mercoledì 9 gennaio 2019

LA STORIA DI TERZO E ROSALBA - QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

Quando fecero il loro ingresso a San Piero a Grado, dalle parti di una millenaria pieve in quel di Pisa, la popolazione uscì in strada, prima incredula, poi divertita, e cominciò ad applaudirli. Dopo ben quarantun anni, era la prima volta che, dal 1926 (data della loro partenza da Genova per l’Argentina), Terzo e Rosalba Rubertelli tornavano in Italia. Scesi all’aeroporto di Pisa, invece di prendere un taxi, avevano optato per una delle carrozze trainate dai cavalli di solito usate dai turisti. Con quello spettacolare mezzo, si presentarono perciò alla porta di Palmira Santini, la sorella di lei, da anni residente con la famiglia a San Piero a Grado.
In quella casa, ben incorniciata ed esposta, c’era la fotografia del loro imbarco. Palmira non aveva mancato, nel corso degli anni, di indicare al suo figlioletto quei due viaggiatori piccoli piccoli, con il braccio alzato: gli zii d’Argentina che salutavano da lassù, sul transatlantico Giulio Cesare.
Rosalba era nata a Valbona di Collagna nel 1902, figlia del pastore Luigi e di Domenica Santini, i quali si erano poi trasferiti a Predolo di Villaberza, luogo di sosta nella transumanza verso il mantovano, dove erano via via nati gli altri figli.
Terzo Antonio, invece, era nato a Gombio, allora nel comune di Ciano d’Enza, martedì 26 settembre del 1905, figlio di Attilio e di Emma Tommasi, ed era stato battezzato solo sette ore più tardi dal parroco don Enrico Mailli.
Terzo e Rosalba erano partiti dopo il matrimonio, celebrato da don Battista Zini il 6 maggio del 1926 nella chiesa di Villaberza. L’Argentina era un miraggio, la possibilità di una vita migliore che già altri emigranti della montagna avevano inseguito.
Un certo Egidio Ferrari, fratello dei due partigiani di Casa Ferrari che poi vennero trucidati nel ’44 sul Monte Battuta, era partito anni prima e, dai racconti dei parenti, pare che laggiù facesse il “vaquero”, praticamente il cow boy.
Forse, i due novelli sposi avevano preso contatto con lui? O con qualche altro conoscente? Anche un Pedroni, di Soraggio, era finito laggiù e non s’era mai rivisto, esattamente come il Ferrari.
Presa la decisione, preparati i documenti, i due giovani raggiunsero Genova.
C’è chi racconta che, in attesa della partenza, gli sposi si fossero fermati in una bettola del porto, dove li avrebbero derubati di tutti i soldi. Cosa abbastanza consueta in quel contesto. Comunque, alla fine, salparono.
La nave era la stessa su cui, tre anni dopo, si sarebbero imbarcati i nonni paterni e il padre - allora ventunenne - di papa Francesco.
In Argentina, già da decenni, gli italiani avevano formato associazioni e dato vita a giornali con i quali cercavano di costruire oasi di italianità. Le celebrazioni per le feste civili italiane spesso vedevano una quantità di bandiere tricolore tanto grande da far sembrare Buenos Aires una città italiana. Già nel 1895, infatti, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani.

lunedì 31 dicembre 2018

ESAI DELLE RONDINI - FAVOLA


 ESAI DELLE RONDINI

C’era una volta una mamma che viveva vicino a una sorgente, ai limiti del deserto.
Aveva appena messo al mondo il suo bambino, il piccolo Esai (che significa ‘dono’), e se ne stava, tutta sola, in una povera capanna di paglia e fango, addossata a una palma da datteri, insieme alle pecore, alle caprette, ai colombi, a una mucca, un gallo, due galline e un gatto rosso.
Il marito era dovuto partire prima che il bimbo nascesse: il suo mestiere richiedeva spostamenti e, da mesi, era andato a prestare la sua opera come carpentiere al palazzo del re.
La reggia era molto distante, nella grande città capitale del reame, e l’uomo sarebbe ricomparso solo a lavoro concluso. La moglie aveva una vecchia madre, tuttavia questa viveva lontano, sulle rive del lago dall’altra parte del deserto, insieme alla figlia più giovane e al genero che, di mestiere, faceva il pescatore. Era partito con il pianto nel cuore, il falegname, perché sapeva quanto sarebbe stato difficile per la moglie, finalmente incinta, occuparsi di tutto e in perfetta solitudine.
Soltanto dopo diversi anni e tante preghiere, tante suppliche all’Altissimo perché concedesse loro il dono della vita, Esai era comparso nel grembo della mamma e il sogno si era avverato.
Era nato con lunghi capelli rossi, del tutto identici al pelo del gatto, e grandi occhi blu.
Sorrideva sempre. Guardava la sua mamma e sorrideva. «Ridi, ridi, piccolo mio, mio tesoro. Sei venuto da lassù, e il cielo ti è rimasto negli occhi», lo vezzeggiava lei, mentre lo allattava, legato nella fascia, e, intanto, attingeva l’acqua alla fonte.

La capanna era piccola, con una larga tenda dinanzi che la riparava dal sole. Sotto quella tenda, tre pietre costituivano il focolare su cui poter preparare i cibi. Bathsheva, la mamma di Esai, cuoceva ogni giorno il suo pane sulle pietre, prima di portare le bestie al pascolo e poi ad abbeverarle alla fonte. Con il marito Hadas, aveva potuto costruire la propria abitazione vicino all’acqua in cambio di una promessa agli esattori del re: i due sposi, oltre a occuparsi del pascolo, avrebbero irrigato anche un campo di grano, dopo averlo arato e seminato, per poi portarne tutto il ricavato alla reggia.
Perfino il letame della mucca, ben essiccato, la giovane Bathsheva doveva ammonticchiarlo e poi consegnarlo agli esattori, perché sarebbe stato utilizzato come combustibile per le cucine della reggia. A ogni primavera, nell’umile capanna arrivavano le rondini. Fabbricavano tanti nidi sotto il tetto di paglia e sapevano che nessuno si sarebbe lamentato per la loro presenza, sapevano di essere ospiti gradite. Sapevano che i padroni della casupola non le avrebbero allontanate a causa dei bisognini dei loro piccoli che imbrattavano di bianco le pareti. Bathsheva avrebbe semplicemente ricoperto di fango quegli schizzi e le avrebbe salutate alla loro partenza, non come il re, che dal palazzo le aveva cacciate:«Forza, uccidete quei maledetti uccellacci!», aveva ordinato alle guardie, «Sporcano i miei marmi preziosi! Via!» Così, le guardie avevano distrutto tutti i nidi, e le rondini erano fuggite nel deserto.

giovedì 13 settembre 2018

TRE POETI - POESIE DEI FINALISTI DEL PREMIO LUCIANO SERRA


Alcune delle mie poesie presenti nel volume




















 Elissa

Vanno e tornano,
le onde; danzano,
lisciano la riva; la mordono
e consumano. Limano
le asperità sue,
incompiute.
La insaporiscono d’alghe morte
e sale.
E qui giungesti profuga,
Elissa, che Sicharbas, l’anima
del tuo amato
– vai, vai lontano –
t’aveva detto.
E tu dormivi.

Più debole appare la donna
nel sonno, nel dolore; 
le parlano, placati,
numi e spiriti,
quando in altro modo (vili?),
la ignorano.

- Vai, vai lontano – e tu fuggisti
con le navi e Anna e gli averi
del tuo Sicharbas, trucidato dal re,
e di Tiro i cittadini a te fedeli.

Ideasti, nella terra dell’approdo,
di nastri una cornice
limitante
ventidue stadi;
pelle di bue a strisce, a fili:
il perimetro
della bella Cartago. 

Pensava, il sovrano Iarba,
d’ingannarti
di farti sua.
(E tu ingannasti lui)

Andavano, tornavano
(i principi numidi e Iarba, il re)
insistevano.
Possederti era l’intento,
intaccando
le tue increspature,
levigando volontà e coraggio,
revocando la tua libertà.

Avanzano e ripiegano,
i frangenti del tuo mare,
insistenti.
- Sì, sarò tua sposa – hai detto.
(l’hai truffato, Iarba, ancora)

S’aggirava, gonfio il petto,
a gloriarsi:
predatore, tu preda;
il dominio, la vittoria,
il piacere dell’abuso
eran ghigno sul suo viso.

(E il poeta t’abusò, poi,
ancora,
mentendo - narrando,
per cancellarti com’eri -
la tua passione per Enea,
e di te disperata
e di te, non voluta,
che peristi)

Affrancata vivevi, Elissa Didone,
come le onde,
e pur l’aveva appreso, Virgilio
il menzognero.

Fiera,
respirasti il tuo mare,
la risacca e i bianchi flutti
e l’ostro salino.

A fondo ficcasti la spada
nelle viscere tue.
- Eccomi, vengo da te, mio Sicharbas-

(e lui, che, t’amava, t’attendeva)


Sidereus nuncius

È solo abbaglio la purezza degli astri.
Questo aveva afferrato
il suo occhio
studiando i cieli
dal cristallo di vetro.

Eccoli allora i tutori della verità, i chierici:
- Non puoi tu divulgare contro la Bibbia teorie empie -
A Roma, lo reclamarono,
lo citarono in giudizio.

Da lontano, al confino sul colle
di Arcetri, guardò ancora le stelle
e guardò il mondo ottuso;
incapace di riconoscere

il dono.



Diciotto anni

Insolito monumento
di cupa solitudine.
Sono morti troppo bene
questi diciott’anni
troppo bene.

Di fiori, le strade vestite
e di fontane ai bordi;
d’angosciosi dilemmi
colmi
i giorni.
(Hai visto? Che t’avevo detto?)

Vuote le pagine:
bianche
deserto
sgomento
e pochi minuti soltanto
pochi anni per riempirle.

Progettare un effetto di spazio
o soffocare
in assenza totale
d’aria
di colore
d’arcobaleni e mattini.

Noia (magma che assedia
e fagocita)
da intaccare, almeno.

E in ottobre le case
giaceranno abbandonate
tra cascate di nebbia,
e gli zingari accenderanno i fuochi
e un vecchio se ne andrà tremante
per un viottolo di foglie secche.


ROVINE - RACCOLTA DI POESIE DEDICATE AI CASTELLI DI MATILDE


Alcune delle poesie presenti nel libro















Nostalgia delle pareti

Le bufere non hanno atterrato
gli aceri e le querce:
di leggiadrìa sacra, i tronchi
non temono il vento
né la nebbia. 
I semi danzano e vanno,
volano, orientati dal cosmo, 
fin sulle pietre alte
torreggianti,
dove la luna
sorveglia l’insonnia dei gufi.
Hanno assunto il vivere
rasente l’abisso
gli alberi e i cespugli,
anche se costa e fa male.
Per nostalgia delle pareti,
delle travi sorelle
a difesa, o per sete millenaria,

che le tormente non fermano.



Sul confine

L’azzurro è limite, è il confine,
linea smerlata del precipizio,
infinito nel cielo e oltre.
L’universo riversa melodia
nell’utero del castello,
nel nostro grembo.
Quanto sangue, sui muri,
e quanti baci, nella luce azzurra
oltre il margine infranto.
Ogni pena, nella vita,
tutto il male che ci offende
si riordina e sbiadisce
sul confine.
Riprendere fiato a fondo
dobbiamo,
e odorare le foglie, la neve,
le viole e i narcisi.

Odorare la calendula
e i minuti secondi che ci restano.
 


In attesa

Nelle ore smorte di certi giorni
si attende chi non arriva
tra le pietre,
e si celebra ogni assenza,
ogni rimpianto,
con battesimi di pioggia fine.
Di sasso in sasso, sui gradini,
l’umidità scioglie la solitudine,
dilava dal volto la ruggine bruna
del rancore, la stilettata dolente,
irritante,
di vecchi abbandoni.
La pioggia è innocente, è compagna.
È confidente sicura, come i laterizi
delle scalinate, e le tegole rosse
figlie di arcaiche fornaci.
Colano invisibili le lacrime
sotto la pioggia
nell’attesa di chi non arriva.

Siamo tutti in cerca di un villaggio,
in attesa inquieta di un incontro.



L’inverno dell’anima

Fiocchi di neve smarriti,
ammassati nelle strettoie,
collane di perle abbandonate,
abbozzano marosi di spuma.
Muraglie come grovigli
di fauci nevose
labirinti dove l’anima
cristallizza, pietrifica,
si fa diamante
e solleva tra le braccia
il bambino ferito
della propria interiorità.
E gli mostra, a ponente,
i poggi estivi

dove sbocceranno i papaveri.





  Canossa

C’era un nido sulla vetta piana,
su questa pietra riparata, fragile,
bianca, consumata,
come certi inverni di gennaio,
quando onde brune di scirocco
smembrano le nevi.
C’era una roccaforte
altera, bellicosa
sullo scoglio, sull’isola
dai riflessi di sale,
sovrana dei calanchi;
fortezza, ora, bruciata dal fulmine,
abbaglio di ieri, sembianza che sfugge
tra le rovine,
tra residui macchiati di malinconia:
illusione spezzata per sempre.
Eppure, quel nido disfatto
non è pietra abbattuta,
ma un sentiero da imboccare
a piedi nudi.
Proseguiamo sui passi di chi,
nel fondale del crepuscolo,
proietta da secoli lontani

le nostre ombre.

  

Lei

Si può solo tacere, qui
davanti al cuore del mondo
e rimanere sazi di bellezza
come una corolla in faccia al sole.
Non si ha voglia di alzarsi
dal fresco dell’erba
dove riposa il sogno dell’estate.
Ci si scopre rapiti da una festa limpida,
sotto il quieto blu 
che avvolge i colli.
Dolce terra, consacrata, protetta
con la pazzia di un grande amore, 
da Lei, che ancora cammina,
lungo strade e sentieri
e mai accetterà l’esilio.
Cammina superba e libera semi
nel terreno rigoglioso

dove tutto ebbe inizio.



giovedì 29 marzo 2018

NEVE DI FEBBRAIO - POESIA

Neve di febbraio

Foderato il bosco, il suolo: fronde e tronchi
gonfi e agghindati
in raccolto torpore;
in parabole nere, corvi gracchianti
a lamentare l’assenza
tra le chiome
di prede e noci, e di ripari ospitali.
Impone, la natura, inerzia all’uomo,
riposo
silenzio. Dei pensieri ascolto.

Contrastiamo – indocili - ogni tregua,
invece,
anche quella, bianca, della neve,
come il pettirosso affamato
volato
a ripulire briciole sui balconi.

Che forse temiamo di morire
di quiete.

Noi, che paventiamo
l’ascolto della mente.

venerdì 16 marzo 2018

DISTILLO SILENZIO - CICLI

Cicli

Poi ci si abitua ai vortici
di nuvole festose
districanti sul blu
fronzoli di vapore.

Poi ci si abitua ai vortici
di fumo e profumo
di legna e castagne
e nebbioso muschio.

Poi ci si abitua ai vortici
di rosso vermiglio e oro
e ruggine e bruno
dei pampini caduti.

Poi ci si abitua ai vortici
puliti e ipnotizzanti
di tenere falde nugolo
a silenziare la terra.

Poi aspetterò i vortici
dei fiori dei ciliegi,
del prugnolo selvatico,
del biancospino.

E sarà un turbinio
di bianco lungo le siepi
nel tempo delle nozze

e delle prime comunioni.

DISTILLO SILENZIO - GHIACCIO E FUOCO

Ghiaccio e fuoco

Dai moti caotici
di atomi pulsanti,
ordinati,
senza tempo orbitanti,
dai sentieri opachi
di vie siderali,
distillo armonia.

Strimpello
trame distese e fibre,
stracci di comete
antiche.
Ghiaccio.

Distillo equilibrio
da privazioni atroci:
ferite
mie, remote.
Ghiaccio
su squarci che serbano
angoscia,
ghiaccio che tiene
l’urlo.

Le comete causano vita
ancora.
E io lo so
d’esser figlia del fuoco
e del ghiaccio.

Dello spasimo
d’uno squarcio
torrido
di pugnale
(fuoco e ghiaccio)

nell’atmosfera.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 3

http://www.sdiario.com/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid-3-di-normanna-albertini/



Scorte di carta

“Sono qui in Rsa”, mi scrive mia nipote Elena sul cellulare, “la nonna sta conversando con le amiche e dice che la settimana scorsa è stata a Gombio, dove don Valerio aveva organizzato un ritrovo di tutti i paesani...”. Peccato che don Valerio sia morto da diversi anni e che non fosse più parroco di Gombio da decenni. E che mia madre non partecipasse mai né alla messa né a raduni con il prete. Come credi che mi senta, amico mio che sei nei cieli, mio santo da me requisito in attesa di un miracolo, come credi che stia, io, quando mia madre fa così?
“C’era pieno, secondo lei”, continua mia nipote, “e, secondo lei, ‘vero che l’ambiente non è molto vasto, ma è tenuto ben pulito’. Ora sta spiegando alle amiche che sono sua figlia...”.
Hai capito, caro fraticello? Ha le allucinazioni, eppure ce ne accorgiamo solo noi familiari stretti; per chi la incrocia dieci minuti, per chi viene da fuori - persino per il medico - siccome riferisce le sue storie in modo verosimile, ha un cervello ancora funzionante. Sono io ad avere le allucinazioni.
“Mamma, è venuta Elena a trovarti?”, le chiedo a sera, all’uscita dalla struttura.
Scuote il capo decisa. “Io non l’ho vista.” Non l’ha vista: garantito, se l’ha scambiata per me. Comunque, le ragazze mi dicono che non è messa male rispetto agli altri ospiti, e magari fossero tutti come lei. Sì, ogni tanto scappa dalle stanze del diurno, zoppicando e barcollando con il suo bastone – che se cade, va in mille pezzi, mi ha detto l’ortopedico - e fila nel salone a chiacchierare con gli ospiti della casa protetta, però è tranquilla. E mangia come un lupo, dicono le ragazze.
I panini che avanzano a pranzo, glieli trovo nella tasca della giacca, ben avvolti, ma proprio imballati con strati di tovaglioli, che non abbia a cadere neanche una briciola.
Chissà perché gli anziani diventano tutti raccoglitori compulsivi di carta e metodici ripiegatori della stessa. E come la ripiegano bene, meglio della pasta sfoglia, con precisione geometrica!
Mia mamma s’infila tovaglioli ovunque: nelle tasche dei pantaloni, nel reggiseno, nelle maniche delle maglie. La sera, quando la spoglio, è tutto uno svolazzare di carte sul letto e sul pavimento, tovaglioli di ogni colore, che poi, ossessivamente, lei raccoglie e infila sotto al cuscino; non si sa mai che possano servire.
L’accumulo compulsivo di carta era anche di mia suocera: sacchetti del pane a decine, ripiegati da sembrare stirati a caldo, carte dell’affettato, carta dei pacchi regalo, carta lucida dell’uovo di Pasqua, e poi le terribili bustine di plastica della spesa, fatte su a triangolo e infilate in altre buste della spesa e poi infilate in qualche tiretto. Mia suocera aveva vent’anni, durante la seconda guerra mondiale, e ricordava che mancava il sapone, che non si riusciva a trovare una crema e scarseggiava il sale. Quando morì, schiudemmo le ante di alcuni pensili e ci apparvero cataste di sapone di marsiglia, creme, saponette, borotalco, mentre un armadietto di cucina era colmo di pacchetti di sale. Si era preparata le scorte per un’altra – eventuale - guerra.
Mia mamma, invece, io non lo sapevo, ma aveva saturato la madia e la credenza di vassoi di carta: quelli della pizza, quelli dei pasticcini, quelli delle torte che le portavo io. Non li usava più, ma li conservava tutti: unti, puzzolenti, affastellati in perfetto ordine, che non si sa mai.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 2

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Cosa vuoi saperne tu?

Le fisso i capelli con quattro fermagli vivaci: graziosi, rosa e blu a pois bianchi, da bimba.
A lei piacciono; glieli metto, altrimenti con le dita si pettina all’indietro, si pressa i capelli, li stira tanto che sembra uscita da una di quelle crudeli foto pre legge Basaglia.
Glieli ho dovuti far tagliare, dopo l’ultimo ricovero in ospedale: via la grossa treccia grigia che poteva creare problemi di governabilità. Troppi capelli, troppo lunghi e le operatrici sanitarie, sempre affannate per il carico di lavoro ormai insensato, non ce la possono fare. Comunque, lei non è abituata ai capelli corti; se li sposta dalla fronte, dalle orecchie, li maltratta, li pigia sul capo a dispetto delle mani deturpate dall’osteoartrosi. Con quelle dita storte riesce a fare poco altro, ma riesce comunque a spettinarsi.
“Dai, le mie amiche saranno già tutte su.”, mi dice, mentre le passo la crema sul viso e sulle mani. Ha indossato volentieri un maglioncino amaranto: forse le sue amiche le avranno detto che le sta bene, perché solitamente non gradisce i colori sgargianti. O sarà stato qualche amico a farle i complimenti. È agitata: bisogna muoversi, perché tutti saranno ad aspettarla lassù al Centro diurno, non si può fare tardi. In realtà, dubito che, dopo mezz’ora, si ricordino di lei, visto il pessimo livello  di lucidità degli ospiti, ma glielo lascio credere. “Ah, sai, con Savino ci ballavo sempre...”, dice riferendosi a uno di loro, d’una decina d’anni più anziano di lei. “Ma quanto puoi averci ballato, mamma?”, “Ci ho ballato sì! Andavamo sempre a ballare alle feste di paese, eh... ho ballato sì, cosa vuoi saperne tu!”
Ho i nervi a fior di pelle, anzi: mi sento proprio senza pelle, e quel “cosa vuoi saperne tu” è sale sulla carne viva. Poi raccontatemi che “ci vuole pazienza”, che “lo sai, è la malattia”.
È la malattia sì, ma lei è mia madre e la sua continua svalutazione riapre piaghe mai chiuse.  
Caro il mio santo che stai sul termosifone, quanto può aver ballato, mia madre, se a diciotto anni era incinta di me e se, poi, negli anni seguenti, non è più uscita di casa per divertirsi?
Pensa che non rammenta, a distanza di cinque minuti, cos’ha mangiato, o se è andata in bagno, ma le sagre con i suonatori e i suoi compagni di danze di settantacinque anni fa sì: quelli li ricorda.
Un violino, una fisarmonica, una chitarra, qualche fiasco di vino e si ballava. Sulle aie, dove si trebbiava il grano a luglio, ma anche nelle radure dei boschi, sotto i castagni. Le ragazzine in cerca del moroso (perché se non avevi un moroso a quattordici anni, poi rimanevi zitella) e pattuglie agguerrite di vecchie nonne ad accompagnarle. Le vecchie nonne avranno avuto cinquanta, sessant’anni, eppure erano indubbiamente vecchissime: sdentate, avvolte nei loro scialli neri, con il fazzoletto in testa e l’immancabile grembiule legato proprio sotto i seni cadenti. Vecchissime e implacabili guardiane delle loro nipoti ancora inviolate.
Le ragazze animavano le serate con discrezione, ma bisogna pur raccontarla fino in fondo: c’era sempre quella che “la dava via”, nonostante la nonna gendarme, quella con cui si divertivano un po’ tutti e tutti sapevano che “ci stava”. Quella che si ripresentava sul ballo, dopo essere sparita nel buio, con la camicetta sgualcita e la gonna macchiata. Mia madre ne parla ancora con grande scandalo. Però dice che erano figlie di famiglie alla fame, e che lo facevano per avere qualcosa da mettere sotto i denti. Lo dice per giustificare qualcosa che anche oggi le pare troppo vergognoso da accettare.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 1

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Bandiera bianca
Ci fosse Nembo Kid, chiederei a lui. Ma non esiste. Mi ero innamorata di lui, da bambina, quando ancora non si chiamava Superman e per collega aveva la bionda Nembo Star; in ogni caso, lui non esiste. Dunque, non ho alternativa: parlo con te. Invoco te.
Che, almeno, una vita prima della morte l’hai avuta. Ti prendo in ostaggio, ti ricatto.
Ricattare un beato, in mancanza d’altro, non è certo un crimine; tutt’al più è disperazione.
Stai lì, sulla mensola del termosifone: un ‘santino’ - che mi regalò non ricordo chi - e che fisso ogni sera, mentre m’infilo sotto le lenzuola (e le coperte, e pure una pelliccia di volpe che vinsi in un supermercato ma che non ho mai messo). Ti guardo e parlo con te; perché non si sa mai.
Quando si è disperati, da dove possa giungere la salvezza non si sa mai.
Gli scogli vanno tutti bene (sempre che non diventino pericolosi). E tu non sei un pericolo.
La pelliccia di volpe fa compagnia e conforta. È morta come te, caro santo, ma ha avuto una vita.
Non so nemmeno se sono disperata. Rassegnata, forse; sconfitta. Mi arrendo: inutile che puntiate la pistola da lassù, voi tutti santi numi delle altezze. Mi arrendo. Bandiera bianca.
Dopo penserò alla disperazione; per il momento non ho tempo. ‘Dopo’ non so ‘cosa’ sia, né in che luogo né in che periodo, però so che ci sarà un ‘dopo’; una fine, una resurrezione.
Prima o poi scappo - mi dico - lascio tutti e scappo (sui monti, in mezzo ai boschi, a campare di bacche e lucertole, a farmi divorare dai lupi che, però, dicono non attacchino gli umani), tuttavia lo faccio ‘dopo’: quando avrò risolto anche questo ennesimo problema e sgarbugliato questo ennesimo viluppo di miserie. Mio padre non verrà a cercarmi. Non può.
Mio padre, quando aveva voglia di erbazzone, scendeva nell’orto e raccoglieva le bietole.
Pali di castagno conficcati nel terreno sostenevano una rete da polli e un cancelletto leggero leggero, dello stesso materiale, delimitando i pochi metri quadri del suo orticello; dentro, una tinozza di plastica e un tubo di gomma per innaffiare le piante. Indispensabile, il recinto, per tenere alla larga cinghiali e caprioli, anche se proprio un capriolo, mio padre, ce l’aveva trovato dentro, perché quelle deliziose bestiole saltano anche le recinzioni.
Come culla per le sue verdure, mio padre aveva scelto un luogo dove, molti anni prima - e per decenni - c’era stato il letamaio. Ché il letame rende allegri gli ortaggi. E pure chi se ne prende cura. Sul letamaio, da bambina, avevo spinto la carrozzina contenente mio fratello, il quale era finito a faccia in giù sul letame. Certo che, prima di fare un figlio dopo l’altro, bisognerebbe essere sicuri di potersene occupare; allora, in ogni caso, i figli capitavano. Credo che nessuno li volesse davvero, o forse le famiglie volevano solo figli maschi. Io ero nata femmina, purtroppo.