venerdì 21 febbraio 2025

COMETE, COSTELLAZIONI E ALTRI GRAFFITI SULLA CHIESA DI SANTA MARIA - IL CASTELLO DI QUERCIOLA E I SUOI ENIGMI

 

Già da tempo, grazie ai suoi interessi archeologici e storici, Nadia Davoli era a conoscenza di antiche mappe stellari incise sulle rocce; la sorpresa è stata ritrovarle, in seguito, al Castello di Querciola

Foto da Italo Garavaldi -
GAB - Gruppo Storico Archeologico Bibianellum

Nadia Davoli è una ceramista progettista che, dopo trent’anni, ha rivolto le proprie energie verso un’altra grande passione, con la speranza di trasformarla in una attività vera e propria: le materie prime da profumo. In questo ambito, organizza, infatti, conferenze ed eventi multisensoriali a tema olfattivo, botanico, storico e artistico. Nadia vive da sempre nel comune di Albinea, più precisamente in quel paesino ricchissimo di storia che è Borzano. Tra i tanti interessi, che in parte confluiscono nei suoi progetti lavorativi, ci sono la storia antica e medievale, l’archeologia, la scrittura, la lettura, l’astrologia, il giardinaggio. Per quanto riguarda l’archeologia, ha partecipato a due campagne di scavi al castello di Borzano, quando ancora i volontari potevano collaborare liberamente e attivamente. Inoltre, ha contribuito alla stesura dei testi di alcune pubblicazioni ad opera del Gruppo Archeologico Albinetano, di cui, con altri, è stata socio fondatore. È grazie a Nadia Davoli se siamo venuti a conoscenza di alcune particolari incisioni presenti sulla chiesa di Santa Maria al Castello di Querciola; con lei come guida (ed esperta) abbiamo visitato il luogo, usufruendo della sua competenza e delle sue chiare spiegazioni.

Chiesa di Santa Maria - Foto di Rosanna Bandieri

Nadia, come è venuta a conoscenza delle incisioni sulla Chiesa di Santa Maria al Castello di Querciola?

La scoperta/non scoperta dei graffiti sulla chiesa di Santa Maria è stata puramente casuale: in quel periodo, con amici appassionati di archeologia, si rifletteva sulle pietre coppellate (più antiche del periodo medievale), così, il giorno dell’inaugurazione del restauro della vicina canonica (con annesso oratorio cinquecentesco), sono andata a guardare meglio quella strana chiesetta romanica tutta piena di incisioni… Una in particolare ha attratto la mia attenzione: mi ricordava una costellazione precisa, anche perché avevo saputo dai residenti che una delle iscrizioni riguardava una famosa eclissi di sole del Duecento. Mi è bastata qualche ricerca in Internet per scoprire che in quella costellazione era comparsa una cometa nell’anno inciso in caratteri romani proprio accanto allo stesso graffito. E, nello stesso anno, si era inoltre verificata un’altra eclissi di sole.

Foto Domenico Albertini

Mi sembrava una cosa grossa che, però, non ero in grado di approfondire, non avendo alle spalle alcun genere di studio astronomico. Così ho cercato, sempre in rete, qualcuno esperto del settore che fosse disposto a venire a verificare di persona. In questo modo ho conosciuto l’ingegner Pierpaolo Ricci, appassionato di astronomia. Dopo poche settimane, dal Trentino, dove viveva, Ricci è venuto a Querciola e… ha scoperto molte altre novità.

Foto Domenico Albertini

In seguito ho saputo che diversi studiosi avevano già notato i graffiti e le incisioni, ma, a parte quella riferita all’eclissi duecentesca, nessuno aveva dato spiegazioni se non la forse troppo semplice: “si tratta di passatempi degli scalpellini”.


Foto Domenico Albertini


Cosa può dirci della storia di questo luogo?

Le prime notizie sono antecedenti al Mille: il castello di Querciola non fu mai feudo dei Canossa, fu invece proprietà dei Vescovi di Reggio, i quali, fino alla metà del Duecento, qui passavano la stagione estiva.

martedì 18 febbraio 2025

A BORZANO D’ENZA UN MASSO AFFASCINANTE - LA SACRALITÀ DELLE ROCCE: “LA PIETRA È DIO MA NON LO SA”



Da Bismantova fino alle pietre di confine, il legame profondo tra l'uomo e la materia litica, attraverso secoli di credenze e riti, dal culto delle montagne alle tradizioni locali.

Foto di Rosanna Bandieri

Nei dialetti della montagna reggiana, il termine Bismantova è poco usato, tranne che per riferirsi, con l’aggettivo “bismantovino”, agli abitanti dei borghi ai suoi piedi. La rupe, invece, è chiamata semplicemente, da sempre, “la Prêda” (la Pietra). Secondo Meister Eckhart, “la pietra è Dio, ma non lo sa, e per questo resta una pietra”: la sua forma e saldezza la rendono eterna, simbolo di quella "casa del divino" che si trova nelle montagne, dimore degli dei in molti miti e religioni. La Bibbia, per esempio, è ricca di riferimenti a pietre sacre, come nel caso di Giacobbe, che usa una pietra come guanciale e la consacra come segno divino. Anche la cultura degli antichi Liguri venerava le rocce come manifestazioni sacre, un culto delle vette che si trasformò, via via, nel culto cristiano dei santi.


Il Terminus Saloni di San Pellegrino in Alpe

Il dio Terminus


Le rocce erano utilizzate anche per definire i confini, protetti da divinità come Terminus, dio dei confini nella Roma antica, dove la pietra stessa diveniva il segno del diritto e della stabilità.
Nel dialetto della nostra montagna, queste pietre si chiamano “terni” (o “termi”?), ma c’è un luogo, sul monte Battuta - versante di Villaberza - definito “Terme”: da lì passava il confine tra i due ducati di Parma e Piacenza e Modena e Reggio. A Terminus, che è il “Limite”, i Romani sacrificavano al margine dei campi, nel culto pubblico e nel culto privato. Esemplare, a riguardo, la roccia “termine” di San Pellegrino in Alpe, che è quello scoglio - in parte lavorato - sul quale, ogni anno, ai primi di agosto, viene rinnovata e piantata la croce di legno.
Ne parla l’archeologo Nicola Cassone: “Una antica mappa dei dintorni di S. Pellegrino, risalente al 1686, raffigura un roccione posto poco a sud dell’ospitale sormontato da una alta croce; non v’è dubbio che si tratti proprio del ‘terminus Saloni’ oggetto delle rivendicazioni del Vescovo di Reggio nel 1436.”

Coppelle in zona Ceriola - Foto Roberto Ronchetti

lunedì 17 febbraio 2025

L’ORATORIO DI SANT’ELISABETTA (VISITAZIONE) A SORAGGIO DI GOMBIO - UN ANTICO SANTUARIO IGNORATO

 



UN ANTICO SANTUARIO IGNORATO

L’ORATORIO DI SANT’ELISABETTA A SORAGGIO DI GOMBIO


Dall’apparizione di Sant’Elisabetta a un pastore, all’edificazione del primo edificio ai margini del bosco, dove le spose imploravano di diventare madri, fino all’oratorio attuale

In origine era un vero e proprio santuario, uno di quelli dove si recavano, per supplicare protezione, le donne in gravidanza o quelle che avrebbero voluto concepire un bambino. Si tratta dell’oratorio di Soraggio di Gombio, dedicato a Santa Elisabetta, o meglio: a “Maria della Visitazione”; edificio sacro nel quale è comprovato, già dal 1575, il culto di un’immagine della Madonna che avrebbe compiuto miracoli. Soraggio è una delle tante borgate di Gombio, quella più in alto, a 710 metri, proprio alle pendici del monte Battuta. Ovvia l’etimologia da “supra”, ma qualcuno ipotizza un “superioribus agri”, cioè “il terreno più elevato”. Scrive lo storico Giuseppe Giovanelli che, a quei tempi, l’oratorio“riscuoteva maggiore devozione e maggior accorrere di pellegrini che non (forse) la stessa Madonna di Bismantova, il cui santuario iniziò nel secondo decennio del ‘600.”

Dipinto dietro l'altare - Foto Umberto Gianferrari

C’è una leggenda relativa alla nascita di questo culto e di questo edificio religioso, che soltanto i più vecchi - ancora negli anni sessanta - ricordavano. Ogni anno, a giugno luglio, le tempeste devastavano i raccolti del grano e ciò significava la fame per la popolazione. Un giorno, un pastore, che riposava all'ombra di una quercia, vide apparire una donna seduta su un ramo dello stesso albero: una signora anziana che si presentò come Santa Elisabetta. La donna chiese al pastore di costruire in quel luogo una cappella a lei dedicata e di onorarla con una sagra la prima domenica di luglio. In cambio, per la popolazione di Soraggio, lei avrebbe fatto sì che le tempeste cessassero. La leggenda dice anche che la santa avrebbe poi fatto scaturire buona acqua potabile da una roccia, spezzata perfettamente a metà: la sorgente, ancora presente più in basso, di Rio del Monte. Gli abitanti di Soraggio eressero quindi l'oratorio lì a valle, sul margine che divide un castagneto da un campo tuttora denominato “La maestà”.


Maria ed Elisabetta - Foto Umberto Gianferrari


Celebrata dai frati minori fin dal 1263, sotto papa Urbano IV, l’istituzione della festa della Visitazione è dovuta all'Ordine francescano. In accordo con quanto descritto dal Vangelo di Luca, in cui si narra che, dopo l’Annunciazione, il 25 marzo, Maria rimase da Elisabetta fino alla Natività di san Giovanni Battista, il 24 giugno e, presumendo un'attesa di altri otto giorni per il rito dell'imposizione del nome, la festa in origine cadeva il 2 luglio, cioè l’ultimo giorno della visita di Maria. Infatti, a Soraggio, la si celebrava la prima domenica di luglio.

domenica 16 febbraio 2025

TRE VOLTI CONIUGATI A UNA CROCE PATENTE - LA MISTERIOSA SCULTURA DI BORZANO D'ENZA

 


Fino a non molti anni fa, da queste parti, la sera del Sabato Santo, si celebrava il rito dei falò. Erano le potature delle viti, con altri sterpi - residui di pulizia delle siepi - a formare le cataste che poi venivano incendiate per “bruciare la Quaresima”. Era una tradizione di probabile origine celtica che decretava il passaggio dall’inverno alla primavera e che riguardava le due sponde dell’Enza, oltre alla valle del Tassobbio, fino al monte Battuta di Soraggio. Un rito ben descritto dall’antropologo James Frazer nel suo saggio “Il ramo d’oro”. Siamo nella parte più a sud del comune di Canossa e l’abitato è quello di Borzano. In alto, il monte (colle) Staffola, (base longobarda *staffal = palo o cippo, segno di confine), digrada nel verde dei campi primaverili, dove i fiori dei ciliegi e dei pruni selvatici dialogano con il bianco della neve ancora presente a sud, sul Cusna e sull’Alpe di Succiso. L’acqua che scorre in tanti rigagnoli è segnalata dai salici e dai pioppi. Il toponimo Albareto (uno dei borghi) potrebbe derivare da “albaròt”, nome dialettale di un tipo di pioppo (Populus alba?). In tanta bellezza, emerge il campanile rosa, svettante, della chiesa di Roncaglio, che si accorda con le querce a ciuffi sui colli.


Piccola scultura e peso da campane

Schiviamo una lepre che attraversa la strada e ci avviamo verso la chiesa di Borzano. Nel volumetto “Percorsi canossani”, a cura di Giuliano Cervi e Mario Iotti, si legge: “La particolare morfologia del luogo (…) ha favorito la frequentazione della zona già in epoca romana: ne sono testimonianza i reperti fittili venuti alla luce in occasione di arature.” Dai racconti degli abitanti pare che siano stati trovati, in loco, ruderi di antiche fortificazioni e resti di sepolture. Può essere che la chiesa fosse in precedenza situata all’interno di un fortilizio e poi, più tardi, ricostruita dove si trova ora, riciclando anche parte delle pietre originarie. È dedicata a S. Bartolomeo apostolo, nominata nel 1560 come filiale della Pieve di Bazzano ed è su un rilievo sovrastante le “Case Papini”. Sul prospetto sud sono murati due conci di cui uno enigmatico, con una serie di simboli, forse numeri arabi e latini: incisione davvero sorprendente. Riprendendo dal volume di Cervi e Iotti: “Ma ciò che, nel caso di Borzano d’Enza, desta ancora più sorpresa, è il rintracciare, all’interno della chiesa parrocchiale, un’interessantissima scultura, nella quale sono raffigurati ben tre volti coniugati a un simbolo cristiano...”

mercoledì 14 agosto 2024

L’AQUILA DEI SERPENTI, IL BIANCONE, SULL' APPENNINO REGGIANO

 L’ultima scoperta di Umberto Gianferrari, frutto di mesi di appostamenti. Un rapace raro, che si nutre di serpi e che, dall’Africa sub sahariana, arriva in Italia per nidificare


Di serpenti piumati, oppure di uccelli con coda di serpe, è piena la mitologia di tutte le genti del mondo. Anche sui nostri monti sono stati rilevati strani avvistamenti di rettili con ali; per esempio, a Montemiscoso: “Dopo che il Barbarossa lo distrusse (si parla di un castello) per andare ad abitare il castello di Nigone, si dice che ogni notte, verso mezzanotte, dai ruderi si staccassero dei serpenti alati, chiamati "serpenti galli", con sulla testa una cresta trasparente che custodiva una preziosissima gemma. Si dice che uno di essi sia stato preso sulla Sparavalle. È una leggenda che i vecchi affermano essere verissima...” 

Sul crinale, come poi in Toscana, si racconta anche del “regle”, mezza serpe e mezzo uccello. Il sospetto che i nostri antichi progenitori avessero visto un rapace in volo con un serpente tra gli artigli, o nel becco, e avessero fuso i due animali in uno, creando, appunto, un rettile alato, è più che plausibile.




L’aquila dei serpenti

La domanda è: ci sono rapaci che catturano serpi? Certamente, e il più grande, quello che somiglia a un’aquila - ma più chiara e biancastra - è il falco biancone. Con circa 5900/14000 coppie in Europa, i bianconi sono veramente rari. Il suo nome latino, “Circaetus”, deriva dal greco “kirkos”, “falco”, e “aëtos”, “aquila”, mentre l’aggettivo “gallicus” fa riferimento alla Francia, forse perché, migrando dall’Africa, il biancone passa per Gibilterra e poi per la “Gallia”. 


A “caccia” fotografica del biancone è andato, per mesi, in luoghi dove “an gà va gnân la vùipa a far campàgna”, il nostro studioso di avifauna Umberto Gianferrari, e l’antefatto è questo: “Circa un anno fa ero dalle parti di Villaberza con la mia macchina fotografica da 24 ingrandimenti ottici, quando ho visto, in lontananza, un biancone volare con un rettile enorme tra gli artigli. Avrei voluto fotografarlo, ma era troppo distante, troppo in alto, quindi ho rinunciato, dandomi, come obiettivo, quello di riprovarci. Alcuni amici fotografi, in quel periodo, mi suggerirono di acquistare una Nikon Coolpix P 1000, più adatta a quelli come me… Cioè, a quelli che hanno il piacere di fare una foto per documentare ciò che vedono, senza pretendere che sia la foto del secolo. Tuttavia, una fotocamera con tanti ingrandimenti ottici consente di catturare immagini discrete anche senza avvicinarsi troppo al soggetto. Alla fine, mi hanno convinto e l’ho comprata. Questa Nikon ha 125 ingrandimenti: più di 5 volte la macchina che avevo prima. Il biancone, che avevo osservato in cielo con il rettile penzoloni, mi era rimasto nel cuore, così mi sono dato da fare per cercare di fotografare sia lui sia il rigogolo (anche quest’ultimo difficilissimo da riprendere)”.  


Umberto Gianferrari in appostamento

1970/’71: UNA PREZIOSA RICERCA - IL “CORRIERE” DELLA SCUOLA DI VILLABERZA


Storia del paese, leggende, ricordi di guerra, ma anche un poeta bizzarro e le sue satire



Le maestre, Alda Roffi e Giovanna Bottazzi Salimbeni, erano giovani - tuttavia già con una bella e varia esperienza di insegnamento alle spalle, come accadeva un tempo - e gli alunni erano divisi in due pluriclassi. Con Alda lavorò poi anche il maestro Marco Pignedoli. Si trattava di un ambiente educativo nel quale lo spazio dell’aula era dilatato fino a includere il territorio, coinvolgendo la comunità che diventava davvero “educante”. I processi formativi ruotavano, in genere, intorno a progetti interdisciplinari per i quali era indispensabile attivare e migliorare la relazione tra alunni, genitori, insegnanti e tutto il resto del paese. L’anno scolastico era il 1970/’71 e il plesso quello di Villaberza, frequentato da 14 bambini. Il progetto si intitolava “Il corriere di Villaberza” e, come tutti i fascicoli o i volantini che venivano diffusi in quel periodo, era stato sia battuto a macchina, sia scritto a mano dagli alunni e poi riprodotto con il ciclostile. “La sezione storica non era forse molto precisa”, ci riferisce Alda, “mentre i racconti degli scolari, quelli di guerra e le antiche leggende, derivavano dalle interviste che essi avevano fatto ai nonni, ai genitori, agli anziani della zona. Inoltre, per ottenere le satire del poeta Isaia Zanetti, avevamo coinvolto don Valter Aldini”. Immaginare uno studioso di Kant e docente di filosofia, del livello di don Valter, andare a casa di un anticlericale insofferente e riottoso com’era Isaia, rende bene l’idea di Villaberza (e dintorni) tanto simile al “Mondo piccolo” di Guareschi.

lunedì 15 aprile 2024

VILLABERZA: AVVISTATI IBIS SACRO E ALBANELLA REALE - IL LAGHETTO DI RIO, PREZIOSA ARCA DI NOÈ

Coppia di Ibis sacro

Che ci faceva una coppia di Treskiornis aetiopicus sulle sponde di un laghetto a Villaberza? Si tratta di un uccello estinto da tempo in Egitto, suo areale primario, tuttavia, non si sa come, da un po’ di anni il trampoliere frequenta l’Italia. Essendo diffuso oggi solo nell’Africa sub-sahariana e nell’Iraq sud-orientale, qui non può essere capitato per migrazione; può darsi che sia sfuggito a qualcuno o che sia stato liberato. Certo, per Umberto è stata una grande emozione poterlo fotografare. Nelle zone umide della pianura se ne contano ormai tantissimi, ma in montagna è il primo avvistamento. Li ha filmati, Umberto Gianferrari: due trampolieri che becchettano tra le foglie secche della riva, appena disturbati dalla solita cornacchia dispettosa. Il Treskiornis aetiopicus altri non è che l’ibis sacro: Thot, il dio egizio della scrittura, in carne ossa e penne, inventore dei geroglifici. La fotografia, d’altronde, è “scrittura con la luce” o, secondo alcuni, “scrittura di luce”, inventata però (e non da un dio...) solo circa duecento anni fa. Scrivere o disegnare con la luce significa che la natura dipinge sé stessa, mentre il fotografo fissa entro coordinate da lui decise ciò che già esiste. La bravura di chi riprende, mirando, sta nell’accordare in modo armonioso sguardo, cuore, mente e spirito.

Umberto Gianferrari sistema una fototrappola

La luce è tanta e il laghetto la riflette come uno specchio. Il colore dell’acqua è il ceruleo, quello degli occhi cangianti che vanno dal verde azzurro al grigio (se il cielo è coperto di nuvole). Persino la forma del lago ricorda un occhio che riflette il verde dell’erba, il bruno degli alberi – alcuni maestosi – poi il blu in alto, dove quella che volteggia è forse un’aquila. Il laghetto è artificiale, scavato anni fa per l’irrigazione e oggi non più utilizzato. È diventato, ora, una piccola arca di Noè per gli uccelli stanziali e per quelli di passo, oltre che per pesci, rettili e anfibi. Senza esagerare, una volta oltrepassata la recinzione, ci si sente in paradiso; d’altra parte, “caeruleus” deriva da “caelum”, ovvero cielo, dove noi collochiamo, appunto, il paradiso. Inoltre, uno specchio d’acqua rivela sempre una realtà a rovescio che avvince, perché, oltre la superficie, potrebbe esistere un mondo diverso e forse migliore. Un piccolo capanno sulla riva è diventato, per Umberto, un punto di osservazione e “cattura” fotografica (bird watching) non solo degli uccelli, ma di tutta la fauna del lago: “Andare al capanno di Rio per me è qualcosa di magico e mi fa sentire come un pescatore subacqueo in apnea che, prima di immergersi, prende una bella boccata d’aria. 

giovedì 29 febbraio 2024

ACQUA BIANCO LATTE ALLA CAMERA DELLA MADDALENA - BERGOGNO/ DOVE FORSE C’ERA UNA GROTTA

 

"Latte di monte" alla Camera della
Maddalena, foto di Roberto Ronchetti

Da un fenomeno curioso, spunti di riflessione sugli antichi culti delle divinità femminili, passando per Santa Maria Maddalena, la santa delle grotte, per poi arrivare alla Madonna del latte o della neve: la “Virgo lactans”

La giornata è gelida, senza nubi, perfetta per un’escursione in quel di Bergogno, giusto a un mese dal solstizio d’inverno. Nel parcheggio l’auto segna 5 C° e sappiamo che saranno certo di meno al bosco della Péntoma e alla “Camera della Maddalena”. Scendiamo lungo le pieghe basse dei monti, seguendo il “Sentiero Matilde”: intorno, poderi curati e resti di quelle che erano le “piantate” della vite maritata agli “oppi”. D’altra parte, Bergogno era il granaio di Matilde e il suo microclima è idoneo anche per la produzione del vino. Ad avere senz'altro favorito la sua prosperità è la sua posizione su una via un tempo fondamentale. Il pensiero va a Pietro Gambarelli, alle sue ricerche e al suo impegno nel recupero del bosco della Péntoma, toponimo che significa “dirupo” e che contiene il nome del dio celtoligure “Penn”. Certo, la “Camera della Maddalena”, nonostante la definizione, non è una grotta, tuttavia “camera” viene dal greco “kamára”: “ciò che è ricoperto da una volta”; nei tempi antichi potrebbe essere stata davvero una cavità. Mentre per Pietro Gambarelli il nome “Maddalena” deriverebbe dal germanico “Mädchen”, “ragazza”, o avrebbe a che fare con i folletti, ma certo non con la santa, una leggenda locale dà un’altra spiegazione. Una donna, certa Maddalena, per sfuggire alle violenze del marito avrebbe trovato rifugio lì, dove sarebbe poi morta cadendo dall’alto. Lo storico Arnaldo Tincani, comunque, a titolo informativo, pur non dichiarandolo luogo di culto (che di fatto non è), lo inserisce (a pag. 52) nel volumetto dedicato alle sedi cultuali di Santa Maria Maddalena nel reggiano, forse perché la santa è da sempre associata alle grotte.

Quadro del Correggio con la Maddalena e
la Pietra di Bismantova sullo sfondo


Maria Maddalena anche a Bismantova

A tal proposito, il primo nucleo dell’attuale santuario della Madonna di Bismantova (del latte!) era posto nell’originaria grotta della montagna e, come riportato proprio da Tincani: “...ben si prestava al richiamo cavernicolo del messaggio magdalenico. Il che induce a ritenere il culto della Maddalena a Bismantova nell’ambito fondativo di prima o seconda generazione”. Nella chiesa un affresco quattrocentesco, poi trasferito su tela nel 1958, presentava la Maddalena, il Battista, il Salvatore e il Padre Eterno benedicente. Maria Maddalena, raffigurata con i lunghi capelli rossi (che, in alcuni casi, le coprono il corpo nudo), riporta al mito della “Donna Selvatica”. Lo spiega l’antropologo Massimo Centini: “La Donna Selvatica ha legami con le divinità femminili delle foreste e delle sorgenti d’acqua, con le pratiche di guarigione e i riti connessi alla procreazione. In alcune rappresentazioni antiche perfino Maria Maddalena sembra una Donna Selvatica e ne possiede le caratteristiche distintive, con poteri taumaturgici legati alle acque”. Del culto magdalenico nel reggiano, Arnaldo Tincani parla in modo approfondito, attestando che, in montagna, l’epicentro di tale devozione era proprio Bismantova. In un dipinto ora al museo del Prado (del 1523-1524), sul cui sfondo si eleva un monte simile alla Pietra, il Correggio raffigura il Cristo che si rivela a Maria Maddalena. Sempre Tincani riporta di nuovo il culto magdalenico alle grotte: “...talune cavernicole che, nel nostro territorio, rispondono a romitori sommitali dei monti Valestra e Ventasso, nonché quello situato alla base di Bismantova”. Aggiungiamo la grotta di Lagoforno a Saccaggio… Fu dal romitorio magdalenico di Cerezzola che, stanca per le troppe persone intorno, nel 1378 partì suor Richildina diretta a quello del Ventasso.

Bosco della Péntoma


La santa delle grotte

È ormai acclarato che Maria Maddalena non sia stata la peccatrice che lavò i piedi a Gesù, ma che sia la sintesi di tre figure dei Vangeli: Maria di Magdala, Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro e, appunto, l’anonima prostituta. Fu papa Gregorio Magno a fonderle in quelle della peccatrice penitente. Il decollo del culto avviene a Vézelay, in Borgogna. Nel 1050, l’abbazia allora dedicata alla Vergine Maria (una Madonna nera) passa sotto la protezione della Maddalena: i monaci (o monache?) scoprono una sua reliquia e il luogo diventa fulcro ispiratore dei Templari. Papa Stefano IX proclamò dunque, nel 1058, che il corpo della santa “riposava” a Vézelay. Un altro polo diffusivo sarà poi San Maximin-Sainte Baume in Provenza dove, a partire dal secolo XII, si racconta che la Maddalena sarebbe vissuta, come eremita, nella grotta della Sainte Baume e, alla morte, sarebbe stata sepolta in un castello. La teoria trova il sostegno di papa Bonifacio VIII il quale affida ai domenicani la cura del luogo. Che poi Maria Maddalena fosse davvero approdata in Francia o che fosse invece morta e sepolta a Efeso, dove la tomba fu venerata sin dal VI secolo, e poi trasportata in Borgogna, non è dato saperlo; di sicuro, le sue reliquie sono attestate a Senigallia, a Bergamo (portate dal Colleoni) e un piede era a Reggio Emilia, nella chiesa abbaziale di San Prospero fuori le mura (ora è nella basilica di San Pietro a Modena). Sarà il francescano Salimbene de Adam, di Parma, di ritorno dalla Sainte Baume, a propagare nel parmense il culto della Maddalena. Tincani distingue le dedicazioni alla santa: quelle originate dai benedettini cistercensi di Vézelay o dai Templari (prima generazione, anteriori al 1280), e quelle della seconda, di matrice provenzale.

Piede della maddalena, reliquia

Le madri: preziose “vie” per il futuro

Maria Maddalena avrà soppiantato quindi dei culti femminili pagani? A questo proposito, Franco Cardini e Marina Montesano offrono, nel libro “Donne sacre. Sacerdotesse e maghe, mistiche e seduttrici”, un excursus approfondito attraverso l’archetipo della donna entrata a contatto col “sacro”: “Non c’è uomo, a parte Adamo, che non sia figlio di una donna: che non abbia albergato per mesi nel buio, caldo, sicuro ricettacolo del suo ventre; che non si sia attaccato ai suoi seni in cerca di vita (…) Senza quel ventre, senza quel seno, senza quegli occhi che lo guardavano, senza quelle mani che lo proteggevano e lo accarezzavano, l’uomo non sarebbe stato nulla.” Le comunità preistoriche riconoscevano il valore delle donne all’interno del gruppo, riservando loro un posto di rilievo. Solo attraverso le madri, per questo onorate, c’era possibilità di futuro per la tribù, il clan, il gruppo di famiglie. Le donne erano in grado di dare la vita, ma anche di nutrirla senza fermarsi durante gli spostamenti, e ciò le rendeva preziose, vicine al divino. Tra i tanti culti, miti, divinità femminili ci sono dee o entità legate all’acqua (è nell’acqua che viviamo per nove mesi prima di nascere). Molti reperti archeologici sono statuette femminili con forme esagerate e si è spesso spiegato il fenomeno con il culto della fertilità. Tuttavia, è forse più logico che si volesse, con quei manufatti, dare un valore sacrale alla donna, al suo potere generativo, di cura, e alla vita stessa.
Via medievale per la Camera della Maddalena


Le rocce galattofore

Prima della “Camera della Maddalena”, sulla sinistra c’è una sorgente di acqua solforosa, sicuramente ritenuta curativa dalle antiche popolazioni: già nella medicina ellenica si parla degli effetti terapeutici di suddette acque. Proprio dietro alla fonte, notiamo un liquido bianco, della stessa densità del latte, che fuoriesce dalle rocce sfaldate - quasi “friggendo” - e scorre sulle foglie cadute: “Ecco: abbiamo anche le rocce ‘galattofore’… e se il fenomeno lo abbiamo notato noi, l’avranno notato anche nei tempi antichi...”, commenta Roberto Ronchetti, studioso delle pietre incise e appassionato di archeoastronomia. 

Lo studioso di Astronomia culturale e
ricercatore Roberto Ronchetti

Chiediamo a un’amica geologa: “Effettivamente il territorio è modellato sulle marne di Antognola e sulle marne di Ranzano. Le marne sono argille che ‘ce l'hanno fatta’. Cioè, sarebbero argille, quindi terreni, che però, a volte, vuoi per la presenza di CaCO₃, vuoi per sovraconsolidazione, diventano quelle che chiamiamo rocce tenere. Sorgenti solforose si trovano spesso vicino alle formazioni marnose che, poi, raramente sono solo marnose! Troviamo, infatti, marnoso arenacee, marnoso calcaree eccetera. Insomma rocce sedimentarie. Quindi, il bianco dell'acqua potrebbe essere dovuto a una reazione, che porta a un processo chimico, tra il carbonato di calcio del calcare e le acque sulfuree”. Un cartello posto in loco recita: “Una colata calcarea (travertino)”, dunque il calcare c’è. E Ronchetti, che parlava di rocce “galattofore”, cosa intendeva?

Culto delle rocce


Le Madonne del latte e della neve

Qui si apre un capitolo per molti di noi sconosciuto… che parte dalle grotte “sacre” e culmina nel culto delle “Madonne del latte” (vedi Bismantova). Intanto, impariamo che, perché avvenga il fenomeno di quell’acqua bianca, la temperatura deve essere tra 3,5 C° e 5 C°, giusto quella rilevata prima. In quanto all’effigie delle “Madonne del latte” deriverebbe da quella della dea egizia Iside Lactans. Dall’Egitto copto le “Madonne del latte” passarono nell’arte cristiana occidentale, dove si diffusero soprattutto tra il XIII ed il XIV secolo. A bloccare questa tendenza sarà la Controriforma, infatti trovare un’icona di “Virgo lactans” posteriore agli ultimi anni del XVI secolo costituisce una rarità. A Bergogno non c’è un culto della “Madonna del latte”, però, si festeggia, intorno al 5 di agosto, la “Madonna della neve”. L’appellativo è legato alla basilica di Santa Maria “ad Nives” a Roma, che celebra il dogma di “Maria madre di Dio” e che prende il nome dalla leggenda di una nevicata estiva: è il più antico santuario mariano d’occidente. La “Madonna della neve” sembrerebbe essere una delle tante ierofanie dell’arcaica “dea bianca”, o Leucotea, dea sia del cielo coperto di neve sia della schiuma bianca del mare. Maria Vergine non è forse definita “regina del cielo” e “stella del mare”? “Bella tu sei qual sole /bianca più della luna...”

Canossa da Bergogno


La donna che nutre e la “Grotta del latte” a Betlemme

In vari documenti troviamo che, in alcune caverne, un liquido biancastro fuoriesce dalle pareti o dalle stalattiti: è il “latte di monte”. Sono state documentate usanze in cui le madri spalmavano questo liquido sui seni per garantire una adeguata lattazione. Prima che si inventasse il latte artificiale il timore più grande di una puerpera era quello di non riuscire ad allattare. Avere il latte e averne tanto significava garantire ai neonati la sopravvivenza. Proviamo a immaginare, dunque, che problema fosse non avere latte nelle epoche antiche, e proviamo a metterci nei panni di quelle comunità e di quelle donne. È possibile che alla “Camera della Maddalena”, ben prima che venisse così denominata, le donne andassero a invocare qualche dea per il dono di una lattazione abbondante? Il culto delle pietre, insieme a quello dell’acqua, in più zone della Penisola si è conservato fino agli anni Sessanta. Ad esempio, il regista Luigi di Gianni, in un documentario del 1967, mostra dei devoti che, a Raiano, in Abruzzo, si addentrano nelle grotte sottostanti un santuario, strofinano le mani sulle pietre, poi se le passano sul viso e sul corpo per ottenere chissà quali grazie. Tornando all’acqua biancastra, è chiamata “latte di monte”, ma anche “latte di luna”. Di recente, uno studio sul “moonmilk” della Grotta Nera nella Majella (reperibile online e presentato dalla professoressa Lisa Foschi), è stato condotto dai ricercatori dell’Università di Bologna guidati dalla dottoressa Martina Cappelletti.

Pietro Gambarelli a sinistra


In ambito cristiano, la “Grotta del Latte” di Betlemme è uno dei santuari mariani più visitati di tutta la Terra Santa. È qui che Maria, secondo antichi racconti, si fermò per allattare Gesù; in quel frangente alcune gocce del suo latte caddero a terra e la roccia divenne bianca. Ed ecco che la grotta diventò meta di pellegrinaggio per le donne che avevano difficoltà ad allattare o a concepire un figlio. Come direbbe il professor Piero Camporesi: “La sacra umidità primigenia stillante dal corpo della terra madre, fonte perenne di forme vitali...” è ciò che descrive anche, senza dubbio, il bosco della Péntoma e la “Camera della Maddalena di Bergogno.

Grotta di Lagoforno, vicino all'oratorio di
Santa Maria Maddalena di Saccaggio














mercoledì 28 febbraio 2024

ALBERI DI NATALE DELL’EDEN E COPPELLE PESTAROLE - QUANDO LE GHIANDE ERANO CIBO PER GLI UOMINI

 

Natività con pigne e ghiande

La narrativa sulle origini dell’albero di Natale fa riferimento alla cultura celtica. Si tratterebbe di una pianta sempreverde che i druidi - gli antichi sacerdoti dei celti - onoravano in varie cerimonie. Un pino o un abete? O forse una quercia che non perde le foglie, come il leccio? Capita poi di imbattersi nell’immagine di un rilievo del IV secolo a.C. raffigurante la Natività, conservato nel museo di Atene e proveniente da Naxos. Il Bambinello in fasce dorme nella mangiatoia e, ai lati, ha due alberi, oltre all’asino e al bue. Gli alberi sono un pino e una quercia: si vedono le pigne sulla pianta a sinistra e le ghiande su quella a destra. Quasi certamente si tratta di un pino domestico e di una roverella, specie utilizzate dall’uomo per trarne cibo ben prima del Neolitico, quando finalmente iniziò la domesticazione e coltivazione delle piante. La farina più antica ad oggi conosciuta risale infatti a trentaduemila anni fa, più di ventimila anni prima dell’avvio dell’agricoltura nel vicino oriente. Gli amidi sono stati rinvenuti su un pestello trovato nella grotta Paglicci, a Rignano Garganico, Foggia. Insieme alle avene selvatiche, è provata, sul pestello stesso, la trasformazione in farina delle ghiande. Quindi, il Bambinello di Naxos sembra collocato in un “Giardino dell’Eden” di alberi selvatici che producevano semi commestibili: ghiande e pinoli, i più antichi alimenti amidacei del Mediterraneo. Ma come era possibile trasformare le ghiande, amare per l’eccesso di tannino, in una farina commestibile? 

Monte Sassoso (Ceriola): coppelle e il ricercatore
Roberto Ronchetti con il cane dello studioso Rino Barbieri

Le coppelle nelle rocce: antichi mortai?

Il processo era lungo, laborioso e potrebbe aver lasciato dei segni anche in alcune zone del nostro territorio. Parliamo, almeno per una parte, delle famose coppelle scavate su rocce - non del tutto rovinate dagli agenti atmosferici - come quelle di Ceriola/monte Sassoso e del monte Lulseto. Perché le coppelle? Come abbiamo già scritto in altri articoli, questi incavi nella pietra avranno avuto diverse funzioni - utilitaristiche e rituali - ma una è sicuramente la macinazione di semi per l’alimentazione. Foto e filmati dei primi del novecento, in California, ci mostrano le donne native mentre producono farina di ghiande, togliendoci ogni dubbio riguardo ai metodi di lavorazione. Vero che, sia a Ceriola, sia al Lulseto, in mezzo alle querce sono presenti dei castagneti, fonte di un amido più adatto all’alimentazione umana (perché senza tannini). Tuttavia, la coltivazione del castagno pare sia successiva e si debba ai Romani, pur essendo la pianta già presente allo stato selvatico anche nella preistoria. Sull’indigenato del castagno in Italia si è molto discusso. Alcune ricerche attestano, in base alle analisi di pollini fossili della pianura costiera apuana, la presenza del castagno già diecimila anni fa. Quindi, il castagno avrebbe resistito alle ondate di freddo glaciale susseguitesi nel tempo; pertanto, l’ipotesi che l’ultima glaciazione lo avrebbe fatto scomparire, per poi vederlo ritornare dall’Asia Minore, portato dall’uomo, è stata abbandonata. In ogni caso, nei periodi particolarmente rigidi, la quercia resisteva e dava frutti, il castagno no.

lunedì 12 febbraio 2024

DUE DOCUMENTI: UN ROGITO E UN TESTAMENTO - GOMBIO, NELLO STATO DI PARMA DI MARIA LUIGIA D’AUSTRIA

 

Soraggio di Gombio


Una dozzina di zecche, quasi trecento sistemi monetari, una selva di dogane: questa era l’Italia prima dell’unità. La frazione di Gombio non solo apparteneva al comune di Ciano, ma anche al ducato di Parma

Era il 1844 quando, a Ciano D’Enza, venne redatto un documento di compravendita che andremo a esaminare. Siamo nell’anno del trattato di Firenze, stipulato tra il duca di Modena, il granduca di Toscana e il futuro duca di Parma. Secondo gli accordi, alla morte di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, tutti i territori parmensi (exclave) della sponda destra dell’Enza sarebbero passati al ducato di Modena e Reggio, mentre quelli (sempre exclave) di Bazzano e Scurano sarebbero ritornati a Parma.

Gombio, con le sue “ville” (gruppi di case), e Beleo erano in quella propaggine incuneata nel ducato estense e governata da Parma. Il confine più a sud tra i due ducati si trovava sul monte Battuta, verso Villaberza. Soraggio, collocato a nord dello stesso monte, ricadeva pertanto nello stato di Parma e ci sarebbe rimasto fino al 1848. In seguito, il via vai delle terre gombiesi, come spiega bene lo storico Giuseppe Giovanelli, sarà tra i comuni di Ciano, Casina e Castelnovo. In quest’ultimo, Gombio entrerà in modo definitivo soltanto nel 1959. Ma il va e vieni di Gombio, per diverso tempo, riguardò anche le due diocesi di Reggio e Parma.

Torniamo al 1844, quando un certo Natale Scarenzi, gombiese, e il signor Prospero Pedroni, calzolaio di Soraggio, vanno a rogito davanti all’allora sindaco di Ciano, Angelo Birzi. Oggi, a Gombio, il cognome Scarenzi resta soltanto a denominare una delle “ville”, essendosi estinto. Anche il cognome Birzi è quasi sparito, mentre era un tempo molto presente, tanto da far pensare a un’origine nel luogo stesso.






Pretura di Traversetolo, ducato di Parma: un rogito

La famiglia Pedroni di Soraggio scomparve, invece, con Antonio Luigi (figlio di Prospero), di cui si raccontava fosse partito per le Americhe e mai ritornato. I beni dei Pedroni, casa e terreni, vennero poi acquistati dalla famiglia Albertini, compresi quei castagneti dei “Valetti” o “Valeti”, situati di fronte a Leguigno e Beleo, di cui si parla nel documento qui riportato (compreso di evidenti errori ortografici)!

“Stato di Parma, Comune di Ciano - Pretura di Traversetolo Gombio - quarto Giorno tre 3 - novembre Mille otto cento quaranta e quattro, 1844.

Colla presente benché privata Scrittura, la quale la parte voliamo che sta valendo come pubblico

legale documento anche melio, si dichiara che il qui presente Natale di fu Luigi Scarenzi domiciliato a Gombio, che a venduto e vende a libera vendita, una porzione di uno fondo castagnativo posto nel territorio di Gombio, loco detto alli Valetti a cui confina, a matina il venditore, a merigio Violi Giovanni, a sera ed al nord l’aquirente. Al qui presente Prospero di Giuseppe Pedroni nativo e domiciliato in detto luogo, che compra stipola ed accetta per se, e con denari propri riccavati sotto la sua professione di calzolaio cosi dichiarando come dichiara in aqui. E questo pel prezzo di lire nove di Parma, trenta e cinque 35. prezo giusto convenuti amichevolmente. La qual soma è stata sborsata prima d’ora in mane del sudetto Scarenzi il quale dice e confessa d’averla anche ritenuta presso di se, facendole fini quietanze in ogni (?) E le predette cose tutte hanno asserito e asserivano le contraenti parti essere vere promettendone la piena osservanza sotto l’obbligo di se stessi beni tutti presenti fatturi (?) Li sopra descritti contraenti non si firmano, che Scarenzi, perché Pedroni e ileterato, pero viene pubblicato alla presenza di me infrascritto e degli sotto scritti testimoni cioè Costi Giuseppe, e Francesco Birzi tutti di Gombio, Scarenzi Natale afermo quanto sopra, Francesco Birzi testimonio Giuseppe Costi testimonio. Angelo Birzi Sindaco al Comune di Ciano, scrissi di comisione delle parte e fui testimonio: segue la registrazione a Langhirano il 16 gennaio 1845 con le tasse pagate

(N.B: il resto è incomprensibile)”