il Blog di Normanna Albertini - Insegnante e scrittrice. "Ogni persona brilla con luce propria fra le altre. Ci sono persone di un fuoco sereno, che non sente neanche il vento e persone di un fuoco pazzesco, che riempie l'aria di scintille. Alcuni fuochi, fuochi sciocchi, né illuminano né bruciano, ma altri si infiammano con tanta forza che non si può guardarli senza esserne colpiti, e chi si avvicina si accende." (Eduardo Galeano)
martedì 21 agosto 2012
lunedì 20 agosto 2012
PIETRO DA TALADA: QUEL PITTORE MISTERIOSO E SCONOSCIUTO
Pietro da Talada: quel pittore misterioso e sconosciuto.
Intervista a Normanna Albertini
http://www.loschermo.it/articoli/view/45616
REGGIO EMILIA, 19 agosto- Un pittore misterioso di cui, sino a qualche decennio fa, gli storici dell'arte ignoravano l'esistenza. Un pittore di cui, ad oggi, si conoscono un pugno di opere che però bastano per farci capire il calibro di un artista straordinario che qualcuno ha definito “uno dei più grandi pittori della storia dell’umanità”.
Un pugno di opere sparse tra la Garfagnana , l'Emilia e la Valle del Serchio a cominciare dall’inconfondibile trittico di Borsigliana, con la “Madonna col Bambino tra i Santi Prospero e Nicola”, poi con la “Madonna col Bambino” della chiesa di Santa Maria di Capraia di Pieve Fosciana. Per proseguire con la “Madonna col Bambino”, conservata nel Museo Nazionale di Villa Guinigi a Lucca, ma proveniente dalla chiesa di Rocca di Soraggio e la “Madonna Assunta”, fino alla chiesa di Santa Maria Assunta di Stazzema, in Versilia.
Opere realizzate sempre per luoghi romiti e solitari, raffiguranti, quasi ossessivamente, immagini di Maria, della Madonna col bambino, una madre-maestra che insegna la scrittura. Immagini di maternità arcaica e precristiana realizzate con un attenzione maniacale verso i particolari dei volti e degli abiti, sempre con un espressione malinconica, quasi distante.
È una storia misteriosa, che si perde nei meandri del tempo, si mescola, diventa leggenda quella del pittore noto, a critici e storici, come "maestro di Borsigliana", il cui nome era Pietro da Talada, paese emiliano in cui era nato e cresciuto “tra vacche e letame”, come ha scritto Maurizio Maggiani.
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| Alcune presentazioni dei libri su Pietro da Talada |
Realizza opere di inaudita bellezza per luoghi inattesi, chiese solitarie di terre di passaggio tra il Tirreno e le zone padane (tra le vie del sale e quelle dei pellegrini), capolavori per un popolo di pastori e boscaioli che volevano regalarsi il lusso di un quadro sacro.
A Borsigliana, per esempio, non più di dieci case, qualche stalla e un reticolo di metati smarriti nei boschi, i contadini gli fecero dipingere un trittico di una bellezza straordinaria.
Ma quello che ancora di più stupisce critici e storici è il suo stile. Il periodo storico e artistico in cui egli lavora è chiamato dal Giorgio Vasari “la seconda età” dell’arte. Cioè quella della Rinascenza. Eppure, Pietro sposa pienamente lo stile del gotico internazionale, almeno a vedere dalle sue enormi tavole a fondo oro che a una lettura superficiale paiono fuori luogo.
| Madonna del Soccorso opera di Pietro, foto di James Bragazzi |
Albertini ma chi è, veramente, Pietro da Talada?
“Del pittore non c’è, ad oggi, nessuna notizia biografica, la località di nascita dovrebbe essere appunto Talada, che si trova nel comune di Busana, in provincia di Reggio Emilia. La sua firma, poi andata persa, venne rinvenuta sul basamento della tavola della “Madonna col Bambino di Rocca Soraggio”, conservata dal 1986 al Museo di Villa Guinigi, datata 1463. A quell’opera vennero affiancate ad altre, tutte nel territorio garfagnino e apuano. Attorno al trittico di Borsigliana, reso noto nel 1963 da Giuseppe Ardinghi, si costituì un corpus di dipinti: la tavola di Stazzema, la Madonna con il Bambino ora in collezione privata a Firenze, i tre pannelli di predella con il viaggio e l'arrivo dei Magi e l'adorazione dei pastori, la Madonna con il Bambino ora a Villa Guinigi, un S. Giovanni Battista di cui si ignora l'attuale collocazione e infine il polittico di Corfino e la Madonna di Capraia”.
Come e quando ha conosciuto questa figura?
“Lo “conobbi” su uno dei volumi di “Storia delle donne” di Duby e rimasi piacevolmente sorpresa di fronte alla sua capacità di imprigionare e diffondere la luce, ma già l’avevo incontrato in una mostra a lui dedicata a Talada, curata da Pierdario Galassi. Ma ciò che più mi toccò furono i volti diafani, sempre soffusi di mestizia delle sua Madonne; una, in particolare, suscitò la mia curiosità: era Maria che insegnava a sillabare a Gesù tenuto sulle ginocchia. Un donna che insegnava a leggere e scrivere! Per di più utilizzando la pagina del Magnificat, la preghiera più sovversiva e rivoluzionaria che sia mai esistita.”
lunedì 30 luglio 2012
POESIE A SELVAPIANA - I GINESTRI DI PORTELLA, DI FRANCESCO BILLECI
I GINESTRI DI PORTELLA
Era lu primu maggiu ru quarantesetti
cu li cavusi curti e li scarpi senza quasetti
cu me matri e me patri n’capu li carretti
iamu vicinu ‘a chiana pi manciari
zemmula cu avutri cristiani a festeggiari.
U tirrenu era chinu ri ginestri in ciuri,
tuttu era chinu di l’oduri
i fimmini si mittianu li falari
e la tuvagghia n’terra ri parari.
Li masculi circavanu a ligna sicca r’addumari
lu focu p’arrustiri avianu a preparari
e quantu fumu biancu viria spagghari.
Un picciriddu m’addumannava
me matri calata c’arrustia
mi taliava ‘nta facci e mi ricia
“Senza curriri figghiu mio,
comportati bonu e nun fari vucciria”
eu la vasava cuntentu e comu un furmini
mezzu lu furmentu scumparia.
Era na bedda jurnata, eu jucava a mucciareddu
lu suli cucenti sbattia nta li petri comun enti
e d’oru li facia viriri a la genti.
C’era cu vivia e cu arrustia
cu vasava la zita e poi riria
cu si curcava nto virdi e poi s’addummiscia.
E mentri taliava me matri nca riria
e me patri nca cu n’avutru cristianu riscurria
tuttu nsemmulla sintivi li botti e bitti faiddi,
nun capia chi succiria
nterra ceranu tanti picciriddi
r’allatu a mia li cristiani
sammucciavanu comu li cunigghia
e circavanu addannati la famighia.
giovedì 19 luglio 2012
giovedì 12 luglio 2012
CON LE MANI, CON LE BRACCIA E CON IL CUORE - "Ieri e oggi il lavoro delle donne"
Serata sul lavoro femminile alla festa della Biasola (RE) - 16 giugno 2012
Apertura: Canti “Son la mondina son la sfruttata”
“Senti le rane che cantano”
Video: Proiezione in sottofondo delle foto delle mondine (Filmato)senza musica
Narratore
mia mamma mi diceva che… i mal di testa feroci che cominciarono in risaia, quand’aveva solo 14 anni, non l’hanno più abbandonata per tutta la vita. Acqua sotto, spesso acqua sopra, piegate, nella tensione continua, nella fatica disumana.
Erano quasi tutte ragazzine, allora. Alcune, di soli tredici anni, partivano per la prima volta , spensierate. Salivano all’alba su quel lungo treno-bestiame che le raccoglieva attraverso le campagne padane. Era, di solito, il 24 maggio. La sera tardi erano già in Piemonte, a Novara , a Vercelli . Venivano a prenderle alla stazione, con i carri, e poi via, verso le cascine, per quaranta, quarantacinque interminabili giorni. Sempre in gruppo, nel lavoro, nel canto, nella vita. Nello stanzone dormivano in venti (ma, a seconda delle dimensioni, anche in cinquanta o sessanta), coi fili per la biancheria stesi a raggiera tutt'intorno, c'era il pagliericcio da riempire di fieno e da cucire grossolanamente, delimitandolo a un'estremità con quella cassetta in legno che, per la mondina, era tutto: valigia, armadio, tavolo, cassaforte, rifugio, casa.
Sveglia alle 4.30, al più tardi alle 5: il caposquadra passava tra i pagliericci addormentati tirando più o meno scherzosamente i piedi ancora stanchi. Seguiva una rapida lavata nella fredda acqua della roggia, il fosso vicino alla cascina. Gli uomini direttamente impegnati nella monda del riso erano pochi: si trattava soprattutto di "cavallanti", circa quattro o cinque ogni cinquanta donne.
Mondine e cavallanti raggiungevano le terre bagnate, distanti anche mezz'ora di cammino, e lì iniziavano la giornata di lavoro che durava dalle otto alle dodici ore, spesso superando "inavvertitamente" la soglia sindacale.
Il lavoro era duro veramente. Nelle varie "quadre" o "piane", misurate in pertiche, in cui venivano suddivise le risaie, le donne, da sei o sette fino a dodici, si disponevano in file parallele. Così, a testa in giù, in mezzo all'acqua anche al ginocchio, fino a pomeriggio inoltrato, a mondare il riso,
Di tutti i tipi, erano gli animali: innanzitutto, bisce. Venivano afferrate, dalle più coraggiose, per la testa, fatte roteare due o tre volte in alto e poi scagliate all'indietro.
E c'erano tafani; i cervi d'acqua grandi come una noce, con vere e proprie corna; i sòregh, i topini d'acqua, che facevano il nido nel riso e che, mondando, si finiva per cogliere con la mano.
E la mariètta? La mariètta e il fa prèst, appena un po' più grande, erano insidiosi, invisibili come i pappataci; il loro morso, rapidissimo tra le dita affaticate, "faceva quasi perdere la ragione",
Per gli inevitabili bisogni fisiologici si faceva un passo indietro o lateralmente; non si poteva uscire dalla fila, non era permesso
"Sta' giù, piegati!", brontolavano le più vecchie, che la miseria ottocentesca aveva forse costretto a piegarsi non solo nel corpo.
I sacrifici quotidiani si prolungavano nel mangiare: scarso, ai limiti della sussistenza. Riso e fagioli, fagioli e riso. Per cambiare, maccheroni e riso. 1 kg . di riso al giorno, verso il '50, era anche l'aggiunta alla paga, da portare a casa. Volendo, si poteva comprare qualcosa da mangiare ma era un orgoglio, oltre che una necessità, tornare a casa con la "campagna" tutta intera.
martedì 10 luglio 2012
LA MAGIA DEL PANE - RACCONTO D'ESTATE
| Nonno Carlo e nonna Eva: il vino in tavola il giorno della sagra |
La scodella, protetta da un tovagliolo, sostava per una settimana in un angolo del “tricantun” di lucido legno nero. Il mobile era in sala, stanza fresca anche d’estate, anzi: gelida in inverno, essendo solo la cucina riscaldata dalla stufa.
La scodella emanava un profumo acido già dal secondo giorno e contribuiva ad arricchire quell’orchestra di odori che ti avvolgeva appena dischiudevi l’anta.
Sinfonia di profumi unici: di frutta secca, di funghi, di caffé, di spezie.
C’era poco di tutto lì dentro, pochissimo, ma c’era di tutto: cartocci ben chiusi di prugne e amarene seccate, sacchetti di funghi, il barattolo del caffé vero e quello dell’orzo, i vasi di “savurett” e di marmellata di prugne, i pacchetti del sale, qualche contenitore con i chiodi di garofano, la cannella e la noce moscata.
Erano le spezie più usate nei cibi: per lo stracotto, per il vin brulé, per la torta di castagne, e, in particolare, la noce moscata era indispensabile nel “peng” (ripieno) dei cappelletti e dei tortelli di zucca. Profumo di bosco era quello delle coccole di ginepro, raccolte per tempo sul Monte Battuta e conservate in un involucro per essere tuffate, all’occorrenza, nella marinata del coniglio arrosto.
E poi, lì dentro, c’era, per l’appunto, la scodella dell’ “alvadur”, il lievito madre. Un pugno di pasta estratto ogni settimana, bello fresco, dal pastone del pane e riposto al buio, dove seccava quasi completamente. La pasta madre. La magia del pane.
Mia mamma, la sera prima della giornata dedicata al pane, prelevava dal “tricantun” quella crosta preziosa (diventata, in sette giorni, un tutt’uno con la scodella); già si era cenato e sparecchiato, e lei cominciava allora il rito delle operazioni preparatorie.
Calcolando che s’era alzata alle quattro del mattino (come tutte le donne del paese…) per andare nella stalla e che non si era fermata un secondo durante la giornata, io la guardavo e mi chiedevo dove trovasse l’energia per lavorare ancora fino a mezzanotte.
Eppure ce la faceva. Doveva: non c’era alternativa.
venerdì 6 luglio 2012
IL PATTO DI KATHARINE - Gli strani casi di Dario Lamberti - Romanzo di Massimo Storchi
Entrare nel libro e ritrovarsi. Ritrovare il ritmo di tante letture passate, ritrovare la pulizia dei personaggi positivi e lo schifo, tuttavia non pornograficamente esibito ed esaltato, di quelli negativi. Non mi succedeva da tanto. Il racconto delle vicende del giovane aviatore Dario Lamberti che torna in licenza a Reggio Emilia il 20 ottobre 1941 mi ha subito rituffato in altre vicende simili. "Tempo di vivere tempo di morire" ( di Erich Maria Remarque), con Ernst Graeber, che accetta quasi controvoglia una licenza di due settimane dal fronte russo e ritorna alla sua città natale, Werde. Qui incontra una giovane donna, Elisabeth Kruse, della quale si innamora, sposandola e vivendo con lei un breve interludio di felicità, perlopiù incentrato sul cibo che i due riescono a procurarsi in un clima di privazioni che va generalizzandosi. Le donne di Lamberti sono invece due, anzi tre se si include una sorta di escort dell'epoca; c'è Giovanna, la fidanzata che non è riuscita a rimanergli fedele e di cui egli scopre subito il tradimento, e c'è Margherita, cioè... Katharine, perchè, a detta del protagonista, somiglia in modo impressionante alla "rossa atomica" attrice americana. Bel personaggio femminile la cui psicologia è molto ben tratteggiata dall'autore. L'intreccio del romanzo ha qualcosa del giallo, pur rimanendo centrato sugli aspetti affettivi e sulle problematiche interiori dei personaggi. Il mondo borghese della città di Reggio in piena seconda guerra mondiale viene via via svelato nella sua banale quotidianità, ma anche nei normali orrori che vi erano cresciuti come un cancro durante il fascismo. Storchi ha la capacità di raccontare pure geograficamente la città e parte della Provincia, senza però cadere in quella stucchevole finta nostalgia campanilistica che incrosta tanta sedicente letteratura "locale". Tante le citazioni; una, in particolare, a pagina 200, riprende la traduzione di Qoelet di Erri De Luca: "Spreco degli sprechi..." Gran bel romanzo. Da leggere assolutamente.
martedì 26 giugno 2012
CONFERENZA RIO+20 per la giustizia sociale e ambientale - Alex Zanotelli
Dichiarazione finale del Vertice dei Popoli
Dichiarazione finale del Vertice dei Popoli, parallelo alla Conferenza Rio+20 per la giustizia sociale e ambientale in difesa dei beni comuni, contro la mercificazione della vita.
Movimenti sociali e popolari, sindacati, popoli e organizzazioni della società civile di tutto il mondo presenti al Vertice dei popoli durante la conferenza Rio+20 per la Giustizia Sociale e Ambientale hanno vissuto negli accampamenti, nelle mobilitazioni di massa, nelle discussioni, la costruzione di convergenze e alternative, coscienti del fatto che siamo soggetti di una diversa relazione tra umani e umane e tra umanità e natura, assumendo la sfida urgente di porre un freno alla nuova fase di ricomposizione del capitalismo e di costruire, attraverso le nostre lotte, nuovi paradigmi di società.
Il Vertice dei Popoli è il momento simbolico di una nuovo ciclo nel percorso delle lotte globali che produce nuove convergenze tra i movimenti delle donne, degli indigeni, dei negri, della gioventù, degli agricoltori familiari e dei contadini, dei lavoratori/lavoratrici, dei popoli e delle comunità tradizionali, dei quilombolas, di coloro che combattono per il diritto alla città e delle religioni di tutto il mondo. Le assemblee e mobilitazioni e la grande Marcia dei Popoli sono stati i momenti di massima espressione di queste convergenze.
Le istituzioni finanziarie multilaterali, le coalizioni a servizio del sistema finanziario, come il G8/G20, l’ONU conquistata dalle corporation e la maggioranza dei governi hanno dimostrato irresponsabilità di fronte al futuro dell’umanità e del pianeta e hanno promosso, nella conferenza ufficiale, gli interessi delle corporation. Invece, la vitalità e la forza delle mobilitazioni e dei dibattiti nel Vertice dei Popoli hanno rafforzato la nostra convinzione che solo il popolo organizzato e mobilitato può liberare il mondo dal controllo delle corporation e del capitale finanziario.
20 anni fa il Forum Globale ha denunciato i rischi che l’umanità e la natura correvano di fronte a privatizzazioni e neoliberismo. Oggi affermiamo – oltre a confermare la nostra analisi – che ci sono stati passi indietro significativi rispetto ai diritti umani in passato riconosciuti. La Conferenza Rio +20 ripete il fallito elenco delle false soluzioni sostenute dagli stessi attori che hanno provocato la crisi globale. Più questa crisi si approfondisce, più le corporation vanno avanti nella violazione dei diritti dei popoli, della democrazia e della natura, sequestrando i beni comuni dell’umanità per salvare il sistema economico-finanziario.
venerdì 15 giugno 2012
LA TEOLOGIA DI EUGEN DREWERMANN - UN DIO CHE ACCOGLIE E GUARISCE
L’indemoniato di Cafarnao - di Eugen Drewermann
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! lo so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea. (Mc 1, 21-28)
II modo migliore per conoscere il carattere di una religione consiste nel guardare all'effetto che produce quando parla di Dio. C'è un modo di comportarsi in cui la religione forma una parte della vita, un modo in sé bene ordinato, bene amministrato, che apparentemente non reca danno né utilità, ma che in realtà lascia libere, evita, non penetra dall'interno intere parti dell'animo umano, della vita pubblica. Deve essere proprio questo il tipo di religione che più mette a dura prova Gesù e che nel Nuovo Testamento viene combattuto più di tutto: una religione fatta di erudizione scritturale. Essa si tramanda nella paura verso le autorità che amministrano le sacre Scritture. Essa vive del fatto di avere una determinata funzione nell'assegnazione dei ruoli della società, nella distribuzione del potere della vita pubblica. Ma non dispone della forza di rinnovare le persone e, se prendiamo questo vangelo alla lettera, corre il pericolo di diventare complice del male. Perché gli esseri umani non sopportano le divisioni fra dentro e fuori, fra Dio e il mondo, fra tempo ed eternità.
Quando il Nuovo Testamento parla di demoni, noi crediamo di sapere che cosa significhi questa parola, mettendo al suo posto il termine dogmatico di 'diavolo'. Ma in questo modo non si capisce granché, e quindi forse è bene prima di tutto lasciar agire su di noi la manifestazione della malattia di quest'uomo nella sinagoga di Cafarnao. Allora comprenderemo più in profondità quale potere può avere il male nel cuore umano e, viceversa, quale potere dovrebbe avere la religione di ricondurre l'uomo a Dio.
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| EUGEN DREWERMANN |
Un demonio impuro ce lo possiamo immaginare in diversi modi. Ma in un modo solo ci dovremo immaginare una persona che, quando è dominata da un simile demonio, soffre profondamente a causa di se stessa, una persona che è esposta e abbandonata in balìa di ogni sorta di schiavitù. In un individuo così predomina la coazione a sentire, a parlare e ad agire in modo diverso da quello che vuole lui, poiché il suo tremendo segreto è che la sua persona è come impedita, assediata, letteralmente posseduta. Per gli estranei, l'impurità può manifestarsi nel fatto che quell'individuo non si crede capace di nessun reale contatto, fa cose che agli altri appaiono mostruose, si comporta in un modo che fa inorridire tutti gli altri. La gente lo evita e lo respinge, lo chiude in un ghetto e non lo ammette più nella comunità degli altri. Ma prima di ogni altra cosa bisogna che sia quella persona stessa a credersi così, bisogna che sia lei a sentire di essere troppo cattiva, troppo negativa, troppo poco pura per poter osare di esporsi alla vista degli altri e di imporre loro la sua presenza.
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