lunedì 26 dicembre 2022


Una raccolta appartenuta al nonno di Cesare Datteri con tante notizie sulla montagna reggiana tra il 1905 e il 1909


Passando in rassegna i vari temi trattati – dalla propaganda elettorale, all’educazione socialista del popolo, a pagine di letteratura (Lev Tolstoj), a informazioni riguardanti i vari consigli comunali o le cooperative di consumo, l’occhio cade su una “corrispondenza” da Felina del 21 giugno 1908. Vi si racconta di un priore arrabbiato per le poche entrate delle questue a Fariolo e a Magonfia, roccaforti del “dominio socialista”. Ma il “corrispondente” di questo quindicinale non si ferma lì: “C'è l'altra parte, che, pur avendo una fede religiosa, pur osservando i comandamenti cosiddetti di dio e della chiesa, nutre una forte avversione al prete moderno, perché in lui non vede più il ministro di una religione qualsiasi, il soccorritore dei bisognosi, il padre amorevole di tutti gli abitanti di un dato paese, il difensore dei poveri; ma il capo di una setta che serve soltanto agli scopi di pochi privilegiati, lo strenuo propugnatore degli interessi dei signori, il nemico potente e terribile nelle lotte elettorali, il galoppino di tutte le grandi armate capitalistiche. È troppo naturale che i preti combattano con maggior accanimento quelli che, socialisti o no, lasciano che il prete faccia come meglio crede, coloro che non si curano di chiesa, quantunque contro questi il prete non abbia nessuna ragione di sbraitare, perché in fin dei conti da essi è lasciato in pace. Sono quelle mezze tinte di fedeli per metà ch'egli deve combattere, quella gente che è sempre là in chiesa a rompergli le scatole, per poi criticarlo se falla o se agisce da quel prete che noi abbiamo sopra descritto.”

“Il Montanaro”

Erano conservati con cura nella casa del padre di Cesare Datteri, i fogli del quindicinale “Il Montanaro”, periodico socialista della montagna reggiana. Si tratta di una raccolta che va dal 1905 al 1909 e che, sfogliata, rivela informazioni, aneddoti, nomi e cognomi di persone che riguardano un po’ tutti i comuni montani. Colpisce il linguaggio apertamente anticlericale, impudente, assolutamente lontano dal “politicamente corretto” in uso oggi. Ma che provenienza hanno questi fogli conservati con tanta cura?

martedì 22 novembre 2022

SUI SENTIERI DELLA PAROLA - PER UNA LETTURA ORGANICA DELL'ANTICO TESTAMENTO



Un testo necessario e semplice per inoltrarsi nella lettura dell’Antico Testamento, ma anche uno strumento robusto e sicuro come uno scarpone.



C’è tanto dell’esperienza missionaria dell’autore, in questo libro; c’è tanto delle Comunità Ecclesiali di Base brasiliane, a partire dalla citazione di Dom Pedro Casaldaliga nella quarta di copertina, dove si ricorda la “teologia del ciclostile”.

In Brasile, don Pier Luigi Ghirelli, nativo di Leguigno di Casina (RE), arrivò come missionario Fidei Donum nel 1970: all'età di 28 anni, il sacerdote sbarcò a Rio de Janeiro, dopo aver navigato per tredici giorni, per vivere la nuova esperienza missionaria, e vi restò fino al 1989; là ebbe modo di portare a termine i suoi studi di teologia e filosofia – che affiorano nitidamente nel testo - ma, soprattutto, ebbe l’opportunità di potersi immergere in tipologie di analisi, lettura, studio critico della Bibbia inediti e innovativi. Il contesto sociale e politico era quello di una dittatura e, in quello scenario, i sacerdoti cattolici iniziavano a muoversi cercando le modalità più efficaci contro la dittatura. All'inizio degli anni '70 il rapporto tra Chiesa e Stato si stava già deteriorando, il regime si stava indurendo parecchio e i cattolici che si opponevano al governo erano oggetto di persecuzioni. Quando “padre Pedro” arrivò in Brasile, per operare in Bahia, il carattere della chiesa popolare era vivido, e i bisogni del popolo trovavano risposte nella religione, nella Bibbia.

Una nuova esegesi a partire dal “popolo”. Quell’esegesi di cui parlerà poi Benedetto XVI in un suo testo: “Dobbiamo imparare nuovamente che essa (la Bibbia) dice qualcosa a ognuno e che è stata donata proprio ai semplici. In questo do ragione a un movimento nato nell’ambito della teologia della liberazione che parla di “interpretazione popolare”. Secondo questa linea il popolo è il vero proprietario della Bibbia e perciò il suo vero esegeta.” (Il Sale della terra, San Paolo 2005)

Il cammino di padre Pedro è da subito segnato da conflitti con i politici locali che ubbidivano al regime militare. Dalla fine degli anni '60, una parte della Chiesa cattolica si era impegnata contro le azioni criminali dei militari, mentre il governo aveva praticamente dichiarato guerra a tutti coloro che erano contro il regime. Il conflitto si intensificò dopo il 1970, quando le Comunità Ecclesiali di Base cominciarono a svolgere un lavoro più attivo all'interno della società, rispondendo agli interessi locali, la terra, il lavoro, le lotte per l’istruzione, i trasporti ecc… La maggior parte del clero inviato dalla Diocesi di Reggio Emilia era allineato con le idee della Teologia della Liberazione e i sacerdoti combattevano insieme alle classi popolari. Don Ghirelli (per tutti padre Pedro) cercò di vivere la Teologia di Liberazione nella pratica quotidiana: fu difensore della Riforma Agraria e la questione fondiaria fu una delle sue principali lotte; tutto questo anche preparando opuscoli, periodici, offrendo corsi ed evangelizzando per aiutare la gente comune a uscire dai pregiudizi in relazione alle strutture di potere. Il sacerdote ha dovuto però affrontare conflitti con altri sacerdoti e vescovi brasiliani che non erano d'accordo con il suo modo di evangelizzare e con politici locali allineati con l'ordine prevalente in quel momento. Negli ultimi anni della sua attività a Irecê, il religioso mosse forti critiche agli amministratori locali, cercando sempre di far capire al popolo l'importanza del voto per emanciparsi; per questi e altri atteggiamenti, Pier Luigi Ghirelli nel 1985 fu espulso dalla Diocesi di Irecê su richiesta dell'allora sindaco della città, Heldebrando Seixas e del vescovo locale Edgar Gouveia, che inviarono una lettera a Roma sostenendo che il sacerdote non evangelizzava adeguatamente la comunità locale. La partenza di don Pier Luigi generò grande commozione popolare. Solo il 23 luglio 2018 ebbe, finalmente, il riconoscimento per tutto ciò che aveva fatto per la città: a Irecê, oltre alle attività religiose, padre Pedro aveva infatti stimolato il movimento cooperativo e fu perciò insignito del titolo di cittadino onorario su proposta di tutti i consiglieri comunali.


venerdì 30 settembre 2022

LE MEDICHESSE: GUARIRE CON I SEGNI E CON LA PAROLA


La vocazione femminile alla cura: gli studi dell’antropologa Antonella Bartolucci ispirano una mostra. Tradizioni arcaiche, tramandate nei secoli e ancora presenti nel nostro territorio, illustrate attraverso le opere d’arte


La mostra d’arte si terrà a Casina agli inizi di settembre, nelle sale della biblioteca comunale “Sincero Bresciani”. Il titolo, “Le Medichesse”, riporta a quella realtà di guaritrici, soprattutto anziane, che curavano diversi malanni fisici e pure quei disagi nascosti spesso dissimulati; curavano l’essere umano, unità corpo, mente e spirito, attraverso segni, preghiere e simboli. Diciamo che le “medgûne”, in assoluta buona fede e nei limiti di ciò che ereditavano come “dono”, fin dall’alba dei tempi si sono fatte carico della salute di ogni comunità. All’interno dell’esposizione artistica, il 3 settembre, ci sarà una conferenza nella quale di ragionerà proprio su questi antichi metodi di cura. L’idea della mostra, già presentata nel 2019 alla Rocca Estense di San Martino in Rio, è di Claudia Bianchi, del gruppo culturale Artisticamente. Si tratta di dipinti che propongono il tema delle curatrici, trattato da ogni artista in modo diverso: “Non abbiamo chiarito scientificamente il perché di queste cure, non è nostro compito, ma è un argomento misterioso e affascinante e ogni pittrice lo ha delineato dal proprio punto di vista”. L’associazione Artisticamente (una ventina di componenti) è nata proprio grazie a Claudia Bianchi nel 2014. Il simbolo adottato è una civetta, animale sacro alla dea Atena, metafora di saggezza, sapienza e intelligenza. Claudia è di Guastalla, ha alle spalle un bagaglio di studi pedagogici a indirizzo psicologico uniti ad altri di pittura, tra cui un corso tenuto da Carlo Ferrari sulla tecnica classica della velatura. È insegnante, collabora con diverse gallerie ed espone da tempo in Italia e all’estero.

A Casina, insieme a Claudia, sarà Antonella Bartolucci, antropologa di San Martino in Rio, a parlarci delle segnature, delle malattie che con esse venivano curate, di alcuni procedimenti specifici, della donna legata all’arte della cura. “Le streghe buone”, il suo libro edito da Aliberti nel 2016, è frutto di oltre vent’anni di ricerche sulle medichesse. Ci saranno poi alcune guaritrici a rivelare frammenti della loro conoscenza; ci sarà la dottoressa Ameya Gabriella Canovi che parlerà di malattia e guarigione da un punto di vista psicologico; si converserà inoltre di immaginario magico in Appennino e, tra un intervento e l’altro, ogni pittrice illustrerà il proprio quadro. Il tutto sarà coordinato da Italo Garavaldi.

Trotula de Ruggiero, medica dell’anno Mille


Per secoli, le donne sono state incaricate di guarire, medicare e occuparsi della salute della collettività. Furono loro le prime medichesse (mediche) nella storia. Sono le antesignane degli infermieri, farmacisti, ginecologi, pediatri, alchimisti, chimici. Si sono occupate di seguire gravidanze e parti, di migliorare la fertilità delle donne, hanno coltivato e imparato a usare erbe medicinali. Hanno trasmesso le loro conoscenze ed esperienze - in segreto - di generazione in generazione. E se Asclepio era il dio della medicina, queste erano le sue figlie: Igea, la salute; Panacea, l’incarnazione della guarigione universale e onnipotente per mezzo delle piante; Iaso, che aveva ereditato il potere della guarigione e Acheso che ne sovrintendeva il processo; poi Egle, madre delle Grazie, e Meditrina, la guaritrice. La medicina fa parte del patrimonio delle donne, dunque, appartiene alla loro storia e al mito, ne è eredità ancestrale. Il termine “medica” venne utilizzato per Trotula di Ruggiero, vissuta nel XI secolo, contemporanea di Matilde di Canossa. “Medica” e non “medichessa” si diceva in latino: fino al XV secolo inoltrato, in latino e nelle lingue volgari, “medico” si declinava sia al maschile, “medicus”, che al femminile “medica”. Trotula de Ruggiero fu la più famosa delle “mulieres salernitanae”, dame della scuola medica di Salerno, dove la scienziata studiò, si laureò e insegnò. Fu autrice di trattati di medicina che mostrano inconsuete conoscenze in campo ginecologico ed ostetrico. Nonostante fossero firmati con il suo nome, nelle trascrizioni successive questo fu trasformato nel maschile “Trottus”, forse perché non si reputava che una donna potesse avere simili competenze. Trotula fu recuperata come legittima autrice delle sue opere solo nell’Ottocento. La medica “mulier salernitana” conosce i bisogni delle donne, ascolta le loro richieste, si rende promotrice di una medicina per le donne in assoluto laica, priva di qualsiasi influenza morale o religiosa. Colpisce la modernità, che potremmo definire “di approccio olistico”, di Trotula, la quale, mille anni fa, sosteneva che la salute non deve essere intesa come assenza di malattie, ma come una situazione di benessere psicofisico complessivo della persona.

Le segnatrici: curare con le mani e con i segni


Nel 1862, scrive nel suo libro “La sorcière” lo storico francese Jules Michelet: “Per mille anni l'unico medico del popolo fu la ‘strega’… la massa di ogni stato, e si può dire il mondo, non domandava parere che alla ‘Saga’ , o donna saggia...” Da un lavoro della ricercatrice etnografica Luciana Nora nel territorio carpigiano, emerge che più di tre secoli di Inquisizione, uniti agli attacchi da parte della medicina e cultura ufficiali, non hanno sradicato il fenomeno di queste pratiche rituali. Significativi, a tale proposito, appaiono gli atti di un processo del Tribunale dell’Inquisizione del marzo 1734, tenutosi a Modena, contro Anna Astolfi, di cinquant'anni, rea confessa di scacciare “il mal delle doglie” attraverso la seguente formula: “In nome di Dio sia e della Vergine Maria, vi metta prima la sua man che io la mia, in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, sto male non passi da qui d’innanzi. Prego Dio e la dolce Vergine che se son doglie, se ne vadin via.” Ad accusarla sono le stesse donne che a lei erano ricorse, incapaci di sottrarsi al senso di colpa derivante dalla loro trasgressione: la donna doveva assolutamente “partorire con dolore”! La medicina popolare, mutata, ridotta a spettro della sua essenza, è comunque sopravvissuta. Il fatto poi che in prevalenza si tratti di guaritrici, afferma Luciana Nora, induce i più a ritenerla sottocultura da “donnette”. Viene da chiedersi, invece, chi fossero, chi siano queste figure: le medichesse. Se, cioè, la loro saggezza sia tale da aver compreso il senso profondo dei limiti, dei bisogni individuali e collettivi della natura umana. Bisogni riassunti per simboli in rituali molto complessi, come il “levare al simiot”, senza il bisogno di inveire su qualcuno o maledirlo ma – piuttosto - riconciliandone le componenti. Una saggezza che evitava quindi il pericolo di sanare una situazione a scapito di un’altra. L’aspetto che più colpisce nelle segnatrici è la loro carica vitale, la serenità, l’ottimismo, la generosità, la forza d’animo. Si tratta di persone fornite di una forza interiore speciale, di un vero carisma, per cui, oltre ad aiutare chi le interpella, sono in grado di suscitare fiducia, incoraggiare, rasserenare.

giovedì 18 agosto 2022

TRACCE DELL’OCCUPAZIONE FRANCESE A PUIANELLO - 1799/AL PASSAGGIO DELLE TRUPPE NAPOLEONICHE, CIVILI TORTURATI E FUCILATI


Si narra che a Reggio tutto sia cominciato nel 1796 per un cespo d’insalata; qualche mese prima, il 2 marzo, Napoleone era stato nominato comandante dell'armata d'Italia e l’11 marzo era partito per invadere la penisola. A Reggio, il 20 di agosto, un granatiere del duca Ercole III volle comprare dell’insalata da un’erbivendola in piazza San Prospero, ma si intestardì a pagarla solo due bolognini. L’erbivendola non accettò il sopruso. Fu la miccia che innescò la rivolta: il popolo si sollevò e, la mattina del 21 agosto, Reggio fu finalmente “liberata” dagli Estensi.

“I bravi abitanti di Reggio hanno scosso il giogo della tirannia di loro iniziativa…” dichiarò Napoleone Bonaparte. In piazza Duomo venne eretto l’albero “della Libertà” (un gelso) e il 29 agosto vide la luce la “Repubblica Reggiana”. In seguito, il Bonaparte la soppresse, trasformandola in semplice “municipalità” e si costituì la repubblica Cispadana, comprendente Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, poi, con il trattato di Tolentino, in essa confluirono anche la Romagna e, successivamente, la Garfagnana, Massa e Carrara. Pochi mesi dopo, per volontà di Napoleone, la Cispadana e la Transpadana si fusero con la Repubblica Cisalpina. A novembre la nostra regione fu suddivisa in sette dipartimenti: Crostolo, con capoluogo a Reggio; Panaro, con Modena; Reno, con Bologna; Alta Padusa, con Cento; Lamone, con Faenza; Rubicone, con Rimini; Basso Po, con Ferrara. Erano dunque arrivate, in Italia, con Napoleone, “Liberté, Égalité, Fraternité ” e la popolazione aveva accolto i francesi come liberatori?

Non fu del tutto così. L’ostilità verso il regime napoleonico crebbe senza sosta e fu un dato diffuso nei ceti popolari, soprattutto a causa della destrutturazione della società e dell’economia: uno stravolgimento che, in realtà, aveva aumentato difficoltà e miseria. Inoltre, secondo ciò che riportano anche alcuni documenti reperiti negli archivi parrocchiali, nella nostra zona ci furono violenze sui civili da parte dei francesi, come, per altro, nel resto d’Italia.


Puianello e La Vecchia: fucilazioni e torture


È lo storico Giuseppe Giovanelli ad aiutarci nella lettura, traduzione e analisi delle seguenti note redatte in latino nel 1799 dall’arciprete Domenico Fioroni. Ci spiega Giovanelli: “Vezzano era il punto di ingresso delle vie per la montagna. Ciò significava gente di passaggio e osterie piene di viaggiatori che attendevano, ogni giorno, il momento giusto per passare la Campola. Nelle osterie e nello stallo scoppiavano litigi e, nel guado, sia del Crostolo che della Campola, c’era chi affogava (anche qualche felinese). Proprio per evitare questi due guadi, la strada antica saliva stando il più possibile alla sinistra della Campola, guadandola dove il restringimento del letto e l’acqua bassa rendevano più facile e sicuro attraversare.”

Non sappiamo perché siano stati catturati, uccisi e persino orribilmente torturati – torture del tutto simili a quelle delle guerre odierne - gli uomini di cui parla don Fioroni, forse per pura fatalità o forse perché scambiati dai francesi per fiancheggiatori delle truppe imperiali austriache? Queste le annotazioni sui registri:

“32. 1799. Defunti

Giorno dodici giugno 1799

11. Geminiano Vedriani di Montalto, mentre fuggiva nei boschi di proprietà delle Monache Bianche*, alla Costa, fu colpito a morte da fucilate delle Truppe Galliche e il suo corpo è stato portato in questa chiesa cadavere dopo quattro giorni in questa chiesa è stato tumulato davanti ad Angelo Medici e Giovani Baricca. (* Dovrebbe trattarsi delle monache carmelitane di Santa Teresa di Reggio).”

“Giorno tredici giugno dell’anno 1799.

Lorenzo figlio (...) Lolli di Montalto e Pellegrino Bedeschi di Viano sono stati catturati dalle truppe galliche presso il Crostolo in località chiamata La Vecchia e sono stati condotti in questa parrocchia e in particolare davanti alla finestra della casa delle sorelle Rosa e Giuseppina Volpi, Le loro flebili voci e le urla si ascoltavano dal Cielo, tuttavia in terra sono stati giudicati senza misericordia e colpiti con sei pallottole in testa hanno reso la loro anima a Dio, e i loro corpi sono stati sepolti in questa chiesa davanti ad Angelo Medici e Giovanni Baricca. Dopo aver celebrato le esequie private ecc. Giorno di grande e amara tristezza. Meglio se non fossero nati.

G. Domenico Fioroni Arciprete”

“Giorno tredici giugno 1799

13. Giacomo figlio di Francesco Bonacina e Pietro figlio di Antonio Bertoli, ambedue della Parrocchia di Rivalta, presso la Vasca sono stati fermati dalle truppe Galliche, Polacche e Cisalpine, e da loro catturati a causa dell’aquila imperiale trovata sul capo e condotti per la pubblica strada a Puianello, e ritornando quindi indietro fino alla Forche . . . . crudelmente e ferocemente colpiti con le spade e tagliate le dita dei piedi, e cavati gli occhi, in una casa del detto luogo (le Forche) e in particolare nel campo a oriente della casa di loro proprietà sono stati lasciati semivivi, sanguinanti, castrati hanno pazientemente consegnato la loro anima, e i corpi il giorno seguente sono stati sepolti in questa chiesa davanti a Giovanni Baricca e Giuseppe Cola.

Io Gian Domenico Fioroni arciprete di questa chiesa anche se queste miserabili circostanze sono avvenute lontano dalla parrocchia, dopo ho scritto su questi avvenimenti perché siano custoditi a memoria dei posteri. Il numero delle truppe sunnominate accampate parte in Vezzano, parte in questa parrocchia per lo spazio di sedici ore, cioè dalle ore 4 pomeridiane delli 12 sino alle 9 mattutine delli 13 corrente con la peggio (...) ed il sacco dato alle sostanze di questi abitanti, furono da ottomila circa e due mila e due mila di queste erano accampate in questa mia canonica e colle. Lascio a voi pensare qual sarà stato il danno arrecatomi.”

venerdì 15 luglio 2022

L’ANNO SENZA ESTATE, CARESTIA E TIFO A PONTONE - 1817/ CENTO MORTI REGISTRATI NELLA PICCOLA PARROCCHIA


 


Il documento ci arriva dagli archivi parrocchiali. Si tratta di una nota rinvenuta nel libro di battesimo di Pontone, risalente al 1825 e vergata da don Giovanni Zobbi, rettore della parrocchia dal 1815 al 1834. Nell’annotazione si parla di morti, di carestia e pure di un’epidemia: “Nota il dì 16 maggio 1825 qui in Pontone vi erano oncie quattro di neve ed il Villaprara di S. Pietro oncie sette, e più. È pure da notare che nell’anno 1815-1816-1817 fù una continua carestia, onde nel 1817 perirono di fame circa cento persone in questa parrocchia di Pontone; si trovavano per le strade moribondi, e morti per le boscaglie divorarti dai cani e dalle fiere. Più si solevò una malatia a cui li medici diedero il nome di tifo, ed anche di questa perirono molti non solo poveri, ma anche benestanti. Molti altri per il vivere insalito, o male a proposito morirono poi nel 1818 tempo di abbondanza.”

Fino a duecento anni fa, la fame era ancora uno spauracchio per tutti i Paesi europei. Le risorse alimentari erano scarse e la gran massa della popolazione raggiungeva appena il livello di sussistenza. Le carestie provocavano migliaia di morti e, in genere, derivavano dal cattivo tempo, o da epidemie e guerre che comportavano la devastazione dei campi e l’impossibilità di seminare e raccogliere le messi. Sempre dall’Archivio diocesano di Reggio Emilia, ecco una pagina del registro dei defunti di Vezzano del 1817, dove, al numero 87, 28 febbraio, è registrato: “Massimiliano di Domenico Campani e Margheritta Ricci di 48 anni morto ob debilitatem et fame consumptus” (per debolezza e consumato dalla fame).

È solo uno dei tanti esempi. Nel biglietto collocato sulla stessa pagina si legge: “Nel giorno 17 gennaio alle ore 7 antemeridiane Donna ritrovata morta. In questa parrocchia di Vezzano in luogo detto la Rocca sulla Strada che guida alla Vecchia è stata ritrovata morta come si tiene di fame e di freddo, ho usata diligente ricerca chi ella fosse e di qual Patria, ma non enimi riuscito di venirne a cognizione, mentre nessuno mi ha saputo darne informazione, io per me son d’opinione ch’ella fosse Toscana, ella fu trasportata in questa casa Pretoria perché fosse visitata, ma siccome simili casi accadono frequentemente or quà or là per le critiche circostanze di carestia. Così senz’essere visitata è stata, premesse le solite esequie, tumulata in questo Parrocchiale cimitero il giorno 19 mese suddetto. Fabbiani Girolamo Rettore”

Ma cos’era successo? Perché una carestia durata tutti quegli anni e poi il tifo?


Il vulcano, Napoleone e Frankenstein

Il 10 aprile 1815, il vulcano Tambora – nelle Indie orientali olandesi, oggi Indonesia - esplose e le sue ceneri si diffusero nell’atmosfera in quantità tale da oscurare il sole, raffreddando la Terra di diversi gradi. “L’ultima grande crisi di sussistenza del mondo occidentale” fu l’effetto dell’eruzione, secondo lo storico John Post. Solo nell’Impero russo vi fu un aumento delle temperature medie e si verificarono condizioni positive per le attività agricole. Dal punto di vista storico, vi sono in Italia pochi riscontri sulla crisi economico-sociale del 1815-1817 in quanto è quasi dimenticata; rimangono invece i documenti di natura sanitaria di quei medici che cercarono di arginare l’epidemia di tifo che ne seguì. Negli archivi parrocchiali e comunali vi sono poi le pagine con i nomi dei morti. La nostra montagna era sotto il dominio estense e il Duca si impegnò per fronteggiare la situazione, vietando l’esportazione del frumento, acquistandone delle quantità all’estero e organizzandone lo smistamento a prezzi calmierati, mentre ne fu garantita a titolo gratuito la distribuzione agli indigenti. Sicuramente, le misure non furono adeguate per i bisogni di tutti. Il racconto dell’eruzione del Tambora e delle sue conseguenze lo ritroviamo più avanti nella ricostruzione di Henry ed Elisabeth Stommel, nel volume dal titolo “Volcano Weather: The Story of 1816, the Year Without a Summer”. La cenere del vulcano rimase sospesa nell’atmosfera per molti anni, riducendo la quantità di radiazione solare. Gli effetti furono tragici. Le condizioni climatiche anomale portarono a gelate estive che segnarono il 1816 come “L’anno senza estate”, con la perdita dei raccolti estivi ed autunnali: questo determinò una terribile crisi alimentare. L’esito finale della carestia fu poi una vasta epidemia di tifo petecchiale di cui fecero le spese soprattutto i ceti meno abbienti. “La prima delle tre ondate di freddo fuori stagione si abbatté sul New England nelle prime ore del 6 giugno in direzione est. Il freddo e il vento durarono fino all’11 giugno, lasciando sul terreno da 8 a 15 centimetri di neve. Una seconda gelata colpì le stesse zone il 9 luglio, una terza e una quarta il 21 e il 30 agosto, proprio quando stava per incominciare il raccolto delle colture già due volte devastate. Le ripetute gelate estive distrussero tutte le granaglie e tutti gli ortaggi a eccezione di quelli meno sensibili al freddo”

domenica 22 maggio 2022

LULSETO DI VETTO/NEL BOSCO SACRO DELL’ “ÛLSA” - LA PIETRA INCISA E LA DIVINAZIONE DELLE ROCCE



Nel bosco, sorpassata una conca sulla destra - forse una cava di pietre in disuso - è il verde oliva di una pianta insolita ad accogliere i visitatori. In inverno, quando le roverelle sono spoglie, è lei che si fa notare. È come se facesse da guida verso il “santuario” dei petroglifi. Cresce lì, ai bordi del sentiero, spunta dalle fessure sui massi e nello spazio tutt’attorno; ha radici tenaci, fiorellini bianchi e un’aria mediterranea, quasi fossimo su scogli antistanti il mare. Invece siamo in mezzo ai monti, nella valle del Tassaro, non lontano dal torrente Enza nel comune di Vetto. L’acqua dunque c’è, più in basso, e doveva esserci anche lì, perché resta qualcosa che pare un pozzetto, un incavo dove le foglie umide, nonostante non piova da mesi, indicano una sorgente. Sono, questi, i territori dei conti Da Palude, il cui primo feudatario, Guido, morì in Terrasanta nel 1202, durante la terza crociata.


La pianta delle scope 




Gróm, óls, ólsa, ûles, ûls, ûlsa sono i nomi dell’erica nel dialetto della montagna reggiana. In altre zone d’Italia viene chiamata urxe, uxe, úrscia, uexie, ulice, ulsi, ma anche, semplicemente, scùa: scopa. Il nome del monte Lulseto, quindi, deriva chiaramente, da ûlsa, la pianta delle scope. E la scopa (di saggina o altro) da sempre è collegata alle superstizioni e a tradizioni arcaiche. Le scopine augurali che si regalano a Natale dovrebbero spazzare via le sfortune, per esempio. Il fatto poi che, spazzando, si tolga la sporcizia, ne aumenta il simbolismo. I druidi usavano scope di erica per purificare gli altari ed è a questo che si deve, forse, il suo significato di portafortuna. È un simbolo legato anche ai riti della fertilità, culti che risalgono al neolitico: se ne ha traccia in nord Europa fino alla cristianizzazione di quelle terre. Un culto simile era praticato a Roma nei Lupercali a opera dei sacerdoti del Faunus Lupercus. Questi, con delle fruste fatte di cinghie di cuoio, ma anche con fastelli di rametti, praticamente scope, propiziavano la fertilità del terreno e delle donne colpendoli quando la natura rinasceva, cioè circa a metà febbraio. L’erica arborea ha la capacità di resistere agli incendi, infatti in molte zone veniva usata per pulire il forno dalle braci prima di cuocere il pane; durante un incendio, se la parte aerea viene bruciata, la parte basale e sotterranea, la "radica" con cui si producono le pipe, resiste e produce nuovi getti. I botanici dicono che quando ci si trova davanti a un ericeto a erica arborea, non c’è bisogno di indagini storiche o analisi specifiche: si può facilmente immaginare che la zona sia stata più volte incendiata (per ricavarne pascolo?) e il suolo gradualmente inacidito.

martedì 18 gennaio 2022

LE STRAGI NAZIFASCISTE DI CERVAROLO E DELLA BETTOLA - ANNA LOMBARDI

 

Aia di Cervarolo dopo la strage
 


Il territorio della nostra montagna è segnato da una sorta di dolorosa geografia della memoria.

Le statue, le installazioni, i cippi dedicati ai martiri della Resistenza sono lì ad attestare una storia tragica che dovrebbe indurre riflessione o, perlomeno, interesse. Purtroppo, invece, non vengono quasi considerati: pochi si pongono domande e i più giovani, specialmente, sono all’oscuro degli eventi raccontati da quei monumenti (dal latino monumentum ‘ricordo’, derivato da monere, ‘ricordare’); li incontrano, ma passano oltre.

Anna, al contrario, i motivi se li è chiesti: “Andando a Reggio in auto con i miei, da bambina, passavo davanti alla Bettola e mi chiedevo cosa significasse quel monumento. Mia mamma mi ha sempre raccontato che lì c’era stata una strage, durante il secondo conflitto mondiale, ma lo aveva fatto con misura, perché ero piccola e non poteva scendere nei particolari. In più, mia sorella Luisa ascoltava la canzone dei Modena City Ramblers, ‘L’unica superstite’, scritta dal nipote di Liliana, della quale lessi più avanti il libro testimonianza.”

Anna Lombardi il giorno della tesi di laurea


La canzone racconta, appunto, dell’eccidio della Bettola e, insieme al monumento quasi sul ciglio della statale 63, ha portato Anna Lombardi a riflettere e a cercare di saperne di più.

Nel momento in cui si è trovata a decidere l’argomento della tesi di laurea triennale in storia, alla fine del percorso all’Università degli studi di Milano, dopo aver scartato l’ipotesi di scriverla su Matilde di Canossa, Anna optò per la stragi della Bettola e di Cervarolo.

Nata a Felina di Castelnovo ne’ Monti, la giovane studentessa (anzi: dottoressa) sta ora frequentando ‘Antropologia e storia del mondo contemporaneo’, classe delle lauree magistrali in scienze storiche all’Università degli studi di Modena e Reggio. Nel frattempo, ha partecipato al concorso nazionale ‘Premio Tralerighe Storia’, dedicato a opere inedite di storia contemporanea, classificandosi al primo posto con la sua tesi, vincendo così la pubblicazione con Tralerighe libri Editore di Andrea Giannasi. 

Libro di Anna Lombardi


“Quando ho proposto la mia idea al professor Marco Soresina - il mio relatore - me la voleva rifiutare. Diceva che le fonti per una tesi erano troppo poche, che era un argomento di nicchia… Gli ho risposto che volevo provarci perché mi interessava davvero e lui si è convinto. Mi ha poi consigliato quattro volumi per la parte introduttiva e da lì è partito tutto. Per la Bettola, Massimo Storchi, di Istoreco, mi ha indicato le due edizioni del libro sulla strage; inoltre ho letto ‘Il nazista e la bambina’ di Liliana Manfredi, la sopravvissuta allora undicenne, e un altro libro molto vecchio, ‘La Bettola, il dramma della notte di San Giovanni 1944’, di Roberto Vinceti.”

venerdì 14 gennaio 2022

LA NUVOLA - RACCONTO TRATTO DA "IL VOLO DI MELUSINA"




Era rimasta impressa nei suoi occhi bambini, la silhouette mutevole di quella strana montagna. Sempre diversa, a seconda del punto di osservazione. Se proprio non la si vedeva, bastava spostarsi un po’ e lei si rivelava in tutta la sua magnificenza. Lui c’era nato in Appennino, anche se poi era cresciuto a Milano; la Pietra gli ricordava sua madre; la Pietra era una Madre: osservava, custodiva, proteggeva. Uno sguardo materno di cura e difesa, rassicurante.

Lassù, c’era stato giusto l’anno prima con il gruppo di ciclisti di cui, da tempo, faceva parte. Aprì un cassetto, cercò tra le foto e, subitamente, comparve don Gianni, il loro direttore spirituale: il prete era con lui sulla terrazza di una rocca.

Era venerdì, quella sera, al castello di Rossena. Il prete aveva l’abitudine di digiunare dalla notte del giovedì al mattino del sabato, dunque appariva alquanto smunto e stanco. La pratica del digiuno non gli impediva di accompagnarli, sia pure in auto. Di fatto, era stato al loro fianco anche in quel lungo pellegrinaggio in bici da Milano ai castelli della Grancontessa Matilde.

«La tua terra…», disse il prete, osservando all’orizzonte i paesini sparsi sui colli, «e laggiù c’è la Pietra, dove siamo stati ieri. A proposito: sapevi che il prete che ha in cura l’eremo è un esorcista?».



Alfonso annuì e respirò a fondo l’aria umida che saliva dal torrente Enza:«È una mensa sacra, però molti ne parlano come dello “zoccolo del diavolo”. Forse per questo ci hanno piazzato un esorcista!»

Don Gianni sorrise:«Il diavolo è cosa un po’ più seria e si veste in giacca e cravatta, non si traveste da montagna. E poi, ti ricordi che Dante situa il suo Monte del Purgatorio proprio a Bismantova?»

«Vagamente, don, sì, lo ricordo…»

«E sai che vi sistemò, come custode, una certa Matelda?»

Alfonso scosse il capo; no, non lo ricordava:«Matelda… Matilde… di Canossa?»

«Ah, poco importa che fosse la Contessa o la monaca benedettina Matilde di Hacheborn. Importa che questa donna purificava le anime tuffandole nel fiume Letè. Capisci? Dante immagina una donna che permette l’ingresso al paradiso. La felicità perfetta, la guida: tutto in una creatura femminile, ti pare poco?»

«Be’, ma voi preti, con la faccenda del celibato, siete proprio fissati con le “creature femminili”!» E gli diede una pacca su una spalla. «Non abbiamo una moglie», sorrise il religioso, «ma abbiamo avuto tutti una madre, caro il mio furbacchione, una mamma come la tua, che abbiamo ricordato proprio ieri lassù».

«Accidenti, don…», esclamò l’uomo, interrompendolo e indicando qualcosa nel cielo, «là, in fondo, là, lontano, sulla Pietra… le luci… quelle palle luminose che danzano…»

Prese la macchina fotografica e provò a scattare qualche istantanea, ma i globi, all’improvviso, scomparvero.

«Mah, che vuoi, forse erano fuochi d’artificio», disse il prete, «siamo troppo lontani per sentirne i boati. Oppure era Matelda che trasportava le anime al cielo. Oppure, anche tu hai digiunato e abbiamo le visioni… Scherzo! Dai, andiamo a dormire che domani si riparte!»

Il sonno arrivò tardi. Alfonso aveva chiacchierato a lungo con una delle guide, prima di cena, e continuava a rimuginare sulla festa di Halloween organizzata in quel castello l’anno prima e annullata per decisione del vescovo. «Ha detto che la festa dei Santi non può essere in nessun modo sostituita da Halloween,» aveva spiegato il ragazzo, «non ha niente a che fare con il paganesimo delle zucche vuote, di fantasmi, folletti, mostri o di streghe e vampiri. Per noi è stato un bel danno: avevamo già pronto tutto e abbiamo dovuto annullare le prenotazioni».

giovedì 9 dicembre 2021

GRAZIANO TROVATI - 1964: LA BANDIERA NERAZZURRA SUL DUOMO DI MILANO

 

MemoMI si può definire una televisione della memoria di Milano, una web tv gratuita per tutti, nata per conservare e tramandare i racconti della ‘città che non c’è più’, completandoli con le memorie dei ‘nuovi’ milanesi. Tra i personaggi cui dedica uno spazio, ci sono, per esempio, Leopoldo Pirelli, Beppe Viola, Natalia Aspesi, Alda Merini. Poi c’è lui: Graziano Trovati, il nostro “Trovati”, montanaro d’adozione - del quale già parlammo su Tuttomontagna nel 2016 - purtroppo scomparso solo due anni dopo. Graziano, che in seguito è stato tra i fondatori della Polisportiva felinese con Giuseppe “Bigio” Braglia, non era di sicuro una persona qualunque. Su MemoMI, la giornalista Caterina Pasolini gli dedica un video introdotto così: “La storia del tifoso nerazzurro Graziano Trovati, che il 27 maggio 1964, per festeggiare la conquista della Coppa dei Campioni a Vienna contro il Real, mise la bandiera della sua squadra in cima al Duomo. Un'impresa ancora sospesa tra realtà e leggenda…”

È Simona Trovati, la figlia minore, ad essere stata contattata da una delle redattrici. Simona è direttrice del museo e responsabile del tour all’interno dello stadio di San Siro “Meazza”, museo che ogni estate diventa il secondo più visitato in città dopo il Cenacolo.



Era uomo di grande spessore, Graziano, umile e disponibile nei confronti di tutti, tuttavia sempre molto restio a parlare di sé, così che in Appennino non ci si è del tutto resi conto del suo valore. Milanese purosangue, anche se nato nella vicina Desio, trascorreva le vacanze estive dalle nostre parti perché aveva sposato una montanara, la bella Miranda Medici.

Di lui, le figlie Cristina e Simona ricordano la grande passione per lo sport in generale: “Pur essendo femmine, ci fece praticare tutti gli sport possibili; ci comprò addirittura le biciclette, quando, allora, era più uno sport da maschi!”

Due erano le sue passioni: il ciclismo e il calcio, ma praticava anche il nuoto e, in estate, quando era in vacanza a Predolo di Villaberza, riempiva l’auto di bambini e li portava in piscina perché imparassero a nuotare.


Le figlie raccontano il suo grande amore per il nostro Appennino: “Pur essendo un appassionato di mare, in parte ci rinunciava pur di venire a Predolo. È un paradosso, ma lui amava quei luoghi più di quanto li amasse mia madre che da quelle parti era nata. In fondo, noi tutti ci torniamo volentieri perché il papà ci ha abituati così. A Predolo, lui non poteva mancare. Era felice, si divertiva, non voleva altro. Aveva persino adottato una cagnolina di Ugo, uno del paese e, con quella, partecipava, vincendo, alle gare di esposizione canina.”

Miranda ricorda i personaggi sportivi che Graziano aveva portato in Appennino, come il fratello di Coppi, Livio, che si era fermato a Predolo. In realtà, sarebbe dovuto venire il figlio, Faustino, ma poi, per un imprevisto, aveva dovuto declinare l’invito. E come dimenticare Sandro Mazzola e Bergomi? Inoltre, sempre a Predolo, veniva a villeggiare, anche per due mesi l’anno, Emilia, la madre di Mazzola.

venerdì 26 novembre 2021

CATERINA CHE SPOSO' LA LIBERTA' - VIOLENZA SULLE DONNE

 

Ci rifletteva, Caterina, mentre attizzava il fuoco, china sul paiolo agganciato alla catena.

Ne aveva parlato poche ore prima con Cesara, una vagabonda di Cavatore che girava a vendere le sue mercanzie.

«Quel cretino del re!» Era sbottata l’amica. «E ora, come faccio?»

«Bella famiglia, quella dei Savoia, Cesara. Hai sentito le dicerie che continuano a girare sull’erede di re Carlo Alberto?»

«Quelle dell’incendio?»

«Ma sì! Raccontano la storia di suo figlio salvato da un incendio, ma si dice anche che, invece, sentimi bene, eh! Si dice che il bambino sia morto…»

«Lo so, lo so, Caterina, tu hai ragione. E dicono che l’abbiano rimpiazzato con un altro, un figlio di chissà chi… parlano di un macellaio di Firenze».

«Certamente! Così, alla scomparsa di Carlo Alberto, ci ritroveremo, come re, il bastardo di un beccaio, te ne rendi conto, Cesara?»

«Loro fanno ciò che vogliono, cara mia. Però… dicono che quel macellaio sia diventato improvvisamente ricco e abbia allargato la bottega». Sospirò e si ravviò i capelli, poi continò: «Invece, io, cara mia, mi devo tenere un marito buono a nulla perché quell’altro buono a nulla di Vittorio Emanuele ha cancellato il divorzio! E a Cavatore, in collina, cosa vuoi: raccolgo nocciole, allevo due conigli, qualche gallina, ma se non girassi a vendere – e a fare le fatture, a segnare le malattie - non camperei».

Si faceva accompagnare dal figlio più piccolo, Cesara, mentre aveva lasciato a casa le bambine grandi per attendere alle faccende domestiche e al padre nullafacente. Il bimbetto, di sei anni, l’aiutava a vendere le mercanzie: filo da cucire, matasse di lana, frutta secca e collane di nocciole tostate. Dormivano nei fienili, nelle capanne, nelle stalle, spostandosi da un paese all’altro; lei, in testa il fagotto con la merce, e il bambino che le stringeva la mano. Nient’altro.


Non avevano nemmeno le mutande, che era roba da ricchi. Quando le veniva “il marchese”, la donna si adattava usando pezze di lino fermate con spille da balia. Ma era così magra che passava mesi senza vedere un goccio di sangue. Anche Caterina per mesi e mesi non aveva avuto le “sue cose”, tanto che pensava di essere incinta. Invece no: era solo la fame.

Cesara era ancor più sfortunata, avendo i figli da tirar su. Come darle torto se si disperava. In Piemonte la legge sul divorzio l’avevano abrogata sul serio e ora, l’amica, quel suo marito doveva sopportarlo fino alla morte. La sua o quella di lui. Caterina rimestava la polenta e cercava di frenare le lacrime. Si fermò e si soffiò il naso: non poteva rischiare che il moccio cadesse in quel cibo, l’unico che avrebbe mangiato anche lei. Sicuro che, al consorte, invece, avrebbe volentieri sputato nel piatto. Si pulì le mani nella sottana e riprese a mescolare. Non si poteva più divorziare, le aveva detto Cesara.