e, alla sera, apparecchiò in sala, mentre tutta la famiglia era rimasta in cucina. Davanti al russo, mamma fu obbligata a mangiare un pezzo di carne e bere un po' di vino: volevano accertarsi che non fossero avvelenati. Era sarta, Dirce, perché il nonno – mezzadro, ma d'inverno anche calzolaio che girava a lavorare per i paesi - aveva voluto che l'unica figlia imparasse un mestiere. Era un raccontastorie fantastico, il nonno, e Gabriella sente di aver ereditato da lui il gusto per la narrazione, la lettura, l'ascolto. Dirce s'era sposata a 17 anni e aveva messo al mondo un figlio dopo l'altro, poi, dopo una pausa di diversi anni, era arrivata, imprevista, Gabriella, l'ultima. L'aveva fatta nascere Jusfa, una cugina del papà che non aveva figli e che si era poi occupata di lei e legata a lei come e più di una madre. Dirce aveva troppo da fare per accudire anche quell'ultima nata. Pure Jusfa amava le storie, il racconto. Le metteva in mano dei libri quando ancora Gabriella non sapeva leggere, così, quando la piccola andò a scuola, si lesse tutto il “sillabario” e poi chiese alla maestra di portarle altri libri. In casa, però, bisognava nascondersi per leggere, perché per i grandi era tempo perso: c'era da lavorare, altro che stare seduti con dei libri in mano! Era brava a cucire, mamma Dirce, così i partigiani le portavano i paracadute degli aviolanci, che andavano a raccattare sui monti, e si facevano cucire da lei, con quella seta bianca, le tute per camuffarsi nella neve. Con un paracadute arancione, Dirce confezionò invece un bel vestito a Gabriella. Tutto il materiale dei partigiani, quando si percepiva l'arrivo dei tedeschi, veniva nascosto in un cassone chiuso, collocato sotto il letame della concimaia.

martedì 6 settembre 2016

ATTENTI AL LUPPOLO

ATTENTI AL LUPPOLO
Nel cortile precipitavano a volume altissimo, come bombe, le notizie del telegiornale, tanto che le galline, atterrite, erano sfollate sui rami d'un sambuco e sbatacchiavano il capo, quasi a volersi sbarazzare di tutto quel trambusto. Lì dentro avrebbero potuto entrarci, sferragliando, un carrarmato, un trattore, una trebbiatrice, e Antonia, la proprietaria, non se ne sarebbe accorta.
Se ne stava seduta all'ombra, proprio come le galline, anche se appariva più calma delle pennute, forse rassegnata; gli occhiali sulla punta del naso, lavorava pizzi e centrini all'uncinetto.
In terra, un cesto colmo di erbe che non avevano l'aria d'essere verdure, anzi: sembravano frutto di una monda dell'orto; erbacce, insomma, che non andavano bene nemmeno per i conigli.
“Oh, Tonia, è scoppiata la guerra?”, disse Beppe, il vecchio sarto zoppo, avvicinandosi a lei.
Tonia non alzò nemmeno il capo, tutta assorta nella conta dei punti, tanto che l'ometto, trascinando la sua gamba malferma, la sfiorò con il bastone. “Oh Beppe! M'avete spaventata! Scusate, ma c'è lei, in casa, ed è un po' sorda, sapete...”
Tonia indicò la porta aperta e poi gridò (perché bisognava gridare per capirsi), “C'è lei: la contessina!”
La contessina, detta anche “mobile antico”, perché era vecchia, ma straricca, dunque di un certo valore come i pezzi d'antiquariato, non era del paese. Tonia e Beppe sì. E se Tonia aveva lavorato a lungo nelle città come bambinaia e cameriera, Beppe, a causa della sua “disgrazia” (la chiamava così, e non se ne vergognava punto), s'era dovuto inventare un mestiere che non fosse quello d'andare a zappare, falciare o rincorrere pecore.
Così, s'era messo ad aiutare la mamma, che era sarta, ed era diventato un sarto fino fino, di quelli capaci di confezionare abiti per ogni occasione. Una delle cose che, tuttavia, gli veniva sollecitata più spesso era quella di 'rivoltare' i cappotti, le giacche, i soprabiti, smontandoli, mettendo all'esterno la parte interna, meno consunta, e ricucendoli.
La contessina, quindi, nonostante il diminutivo, non era giovane. Non era del paese e, sicuramente, non era povera. Però era sorda, completamente sorda.
La contessina era una villeggiante genovese centenaria, danarosa, di famiglia alto borghese, forse pure con un po' di sangue blu. Non s'era mai sposata, diceva di non aver mai avuto (né voluto) un fidanzato, probabilmente non aveva mai nemmeno lavorato e, quasi certamente, l'unica sua gioia era contare i quattrini.
Ora, che ci faceva una gentile centenaria con tanti soldi da potersi comprare tutta Genova in uno sperduto borgo di montagna? Ah, l'aria buona, sì.
Innanzitutto, però, era quel “danarosa” coniugato a “genovese” (risultato: spilorcia) che la portava a passare l'estate lì, tra il cortile di Tonia e quello di Mariarosa, sua dama di compagnia per tutto l'anno.
“Andate, andate a vedere come 'quella' sta davanti alla televisione, Beppe. - disse Tonia - Io sono uscita di casa perché non resisto e aspetto che Mariarosa torni a prendersela per spegnere tutto e riposarmi le orecchie.” Il sarto si avvicinò alla porta e guardò dentro.
La contessina, seduta e piegata a novanta gradi, con il naso quasi sui ginocchi, teneva l'orecchio incollato al televisore e annuiva, scuotendo appena i riccioli grigi sfuggiti alle mollette. Pareva una mantide religiosa, un insetto stecco, tanto era magra e quasi mummificata.

domenica 17 aprile 2016

"PIETRO DEI COLORI" - NUOVA EDIZIONE "TRA LE RIGHE LIBRI"

http://www.ibs.it/code/9788899141424/albertini-normanna/pietro-dei-colori.html

Disegno di copertina di Sara Davalli


Di lui non si sa nulla. C’era soltanto la sua firma sul trittico di Rocca di Soraggio: “Et pictus fuit p. me Petrus de Talata”, nient’altro. Anche quella firma, in seguito, è andata persa.
Che poi “Talata” debba corrispondere a “Talada”, piccola borgata della montagna reggiana, è solamente una supposizione, o forse una deduzione, vista la relativa vicinanza delle due località e il loro essere appartenute al Ducato Estense. Niente ci assicura che sia davvero così.
Si tratta di luoghi in qualche modo rimasti arcaici, immersi nei boschi, uniti da strade tortuose, comunque disagevoli pure oggi, nonostante l’asfalto, soprattutto con il ghiaccio e la neve dei lunghi inverni.
Luoghi accomunati dalla passione degli abitanti per le leggende, le strane apparizioni di fate, folletti, diavoli, streghi e streghe, serpenti alati, uomini e donne – mediconi - capaci di curare con le parole, le preghiere, le segnature e misteriosi intrugli di erbe.
Luoghi un tempo abitati da popoli veneranti divinità in buona parte muliebri, come si riscontra nella vicina Lunigiana, dove i ritrovamenti delle statuette di antiche dee madri la confermano come terra mistica, consacrata a divinità femminili. Divinità legate alla luna e al suo culto.
Le madonne di Pietro hanno tutte volti lunari e tutte ricordano, in qualche maniera, le antiche raffigurazioni della dea Iside con il sacro figlio Horus in braccio.
Di Pietro non si sa nulla; per lui parlano le sue opere: Il trittico di Borsigliana “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, noto nella storia dell’arte toscana anche per un furto e un tentativo di esportazione illegale;

DONNE DI TERRA E ORIZZONTI - 8 MARZO IN SENATO

https://www.radioradicale.it/scheda/468999/conferenza-stampa-donne-di-terra-e-di-orizzonti-agricoltura-fra-tradizione-e
Dice un canto tradizionale lombardo: “La storia di queste montagne è scritta su mani di donna che han lavorato la terra. E la terra si porta nel cuore”
Io porto nel cuore la mia terra e sono grata di possedere un sapere umile delle mani che da lei discende; una conoscenza ereditata, che va dal saper cucinare, alla cura degli esseri viventi, all’uso di ago e filo. All’aggiustare ciò che si rompe, compresi i rapporti, invece di buttarli via. Anche la cura delle relazioni è una sorta di rammendo, o se volete, di faticoso impasto, come quello del pane, e le donne contadine di un tempo ne erano le depositarie. Erano loro a tenere in piedi le famiglie, erano loro a rattoppare i vuoti, gli strappi di uomini lontani per lavoro, per guerre, per morti precoci. Ricuciture dolorose che ho ben conosciuto nei racconti delle donne della mia famiglia e che mi porto dentro, situazioni che ho poi ritrovato in altre donne oggi in cammino per il mondo. Donne in piedi, resilienti, dignitose.
Vengo da un mondo dei campi in cui si sapeva che sporcarsi è necessario per realizzare qualcosa, per ottenere un risultato. Accudire piante e animali (ma anche un vecchio o un bambino) significa sporcarsi, ma educa al senso della cura; è anche capire il valore della vita e del cibo, e imparare a rispettarli. È comprendere tutta la fatica che sta dietro a ciò che mangiamo. Poi, insegna a darsi dei limiti nel consumo. Perché dallo sporco buono del lavoro si può passare a quello pericoloso delle discariche e delle terre dei fuochi o delle malattie per eccesso di cibo.

C’era un rispetto, un tempo, nelle culture contadine, che metteva chiari confini, nell’uso delle risorse: mai devastare, mai prendere tutto, pensare al domani, ripiantare dove si tagliava, lasciare le giuste matricine nel bosco. Lavorare insieme, cooperare (com’era nelle latterie sociali del Parmigiano) era indispensabile: i nostri vecchi non sarebbero mai sopravvissuti altrimenti. Questo portava coesione, socialità all’interno dei paesi e delle famiglie, pur in mezzo alle diatribe e ai litigi; aiutava a reggere il conflitto, a dirimere le discordie, per il bene comune.

Vengo da un mondo in cui davvero “si mangiava il territorio”: quasi tutto ciò che finiva sulla tavola arrivava dai nostri campi e noi e la terra eravamo fatti delle stesse sostanze. Un mondo scritto su mani di donna che han lavorato la terra. In tutti i miei libri, anche nell’ultimo dedicato a Matilde di Canossa, protagoniste sono le donne e le loro lotte, le loro mani, il loro cuore connesso alla vita e alla terra.
Amo la terra su cui sono, il mio corpo è fatto della sua sabbia”, dicevano i Seminole. È utopia pensare di riconnettere vita umana e natura in una agricoltura più rispettosa del creato? Forse, e concludo, citando Galeano: “a questo serve l’utopia, a camminare”:
Grazie per questa bellissima giornata.











domenica 8 novembre 2015

Poesie - Gatto nel crepuscolo - Canto per la nonna

Gatto nel crepuscolo


Là in fondo, al calar del sole
un tenue barbaglio, uno scatto
nella siepe. Forse capriole,
o fughe, di un gatto.
Le viti danzan sul rosso
vermiglio; schiamazza
volando dal noce nel fosso
la stridula gazza.
È il gatto che ha fatto scappare
l’uccello dal ramo lassù?
(Da un gatto c’è da imparare
a dar caccia; a dormire di più.)
Silenzio. Il sole è scomparso
tra i monti. È oro che cola
sui pampini sparso
e il buio e l’angoscia consola.
Un guizzo, lesta falcata:
micio salta dai pruni cupi
gnaulando con voce accorata
quasi incalzato da lupi.
“Vieni, piccolo, qua, tra le braccia!”
Lui balza e corre; il birbante!
Ronfando sul cuor s’accovaccia
come bimbo, disarmante.


Canto per la nonna  


La zappa tu piantavi
con forza nella zolla
e al sole rivoltavi
di suolo una corolla.
Eri così guerriera,
nonna, con quell’attrezzo!
Tu continuavi ardita
a dissodare il campo
fintantoché, sfinita,
giacevi lì al mio fianco.
Eri tanto austera,
nonna, e di giusto vezzo!
Il fazzoletto nero
sulla tua fronte sceso
chiudeva  sì al sicuro
i capelli, ben teso.
Vestivi tutta nera,
nonna, ma niente sprezzo!
Che forse t’eran morte
persone tanto care
e il lutto era ormai sorte
assidua da abitare.
Parevi prigioniera
di un mondo troppo grezzo!
Quindi tu poi pregavi
lassù, nel luogo santo
e con te mi portavi
e mi tenevi accanto.
Mi hai dato la preghiera,
nonna; che non ha prezzo!