giovedì 13 settembre 2018

TRE POETI - POESIE DEI FINALISTI DEL PREMIO LUCIANO SERRA


Alcune delle mie poesie presenti nel volume




















 Elissa

Vanno e tornano,
le onde; danzano,
lisciano la riva; la mordono
e consumano. Limano
le asperità sue,
incompiute.
La insaporiscono d’alghe morte
e sale.
E qui giungesti profuga,
Elissa, che Sicharbas, l’anima
del tuo amato
– vai, vai lontano –
t’aveva detto.
E tu dormivi.

Più debole appare la donna
nel sonno, nel dolore; 
le parlano, placati,
numi e spiriti,
quando in altro modo (vili?),
la ignorano.

- Vai, vai lontano – e tu fuggisti
con le navi e Anna e gli averi
del tuo Sicharbas, trucidato dal re,
e di Tiro i cittadini a te fedeli.

Ideasti, nella terra dell’approdo,
di nastri una cornice
limitante
ventidue stadi;
pelle di bue a strisce, a fili:
il perimetro
della bella Cartago. 

Pensava, il sovrano Iarba,
d’ingannarti
di farti sua.
(E tu ingannasti lui)

Andavano, tornavano
(i principi numidi e Iarba, il re)
insistevano.
Possederti era l’intento,
intaccando
le tue increspature,
levigando volontà e coraggio,
revocando la tua libertà.

Avanzano e ripiegano,
i frangenti del tuo mare,
insistenti.
- Sì, sarò tua sposa – hai detto.
(l’hai truffato, Iarba, ancora)

S’aggirava, gonfio il petto,
a gloriarsi:
predatore, tu preda;
il dominio, la vittoria,
il piacere dell’abuso
eran ghigno sul suo viso.

(E il poeta t’abusò, poi,
ancora,
mentendo - narrando,
per cancellarti com’eri -
la tua passione per Enea,
e di te disperata
e di te, non voluta,
che peristi)

Affrancata vivevi, Elissa Didone,
come le onde,
e pur l’aveva appreso, Virgilio
il menzognero.

Fiera,
respirasti il tuo mare,
la risacca e i bianchi flutti
e l’ostro salino.

A fondo ficcasti la spada
nelle viscere tue.
- Eccomi, vengo da te, mio Sicharbas-

(e lui, che, t’amava, t’attendeva)


Sidereus nuncius

È solo abbaglio la purezza degli astri.
Questo aveva afferrato
il suo occhio
studiando i cieli
dal cristallo di vetro.

Eccoli allora i tutori della verità, i chierici:
- Non puoi tu divulgare contro la Bibbia teorie empie -
A Roma, lo reclamarono,
lo citarono in giudizio.

Da lontano, al confino sul colle
di Arcetri, guardò ancora le stelle
e guardò il mondo ottuso;
incapace di riconoscere

il dono.



Diciotto anni

Insolito monumento
di cupa solitudine.
Sono morti troppo bene
questi diciott’anni
troppo bene.

Di fiori, le strade vestite
e di fontane ai bordi;
d’angosciosi dilemmi
colmi
i giorni.
(Hai visto? Che t’avevo detto?)

Vuote le pagine:
bianche
deserto
sgomento
e pochi minuti soltanto
pochi anni per riempirle.

Progettare un effetto di spazio
o soffocare
in assenza totale
d’aria
di colore
d’arcobaleni e mattini.

Noia (magma che assedia
e fagocita)
da intaccare, almeno.

E in ottobre le case
giaceranno abbandonate
tra cascate di nebbia,
e gli zingari accenderanno i fuochi
e un vecchio se ne andrà tremante
per un viottolo di foglie secche.


ROVINE - RACCOLTA DI POESIE DEDICATE AI CASTELLI DI MATILDE


Alcune delle poesie presenti nel libro















Nostalgia delle pareti

Le bufere non hanno atterrato
gli aceri e le querce:
di leggiadrìa sacra, i tronchi
non temono il vento
né la nebbia. 
I semi danzano e vanno,
volano, orientati dal cosmo, 
fin sulle pietre alte
torreggianti,
dove la luna
sorveglia l’insonnia dei gufi.
Hanno assunto il vivere
rasente l’abisso
gli alberi e i cespugli,
anche se costa e fa male.
Per nostalgia delle pareti,
delle travi sorelle
a difesa, o per sete millenaria,

che le tormente non fermano.



Sul confine

L’azzurro è limite, è il confine,
linea smerlata del precipizio,
infinito nel cielo e oltre.
L’universo riversa melodia
nell’utero del castello,
nel nostro grembo.
Quanto sangue, sui muri,
e quanti baci, nella luce azzurra
oltre il margine infranto.
Ogni pena, nella vita,
tutto il male che ci offende
si riordina e sbiadisce
sul confine.
Riprendere fiato a fondo
dobbiamo,
e odorare le foglie, la neve,
le viole e i narcisi.

Odorare la calendula
e i minuti secondi che ci restano.
 


In attesa

Nelle ore smorte di certi giorni
si attende chi non arriva
tra le pietre,
e si celebra ogni assenza,
ogni rimpianto,
con battesimi di pioggia fine.
Di sasso in sasso, sui gradini,
l’umidità scioglie la solitudine,
dilava dal volto la ruggine bruna
del rancore, la stilettata dolente,
irritante,
di vecchi abbandoni.
La pioggia è innocente, è compagna.
È confidente sicura, come i laterizi
delle scalinate, e le tegole rosse
figlie di arcaiche fornaci.
Colano invisibili le lacrime
sotto la pioggia
nell’attesa di chi non arriva.

Siamo tutti in cerca di un villaggio,
in attesa inquieta di un incontro.



L’inverno dell’anima

Fiocchi di neve smarriti,
ammassati nelle strettoie,
collane di perle abbandonate,
abbozzano marosi di spuma.
Muraglie come grovigli
di fauci nevose
labirinti dove l’anima
cristallizza, pietrifica,
si fa diamante
e solleva tra le braccia
il bambino ferito
della propria interiorità.
E gli mostra, a ponente,
i poggi estivi

dove sbocceranno i papaveri.





  Canossa

C’era un nido sulla vetta piana,
su questa pietra riparata, fragile,
bianca, consumata,
come certi inverni di gennaio,
quando onde brune di scirocco
smembrano le nevi.
C’era una roccaforte
altera, bellicosa
sullo scoglio, sull’isola
dai riflessi di sale,
sovrana dei calanchi;
fortezza, ora, bruciata dal fulmine,
abbaglio di ieri, sembianza che sfugge
tra le rovine,
tra residui macchiati di malinconia:
illusione spezzata per sempre.
Eppure, quel nido disfatto
non è pietra abbattuta,
ma un sentiero da imboccare
a piedi nudi.
Proseguiamo sui passi di chi,
nel fondale del crepuscolo,
proietta da secoli lontani

le nostre ombre.

  

Lei

Si può solo tacere, qui
davanti al cuore del mondo
e rimanere sazi di bellezza
come una corolla in faccia al sole.
Non si ha voglia di alzarsi
dal fresco dell’erba
dove riposa il sogno dell’estate.
Ci si scopre rapiti da una festa limpida,
sotto il quieto blu 
che avvolge i colli.
Dolce terra, consacrata, protetta
con la pazzia di un grande amore, 
da Lei, che ancora cammina,
lungo strade e sentieri
e mai accetterà l’esilio.
Cammina superba e libera semi
nel terreno rigoglioso

dove tutto ebbe inizio.



giovedì 29 marzo 2018

NEVE DI FEBBRAIO - POESIA

Neve di febbraio

Foderato il bosco, il suolo: fronde e tronchi
gonfi e agghindati
in raccolto torpore;
in parabole nere, corvi gracchianti
a lamentare l’assenza
tra le chiome
di prede e noci, e di ripari ospitali.
Impone, la natura, inerzia all’uomo,
riposo
silenzio. Dei pensieri ascolto.

Contrastiamo – indocili - ogni tregua,
invece,
anche quella, bianca, della neve,
come il pettirosso affamato
volato
a ripulire briciole sui balconi.

Che forse temiamo di morire
di quiete.

Noi, che paventiamo
l’ascolto della mente.

venerdì 16 marzo 2018

DISTILLO SILENZIO - CICLI

Cicli

Poi ci si abitua ai vortici
di nuvole festose
districanti sul blu
fronzoli di vapore.

Poi ci si abitua ai vortici
di fumo e profumo
di legna e castagne
e nebbioso muschio.

Poi ci si abitua ai vortici
di rosso vermiglio e oro
e ruggine e bruno
dei pampini caduti.

Poi ci si abitua ai vortici
puliti e ipnotizzanti
di tenere falde nugolo
a silenziare la terra.

Poi aspetterò i vortici
dei fiori dei ciliegi,
del prugnolo selvatico,
del biancospino.

E sarà un turbinio
di bianco lungo le siepi
nel tempo delle nozze

e delle prime comunioni.

DISTILLO SILENZIO - GHIACCIO E FUOCO

Ghiaccio e fuoco

Dai moti caotici
di atomi pulsanti,
ordinati,
senza tempo orbitanti,
dai sentieri opachi
di vie siderali,
distillo armonia.

Strimpello
trame distese e fibre,
stracci di comete
antiche.
Ghiaccio.

Distillo equilibrio
da privazioni atroci:
ferite
mie, remote.
Ghiaccio
su squarci che serbano
angoscia,
ghiaccio che tiene
l’urlo.

Le comete causano vita
ancora.
E io lo so
d’esser figlia del fuoco
e del ghiaccio.

Dello spasimo
d’uno squarcio
torrido
di pugnale
(fuoco e ghiaccio)

nell’atmosfera.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 3

http://www.sdiario.com/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid-3-di-normanna-albertini/



Scorte di carta

“Sono qui in Rsa”, mi scrive mia nipote Elena sul cellulare, “la nonna sta conversando con le amiche e dice che la settimana scorsa è stata a Gombio, dove don Valerio aveva organizzato un ritrovo di tutti i paesani...”. Peccato che don Valerio sia morto da diversi anni e che non fosse più parroco di Gombio da decenni. E che mia madre non partecipasse mai né alla messa né a raduni con il prete. Come credi che mi senta, amico mio che sei nei cieli, mio santo da me requisito in attesa di un miracolo, come credi che stia, io, quando mia madre fa così?
“C’era pieno, secondo lei”, continua mia nipote, “e, secondo lei, ‘vero che l’ambiente non è molto vasto, ma è tenuto ben pulito’. Ora sta spiegando alle amiche che sono sua figlia...”.
Hai capito, caro fraticello? Ha le allucinazioni, eppure ce ne accorgiamo solo noi familiari stretti; per chi la incrocia dieci minuti, per chi viene da fuori - persino per il medico - siccome riferisce le sue storie in modo verosimile, ha un cervello ancora funzionante. Sono io ad avere le allucinazioni.
“Mamma, è venuta Elena a trovarti?”, le chiedo a sera, all’uscita dalla struttura.
Scuote il capo decisa. “Io non l’ho vista.” Non l’ha vista: garantito, se l’ha scambiata per me. Comunque, le ragazze mi dicono che non è messa male rispetto agli altri ospiti, e magari fossero tutti come lei. Sì, ogni tanto scappa dalle stanze del diurno, zoppicando e barcollando con il suo bastone – che se cade, va in mille pezzi, mi ha detto l’ortopedico - e fila nel salone a chiacchierare con gli ospiti della casa protetta, però è tranquilla. E mangia come un lupo, dicono le ragazze.
I panini che avanzano a pranzo, glieli trovo nella tasca della giacca, ben avvolti, ma proprio imballati con strati di tovaglioli, che non abbia a cadere neanche una briciola.
Chissà perché gli anziani diventano tutti raccoglitori compulsivi di carta e metodici ripiegatori della stessa. E come la ripiegano bene, meglio della pasta sfoglia, con precisione geometrica!
Mia mamma s’infila tovaglioli ovunque: nelle tasche dei pantaloni, nel reggiseno, nelle maniche delle maglie. La sera, quando la spoglio, è tutto uno svolazzare di carte sul letto e sul pavimento, tovaglioli di ogni colore, che poi, ossessivamente, lei raccoglie e infila sotto al cuscino; non si sa mai che possano servire.
L’accumulo compulsivo di carta era anche di mia suocera: sacchetti del pane a decine, ripiegati da sembrare stirati a caldo, carte dell’affettato, carta dei pacchi regalo, carta lucida dell’uovo di Pasqua, e poi le terribili bustine di plastica della spesa, fatte su a triangolo e infilate in altre buste della spesa e poi infilate in qualche tiretto. Mia suocera aveva vent’anni, durante la seconda guerra mondiale, e ricordava che mancava il sapone, che non si riusciva a trovare una crema e scarseggiava il sale. Quando morì, schiudemmo le ante di alcuni pensili e ci apparvero cataste di sapone di marsiglia, creme, saponette, borotalco, mentre un armadietto di cucina era colmo di pacchetti di sale. Si era preparata le scorte per un’altra – eventuale - guerra.
Mia mamma, invece, io non lo sapevo, ma aveva saturato la madia e la credenza di vassoi di carta: quelli della pizza, quelli dei pasticcini, quelli delle torte che le portavo io. Non li usava più, ma li conservava tutti: unti, puzzolenti, affastellati in perfetto ordine, che non si sa mai.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 2

http://www.sdiario.com/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid/ricattare-un-santo-in-mancanza-di-nembo-kid-1-di-normanna-albertini/


Cosa vuoi saperne tu?

Le fisso i capelli con quattro fermagli vivaci: graziosi, rosa e blu a pois bianchi, da bimba.
A lei piacciono; glieli metto, altrimenti con le dita si pettina all’indietro, si pressa i capelli, li stira tanto che sembra uscita da una di quelle crudeli foto pre legge Basaglia.
Glieli ho dovuti far tagliare, dopo l’ultimo ricovero in ospedale: via la grossa treccia grigia che poteva creare problemi di governabilità. Troppi capelli, troppo lunghi e le operatrici sanitarie, sempre affannate per il carico di lavoro ormai insensato, non ce la possono fare. Comunque, lei non è abituata ai capelli corti; se li sposta dalla fronte, dalle orecchie, li maltratta, li pigia sul capo a dispetto delle mani deturpate dall’osteoartrosi. Con quelle dita storte riesce a fare poco altro, ma riesce comunque a spettinarsi.
“Dai, le mie amiche saranno già tutte su.”, mi dice, mentre le passo la crema sul viso e sulle mani. Ha indossato volentieri un maglioncino amaranto: forse le sue amiche le avranno detto che le sta bene, perché solitamente non gradisce i colori sgargianti. O sarà stato qualche amico a farle i complimenti. È agitata: bisogna muoversi, perché tutti saranno ad aspettarla lassù al Centro diurno, non si può fare tardi. In realtà, dubito che, dopo mezz’ora, si ricordino di lei, visto il pessimo livello  di lucidità degli ospiti, ma glielo lascio credere. “Ah, sai, con Savino ci ballavo sempre...”, dice riferendosi a uno di loro, d’una decina d’anni più anziano di lei. “Ma quanto puoi averci ballato, mamma?”, “Ci ho ballato sì! Andavamo sempre a ballare alle feste di paese, eh... ho ballato sì, cosa vuoi saperne tu!”
Ho i nervi a fior di pelle, anzi: mi sento proprio senza pelle, e quel “cosa vuoi saperne tu” è sale sulla carne viva. Poi raccontatemi che “ci vuole pazienza”, che “lo sai, è la malattia”.
È la malattia sì, ma lei è mia madre e la sua continua svalutazione riapre piaghe mai chiuse.  
Caro il mio santo che stai sul termosifone, quanto può aver ballato, mia madre, se a diciotto anni era incinta di me e se, poi, negli anni seguenti, non è più uscita di casa per divertirsi?
Pensa che non rammenta, a distanza di cinque minuti, cos’ha mangiato, o se è andata in bagno, ma le sagre con i suonatori e i suoi compagni di danze di settantacinque anni fa sì: quelli li ricorda.
Un violino, una fisarmonica, una chitarra, qualche fiasco di vino e si ballava. Sulle aie, dove si trebbiava il grano a luglio, ma anche nelle radure dei boschi, sotto i castagni. Le ragazzine in cerca del moroso (perché se non avevi un moroso a quattordici anni, poi rimanevi zitella) e pattuglie agguerrite di vecchie nonne ad accompagnarle. Le vecchie nonne avranno avuto cinquanta, sessant’anni, eppure erano indubbiamente vecchissime: sdentate, avvolte nei loro scialli neri, con il fazzoletto in testa e l’immancabile grembiule legato proprio sotto i seni cadenti. Vecchissime e implacabili guardiane delle loro nipoti ancora inviolate.
Le ragazze animavano le serate con discrezione, ma bisogna pur raccontarla fino in fondo: c’era sempre quella che “la dava via”, nonostante la nonna gendarme, quella con cui si divertivano un po’ tutti e tutti sapevano che “ci stava”. Quella che si ripresentava sul ballo, dopo essere sparita nel buio, con la camicetta sgualcita e la gonna macchiata. Mia madre ne parla ancora con grande scandalo. Però dice che erano figlie di famiglie alla fame, e che lo facevano per avere qualcosa da mettere sotto i denti. Lo dice per giustificare qualcosa che anche oggi le pare troppo vergognoso da accettare.

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - 1

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Bandiera bianca
Ci fosse Nembo Kid, chiederei a lui. Ma non esiste. Mi ero innamorata di lui, da bambina, quando ancora non si chiamava Superman e per collega aveva la bionda Nembo Star; in ogni caso, lui non esiste. Dunque, non ho alternativa: parlo con te. Invoco te.
Che, almeno, una vita prima della morte l’hai avuta. Ti prendo in ostaggio, ti ricatto.
Ricattare un beato, in mancanza d’altro, non è certo un crimine; tutt’al più è disperazione.
Stai lì, sulla mensola del termosifone: un ‘santino’ - che mi regalò non ricordo chi - e che fisso ogni sera, mentre m’infilo sotto le lenzuola (e le coperte, e pure una pelliccia di volpe che vinsi in un supermercato ma che non ho mai messo). Ti guardo e parlo con te; perché non si sa mai.
Quando si è disperati, da dove possa giungere la salvezza non si sa mai.
Gli scogli vanno tutti bene (sempre che non diventino pericolosi). E tu non sei un pericolo.
La pelliccia di volpe fa compagnia e conforta. È morta come te, caro santo, ma ha avuto una vita.
Non so nemmeno se sono disperata. Rassegnata, forse; sconfitta. Mi arrendo: inutile che puntiate la pistola da lassù, voi tutti santi numi delle altezze. Mi arrendo. Bandiera bianca.
Dopo penserò alla disperazione; per il momento non ho tempo. ‘Dopo’ non so ‘cosa’ sia, né in che luogo né in che periodo, però so che ci sarà un ‘dopo’; una fine, una resurrezione.
Prima o poi scappo - mi dico - lascio tutti e scappo (sui monti, in mezzo ai boschi, a campare di bacche e lucertole, a farmi divorare dai lupi che, però, dicono non attacchino gli umani), tuttavia lo faccio ‘dopo’: quando avrò risolto anche questo ennesimo problema e sgarbugliato questo ennesimo viluppo di miserie. Mio padre non verrà a cercarmi. Non può.
Mio padre, quando aveva voglia di erbazzone, scendeva nell’orto e raccoglieva le bietole.
Pali di castagno conficcati nel terreno sostenevano una rete da polli e un cancelletto leggero leggero, dello stesso materiale, delimitando i pochi metri quadri del suo orticello; dentro, una tinozza di plastica e un tubo di gomma per innaffiare le piante. Indispensabile, il recinto, per tenere alla larga cinghiali e caprioli, anche se proprio un capriolo, mio padre, ce l’aveva trovato dentro, perché quelle deliziose bestiole saltano anche le recinzioni.
Come culla per le sue verdure, mio padre aveva scelto un luogo dove, molti anni prima - e per decenni - c’era stato il letamaio. Ché il letame rende allegri gli ortaggi. E pure chi se ne prende cura. Sul letamaio, da bambina, avevo spinto la carrozzina contenente mio fratello, il quale era finito a faccia in giù sul letame. Certo che, prima di fare un figlio dopo l’altro, bisognerebbe essere sicuri di potersene occupare; allora, in ogni caso, i figli capitavano. Credo che nessuno li volesse davvero, o forse le famiglie volevano solo figli maschi. Io ero nata femmina, purtroppo.

giovedì 31 agosto 2017

CORE - RACCONTO DA SELVA E DA BATTIGIA

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/gialli-noir/352735/di-giallo-e-dalacri-ombre/

Libro partecipante al concorso "Il mio libro 2017" 
contenente il racconto "Core"

Eccomi. Sono qui, aggrappata alle parole. Passeggio tra le lettere, respiro il profumo dell’inchiostro.
Eccomi sveglia, dopo chissà quanto. Sono sveglia, improvvisamente, e non capisco.
È pergamena la materia che mi circonda, pelle disseccata di pecora. La vedo per quel filo di luce che filtra da una crepa nel legno. Che ci sarà oltre?
Provo ad avvicinarmi. Un muro, e un’altra fessura. Una stanza bianca, pulita, straordinariamente pulita.
Non c’è fuliggine sulle travi, non c’è terra sul pavimento. Ma dov’è il focolare? Perché deve essere una cucina: il profumo di buon cibo è forte. Tanto da svegliarmi.
Incollo un occhio alla fessura. Un occhio? Ho gli occhi? Ma chi, “cosa” sono io? E perché sono qui?
C’è una donna là, nella stanza. È bionda, bella, indossa uno strano vestito, bella, bella, ma pare inspiegabilmente anziana.
Le vecchie non sono mai belle. Lei sì. Bionda, e con un bel sorriso: ha tutti i denti. Canticchia, e maneggia lucide pentole di metallo. Lucide come spade.
Che torpore. Mi sono svegliata, ma non ricordo di essermi addormentata. E dov’ero? Dove sono? Lettere e parole intorno a me, un rotolo di gialla pergamena in cui riesco a scivolare, inciampando appena nei rilievi dell’inchiostro. Sono morta, sono viva: non è tanto diverso; ma non è neanche la stessa cosa.
Mi vedranno? Mi sentiranno?
In fondo, povera e piccola come sono, la gente non mi ha mai visto. Mi incontrava, ma non mi vedeva. Come se fossi già morta. E se sono morta, chissà se anche la morte, come la vita, avrà una fine.
E chissà se adesso mi sarò svegliata in un’altra vita. Afferro con le mani (ho le mani?) un lembo del foglio e provo ad uscirne. Sono rinchiusa tra pareti di legno (una cassa?) illuminate da quell’unica, lunga fenditura. Però, poi, c’è un muro. Sento la polvere della malta.
Sono morta, viva, o pazza; è un sogno? Chi, “cosa” sono?
Fermi! Zitti! Ora c’è un uomo nella stanza, sento la sua voce. L’occhio appiccicato al buco mi si annebbia per lo sforzo, però riesco a vedere le mani dell’uomo, e i suoi fianchi.
È un uomo o un gigante? Deve essere molto, molto alto.
Rotolo, rotolo. Mi avvicino a un’altra crepa, quella nel muro dalla quale mi arriva un forte odore d’erba bagnata e di fiori. Rotolo, rotolo, esco dalla cassa, rotolo verso la luce e l’umido fragrante.
Una vertigine. Cado. La luce mi abbraccia e l’aria mi solleva.

domenica 27 agosto 2017

"IO RIPRESI L'AEREO E LASCIAI L'ETIOPIA"

Si tratta di una mia vecchia intervista del 2002; nel frattempo, Giuseppe Calcagno è morto. Sono felice di aver raccolto per tempo la sua testimonianza
Terre d'Africa


Il dipinto, nelle diverse tonalità del colore del cielo, ritraeva uno zingarello che giocava con un bastoncino. Il “maestro” era nel suo “periodo blu” e allo scolaretto, che sostava sognante dinanzi all’opera, chiese: “Il te plait?”   “Oui, maestro” , rispose il bambino. “Italianito?” continuò Picasso e, alla risposta affermativa del piccolo, staccò il quadro dalla parete e glielo donò.  A quella mostra di pittura a Vallauris, Giuseppe Calcagno  era stato accompagnato dagli insegnanti con tutti i bambini della scuola; aveva poco più di dieci anni e viveva in Provenza da quando ne aveva tre. Da quando il padre, socialista convinto, aveva dovuto abbandonare la sua Torino per “incomprensioni” con il regime dell’ Uomo della Provvidenza, come papa Ratti aveva definito un altro ex socialista di Predappio. Lo incontriamo a Cervarezza, nella sua bella villa di foggia alpina, dove si è stabilito da qualche anno con la moglie dopo aver condotto una vita nomade in vari paesi del mondo. Qui ha ricreato un piccolo angolo di terra provenzale, con gli stessi profumi forti della lavanda, del timo, dell’erba limoncina. “Ah la Provenza! – ci racconta – è il paradiso sulla terra! Mio padre lavorava nella compagnia francese dell’alluminio, la Pechiney, e nel villaggio di operai dove abitavamo erano presenti ben 16 nazionalità diverse. Soltanto gli arabi vivevano separati e ad essi erano assegnate le mansioni più pericolose, che comportavano l’uso del cloro. Ne morivano tanti. Noi, invece, stavamo bene. Ricordo che la mamma apparecchiava sempre per qualcuno in più, perché era normale che a tavola si aggiungessero, di volta in volta, socialisti o anarchici italiani. Ai primi di giugno del ’40, quando gli alpini irruppero nel villaggio, li accogliemmo con una grande festa.”  Nel ’43 la famiglia Calcagno rientrò in Italia, ma alla frontiera venne letteralmente spogliata di ogni avere dalla polizia, compreso il ritratto dello zingarello, dono di Pablo Picasso. Cominciò così una lenta e faticosa risalita, fatta di tanto lavoro, sacrifici, intelligenti intuizioni, che permisero a Giuseppe di conseguire un diploma e cominciare un’attività di venditore all’estero per conto di grandi ditte. “L’unico paese dove mi sono fermato soltanto per ventiquattrore è l’Etiopia- continua Giuseppe- erano gli anni ottanta e il mio primo incontro ad Addis Abeba fu con i soldati cubani di Fidel.
Stavano maltrattando dei bimbi che giocavano su un marciapiedi; intervenni chiedendo spiegazioni. Mi aggredirono insultandomi;  io ripresi l’aereo e lasciai l’Etiopia.” I corpi di spedizione cubani, insieme con navi ed aerei dell’Armata Rossa, erano in Etiopia dal ’77 per respingere le offensive del Fronte di liberazione dell’Eritrea (anch’esso marxista- leninista come il regime etiopico) e dell’esercito somalo. Negli anni successivi  la politica dissennata e violenta di Menghistu portò alla completa catastrofe agricola, amplificata dalla siccità, che sprofondò il paese in una miseria inenarrabile. Soltanto “Médicins sans frontières”  ebbe il coraggio di opporsi agli inutili e controproducenti aiuti internazionali, compresi quelli, famosi, della campagna delle rockstar americane, interpreti dell’inno We are the world che, ancora nel 1985, foraggiarono il dittatore lasciando a mani vuote il suo popolo. Ma sono tanti i popoli e i paesi di cui ci narra il signor Giuseppe, e il suo racconto è “affollato” e difficile da dipanare:“ In Afghanistan arrivai per caso, perché in Iran avevo incontrato l’architetto generale della città di Kabul. L’Afghanistan era poverissimo, ma meraviglioso, impressionante per la gentilezza, la pulizia e l’onestà della gente.