venerdì 15 ottobre 2021

L'ITALIA FU OPERA DI UN POETA - DANTE ALIGHIERI

Opera dello scultore e pittore Fabrizio Ugoletti

Lo battezzarono Durante per augurargli di saper “durare” a lungo, reagendo con forza alle difficoltà della vita. Era infatti nato in un periodo in cui era arduo conquistare i settant’anni di cui parla la Bibbia, “ottanta per i più robusti”; siamo nel 1265, quella speranza era solo una chimera. “Durante”, nome augurale, perché fosse più fortunato di Bella, sua madre, scomparsa giovanissima o, a detta di qualche dantista, morta nel metterlo al mondo. “Durante”, nome un tempo diffuso anche in Appennino, visto che, dagli studi della professoressa Maria Teresa Cagni, risulta un Durante Bernardo Cagni del 1894 a Frascaro, frazione di Castelnovo ne’ Monti, dove pure la famiglia Muzzini ha ben tre persone di nome Dante nell’albero genealogico. Ma su Dante e Frascaro torneremo più avanti.

L’aspetto fisico del poeta

Non esiste un atto di nascita di Durante (Dante) Alighiero degli Alighieri, così come quasi nulla ci è stato tramandato dell’infanzia e del suo vero aspetto fisico. Sappiamo solo che fu battezzato il 26 marzo 1266, giorno del Sabato santo. Di lui ci sono giunti due soli ritratti, attribuiti a Giotto, uno nella Cappella del Podestà del Bargello a Firenze e un altro a Padova, nella Cappella degli Scrovegni: il volto è meno affilato e il naso e il mento sono più regolari rispetto all’iconografia consueta. È vestito con il lucco rosso ornato di vaio bianco, indicatore del ceto sociale e dell’Arte cui i cittadini appartenevano; i medici, i giudici e notai, ad esempio, indossavano abiti rossi. La “laurea”, la corona sul capo, aggiunta nei dipinti seguenti, indicava invece il trionfo della poesia. In realtà, Dante non si laureò mai, eppure diventò il poeta per eccellenza, rinomato in tutto il mondo, nonché il padre della lingua italiana. Dal 2007, noi conosciamo, finalmente, il vero aspetto di Dante grazie al lavoro di tre equipe delle università di Bologna e Pisa. Il loro studio si è basato sui dati raccolti da due antropologi nel corso della ricognizione sui resti del poeta nel 1921. In base a quella relazione è stata poi realizzata una ricostruzione del cranio, modellandone il capo in tre dimensioni. La fisionomia convenzionale del poeta deriva da un lungo succedersi di ritratti più psicologici che reali, il cui stereotipo basilare fa capo a Boccaccio, il quale, tuttavia, non aveva mai visto l’Alighieri: “Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo, e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso”. Un Dante scuro, barbuto e nero, in quanto aveva attraversato l’inferno: un ritratto originato dalle storielle che si raccontavano su di lui e che Giovanni Boccaccio aveva udito. Il vero volto si presenta, invece, con tratti più armoniosi e il naso probabilmente rovinato da un colpo, forse un pugno che ne aveva deviato il setto. Il fatto che Dante fosse un po’ gobbo è l’unica diceria che ha fondamento, perché un nipote del poeta, Andrea Poggi, ben conosciuto dal Boccaccio, si diceva somigliasse molto allo zio e, come lui, camminasse curvo.

giovedì 14 ottobre 2021

I MAESTRI DELLE ELEMENTARI CHE FECERO L'ITALIA - STORIA DI ALDA E NELLO

 

Potremmo definirli “maestri di frontiera”: sono tutti quelli che, tra il primo e il secondo dopoguerra, accrebbero in modo rilevante l’alfabetizzazione della popolazione, con un dispendio di energie che oggi sarebbe impensabile. Se avessimo potuto intervistarli tutti, avremmo ricavato testimonianze omogenee. Maestri “di frontiera” in quanto raggiungevano gli avamposti più remoti, non solo isole o montagne sperdute, ma anche i borghi del nostro Appennino, luoghi marginali perché quasi inaccessibili, nonostante la relativa vicinanza ai centri più grandi.

Infatti, i concetti di distanza, isolamento, separazione sono mutati solo dopo gli anni sessanta, con la costruzione delle strade e, più recentemente, con l’avvento delle nuove tecnologie telematiche.

Qualche dato: nel 1951, in Italia, su poco più di 47 milioni di abitanti, 7.581.622 anziani erano analfabeti, 13.037.627 adulti erano privi di titolo di studio anche se sapevano leggere qualcosa, 24.946.399 avevano la licenza elementare (anche solo la terza) e 3.514.474 possedevano la licenza media inferiore, mentre 1.379.811 erano i diplomati e solo 422.324 i laureati.

I “maestri di frontiera” hanno concorso a rimettere in piedi la nazione con un lavoro silenzioso e forse mai abbastanza riconosciuto. Abbiamo raccolto due di queste storie, quelle dei maestri Alda e Nello, proprio per ricordare anche tutti gli altri che hanno percorso i nostri monti e colline, e la natura in fondo “pionieristica” della loro azione pedagogico didattica e pure biografico esistenziale.




La scuola popolare per adulti a Febbio fu la prima esperienza di insegnamento per la Alda Roffi, diplomata nel 1955 all’istituto magistrale di Reggio Emilia. La giovanissima maestra aveva trovato alloggio a pensione lassù e tornava a casa al sabato mattina, neve permettendo. “I miei studenti mi prendevano in giro perché regolarmente, ogni sabato, quando aprivo la porta, trovavo un muro di neve. Una volta, per varcare la neve fino alla corriera, mi caricarono su un asino. Un’altra volta, mi diede un passaggio il dottore ma, su un ponte, l’auto cominciò a sbandare e io mi presi un grande spavento. Poi, ci fu una frana enorme, per cui si doveva prendere una corriera fino al cedimento della strada, camminare sulla frana, infine salire su un secondo autobus che aspettava dall’altra parte.”

venerdì 16 luglio 2021

ISABELLA COLOR CARAMELLO - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


Isabella sul suo tetto preferito

 Così comincia una fiaba dei fratelli Grimm, “L’uccello d’oro”, nella quale  il protagonista è un volatile dalle piume dorate ladro di mele. “C'era una volta un re che aveva un parco nel quale si trovava un albero che aveva delle mele d'oro. Quando le mele furono mature, non fece in tempo a trascorrere la notte e già ne mancava una, sicché‚ il re andò in collera e ordinò al giardiniere di vegliare ogni notte sotto l'albero...” 

Forse, l’uccello d’oro sarà stato una gazza o una cornacchia grigia diventata, per magia, color oro? In fondo, sono animali che adorano banchettare con la frutta: mele, pere, ciliegie, uva...

A Felina, da un po’ di tempo, uno strano uccello dal colore indefinibile becchetta animaletti, semi e frutti ai piedi del “Salame”, l’altura a forma di gobba di dromedario sul quale spicca la torre che domina il paese.

Vola tra i campi appena falciati - schivando le enormi rotoballe - e il bosco, quello su un monte di fronte al “Salame”, quello sul quale, a sera tardi, tutte le cornacchie dei dintorni si radunano per dormire. La scena, di solito, è inquietante: in stormo roteano alte nel cielo, al di sopra delle cime delle querce, gracchiando e chiamandosi l’un l’altra. Poi, a gruppi, si posano. A volte, si scambiano il posto nel dormitorio, litigando. Altre volte, continuano a gracchiare fino a mezzanotte.

Ebbene: ora c’è anche questo strano uccello delle dimensioni di una cornacchia (ma dal colore inadeguato per un corvide), che frequenta il bosco e, certamente, più in basso, le fonti della Fratta.

Ha la colorazione delle caramelle “mou”, quelle che si ottengono sciogliendo nel latte freddo lo zucchero per poi portarlo a ebollizione, mescolando fino a condensarlo. 

Oppure, quello della caramella “Rossana”, ideata dal genio di Luisa Spagnoli e Federico Seneca. Rossana, come la dama amata da Cyrano del Bergerac. 

Più prosaicamente, Umberto Gianferrari, che da settimane la sta inseguendo cercando di fotografarla, la definisce “color Isabella”, anzi: l’ha proprio battezzata Isabellina. 

Appostamento

In natura possiamo incontrare cavalli e mucche, topi e conigli, cervi e giraffe bianchi. È meno probabile che si incontri un elefante bianco o una tigre, un rospo e uno storione. Gli elefanti bianchi sono visti come creature semidivine e molto venerati in India, per esempio. 

Ma la più grande rarità è il corvo bianco. Così come la cornacchia bianca: Isabellina. 

Lo scrisse il poeta satirico Giovenale nel I secolo d.C. : “Un uomo fortunato è più raro di un corvo bianco”, e ancora: “Lo schiavo ha l'opportunità di diventare un re, i prigionieri potranno ottenere la libertà e solo il corvo bianco resterà corvo bianco”. 

martedì 13 luglio 2021

IL TRONCARAMI A BATTUTA CURVA E ALTRI ATTREZZI - ROMANZO DI PAOLA RANZANI


 “Le montagne si assomigliano tutte, nelle rocce come nel cuore dei montanari, e il mio è un cuore montanaro”, così si presenta Paola Ranzani, scrittrice (e non solo) che ha scelto la nostra montagna come luogo dell’anima. 

Ha pubblicato di recente un romanzo breve (o lungo racconto?) ambientato nei paesini d’Appennino situati alle pendici del Cusna: “Il troncarami a battuta curva e altri attrezzi – Educazione sentimentale d’Appennino”, classificato al secondo posto del premio “Raffaele Crovi” 2019. 

Paola è nata e vissuta fino a diciotto anni in Sardegna, sulle montagne del nuorese, ma da genitori non sardi. “Si è trattato di un’emigrazione al contrario dei primi anni cinquanta”, racconta: “mia mamma, originaria di Viano, aveva trovato lavoro in Ogliastra, come ostetrica condotta, mentre mio padre, del Polesine, era impegnato da quelle parti a costruire le strade con una piccola impresa pisana. Dopo pochi mesi di fidanzamento si sposarono e si trasferirono in Barbagia, a Sarule, dove è nata mia sorella maggiore, e poi a Macomer, su un’altura del Marghine. In quegli anni, quasi tutte le ostetriche erano emiliane, e io sono nata lì, a Macomer. Mia madre, in seguito alla separazione da mio padre, ha poi deciso di tornare nella sua provincia di origine, perciò, a diciotto anni, mi sono trasferita a Reggio Emilia, città che conoscevo già bene. Sono tuttavia rimasta legata alla Sardegna, dove conservo amicizie. È tanta la nostalgia per quella terra ricca di profumi, bellezze paesaggistiche, nuraghi, tradizioni popolari poetiche e letterarie”. 

A Reggio, Paola frequentò l’ultimo anno di liceo, poi si iscrisse al corso di filosofia all’università, anche se, dopo solo un anno, nel 1979, iniziò a lavorare come programmatrice di computer. “Abbandonai solo momentaneamente gli studi, che ripresi in seguito, mentre continuavo a lavorare. Più avanti decisi di riprenderli perché amavo in particolare l’arte, infatti, seguii un indirizzo di  filosofia estetica.” 


Dopo la laurea, Paola scelse tuttavia di proseguire a operare nell’informatica che, allora, iniziava a svilupparsi e consentiva buone gratificazioni di natura sia economica, sia professionale. “Eravamo ancora dei pionieri del settore, e risolvere i problemi richiedeva una buona dose di creatività che, per me, rendeva l’informatica appassionante. Ho scritto codice per  computer per trentasei anni, senza però mai dimenticare le mie passioni: leggere e visitare i luoghi d’arte.” 

IL CANE ELIO - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 

Si chiama Elio, nome scelto da Milena e dal marito Matteo i quali, quando lo adottarono al canile di Scandiano e lo portarono a casa, vedendolo tutto nero, lo trovarono somigliante a Elio (… e le Storie Tese) e ai suoi sopracciglioni. Era estate, un periodo caldo e afoso e Milena, dopo pochi giorni, si accorse che il cane pativa per quella calura, così meditò di portarlo in villeggiatura in montagna dai suoi genitori, a Montecastagneto di Villaberza. Aria buona, campi e boschi tutt’intorno: il luogo ideale per stare al fresco. Ovviamente, Enrico e Anna, mamma e papà di Milena, accolsero il cane come avrebbero accolto un nipotino e, comunque, con lo stesso calore con cui ricevono qualsiasi ospite. Durante l’estate, e quando venne il momento di tornare in pianura, successe che Elio manifestò per loro un grande affetto, facendo capire di essersi trovato bene in quella casa e di volerci restare. 

Il “nonno” di Elio è Enrico Marazzi, per tutti Richèt, uno dei pullministi “storici” del trasporto scolastico del comune di Castelnovo ne’ Monti. Generazioni di scolaretti hanno viaggiato con lui, accompagnati dalla sua affabilità, da una mite autorevolezza e dal suo grande sorriso che li faceva sentire al sicuro. Al sicuro, con lui alla guida, erano anche le famiglie. 

Anna Zanni, la moglie, è in qualche modo un volto televisivo perché, nel 2017, era stata selezionata come rappresentante dell’Emilia Romagna per la trasmissione Affari tuoi, condotta su Rai Uno da Flavio Insinna. A iscriverla era stata Milena e, dopo le selezioni a Bologna, le avevano telefonato invitandola a Roma, al Teatro delle Vittorie. Al provino aveva fatto un’ottima impressione, era stata brava, ma fu anche fortunata, perché riuscì a portarsi a casa un bel gruzzoletto.

Anna, come fanno tutte le “nonne” con i nipoti, si è subito impegnata a cucinare per Elio i cibi migliori e il cane la ricambiava, onorandola come cuoca, mangiando tutto e diventando sempre più forte e bello. 

Poi, lo scorso anno, Elio cominciò a stare male.“Beveva, beveva moltissimo, poi vomitava”, dice Anna, “dimagriva a vista d’occhio e, in poco tempo, passò da 35 a 18 chili. Il suo veterinario, Ninetto Santi, ebbe un’intuizione e pensò al diabete... Il 1 maggio stava malissimo, ma era festa, era tutto chiuso, così telefonammo a Milena.” 

lunedì 31 maggio 2021

LE PIETRE SACRE DI CERIOLA - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME


 Sono lì, all’aperto, sotto le intemperie, da migliaia di anni. Enormi massi che si palesano tra gli alberi, pietre sulle quali si individuano coppelle, petroglifi, camminamenti nella roccia. Quel monte, quei sassi sono visibili a tutti da sempre. Li ricopre soltanto la vegetazione - il muschio e l’edera soprattutto - rimossi dagli appassionati di bouldering: gli arrampicatori. Può darsi che siano stati proprio questi a imbattersi, per primi, nel mistero dell’intrigante località a due passi da Ceriola, nel comune di Carpineti.

Elena Magliano, giovane mamma di Felina, sa di cosa si tratta proprio per lo sport praticato dal figlio Francesco: “È un posto magico! Come si imbocca la carraia adiacente alla strada comunale, il bosco sembra infittirsi, quasi a voler nascondere un tesoro. Avanzando ancora un po’, si inizia a intravedere il primo grande masso e, poco più avanti, una radura da cui si diramano i sentierini che portano fino a Ceriola alta. Ho scoperto questi ‘sassi’ grazie a mio figlio Francesco e alla sua passione per l'arrampicata. Fin dal primo istante abbiamo avuto la sensazione di essere minuscoli frammenti in anni di storia: le incisioni lo dimostrano e non abbiamo potuto fare altro che porci delle domande sulla loro natura. È un luogo semplice da raggiungere ma, nonostante questo, poco conosciuto in Appennino. Racchiude sport, natura e cultura e va rispettato. Il mondo degli arrampicatori (almeno quelli che conosco io ), ama i luoghi che frequenta e li rispetta!”

Anche Daniele Canossini, da quarant’anni guida ambientale escursionistica, già collaboratore con enti pubblici, privati ed editori per la stesura di guide e cartine, racconta di come li ha scoperti.


“Durante un lavoro per il comune di Carpineti, nel 1989, individuai un percorso (sulla guida è diventato il P, sulla carta di oggi il 618N) tra La Gatta e il monte Fòsola, attraverso un castagneto dove enormi massi componevano figure strane. Tornandoci, negli anni successivi, diversi angoli di questo bosco mi svelarono tagli improvvisi, rocce gemelle spianate con cura, poi un monte livellato e tre rocce a comporre una sorta di dolmen. Confrontando tutto ciò con altri siti simili (il vallone di Pezzalunga o dell’Inferno, sotto La Nuda), assicuro che si ha la sensazione, entrandoci, di profanare luoghi sacri di qualche antica civiltà.”

Molti di questi massi sembrano provenire da un crollo, da una frana, però l’insieme ricorda una sorta di santuario. La suggestione - ha ragione Canossini - è davvero tanta: “Vi sono quattro siti principali: uno riguarda i massi ai piedi del monte Sassoso, appena sopra la strada. Ce n’è uno, con incisioni a losanga, che sembra raffigurare un parto, mentre, sulla sommità concava, forse modellata di proposito, si trova una croce incisa. Era tipico dei cristiani cambiare la religione ai luoghi sacri ‘pagani’ incidendovi croci; sapevano benissimo cosa rappresentava quella pietra, non facevano croci a caso. La seconda zona sacra è una specie di "acropoli": il Monte Sassoso, sulle carte, una replica in piccolo della Pietra di Bismantova… stessa forma e orientamento.


La spianata sud est, come per la sorella maggiore, presenta incisioni, coppelle scavate, file di sedute orientate verso l’alba di solstizi o verso i tramonti, allineamenti incisi: sembra un santuario solare. Questi segni si ripetono poi su tutta la sommità e, lungo il bordo, vi sono buche quadrate, scavate nella roccia forse a sorreggere una palizzata. Il terzo sito sono i massi ai piedi dell’ ‘acropoli’, disposti lungo un fosso (un ruscello, nei tempi remoti di un clima diverso). Vi sono segni di tagli e rocce spianate posizionate lungo l’acqua: con il sole e il parto, i misteri sacri di una civiltà molto semplice. Il quarto sito è il monte Lagoforno, più in alto. È pareggiato in cima, di sicuro non per cause naturali. C’è un grande masso coppellato lungo le pendici e poi una grotta che pare non dovuta a intervento umano. Davanti all'ingresso, c’è una pietra piatta e concava con uno sfogo a filo, come per far defluire liquidi. Oltre, un’apertura simile a un camino. Nell’ultimo secolo è diventata metato per le castagne e rifugio in tempo di guerra.

domenica 11 aprile 2021

IL RITORNO DEL CORMORANO - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


È una larga ferita, l’alveo del fiume: una spaccatura netta tra le rocce evaporitiche di gesso che genera pareti a picco, biancastre e rilucenti. L’acqua scorre tranquilla, appena gorgogliante in alcuni punti, più vivace in altri. Indecisa, tuttavia, su dove allargarsi e proseguire il viaggio, tra ghiaie, cespugli e alberi cresciuti sul greto.

Qui, da un po’ di tempo, soggiorna un uccello che da molti anni era scomparso; un animale migratore, ma autoctono, protetto, del quale è vietata la caccia, eppure che, per la sua abilità di pescatore e per la sua ingordigia, viene incolpato oggi di ridurre più del dovuto la fauna ittica.


Difficile incontrarlo se non attraverso le attrezzature (apparecchi fotografici e fototrappole) che appassionati naturalistici usano per individuare e identificare gli animali.

Da quaggiù, dove i salici stanno per fiorire, appena fuori dal Parco nazionale, l’argine sinistro del Secchia, appare fragile poiché, per diversi tratti, dà sui declivi di campi coltivati.

Più su, il Monte dei vivi, il Monte dei morti e il Monte dei santi, come li identifica l’amico naturalista Umberto, sfumano in lontananza e sorvegliano la valle, anche se non sono certo maestosi come i gessi triassici. Guardano a una sorta di Pietra di Bismantova in miniatura, un masso sul monte Sassoso, proprio sopra al borgo di Ceriola, alle pendici del Fosola, ben riconoscibile in inverno. Proprio sul Sassoso, nel corso del 2017, un gruppo di ricerca del Cai individuò tracce di interventi umani molto antichi. Il ritrovamento in loco di reperti ceramici riconducibili tra la tarda età del bronzo e l’età del ferro portò a pensare che si trattasse di un castelliere appenninico protostorico, un sorta di fortificazione (ligure?).


La vita sul fiume, quaggiù, non è soltanto nelle gemme argentee dei salici, gonfie e pronte ad schiudersi, nei fiori gialli della Tussillago farfara, così simili a margherite – i primi ad aprirsi – o nell’agitarsi di una ghiandaia ben mimetizzata tra i rami rossastri del Cornus sanguineus (il sanguinello, buono per farci le ramazze).


È febbraio, è pieno inverno. La vita, in tutta la sua determinazione ed eleganza, è anche nella gallinella d’acqua – ripresa dalla fototrappola - che si muove come un giocattolo a molla, mentre becchetta in una pozza. Procede a scatti, tanto da somigliare davvero a una gallina da cortile, pur avendo le dimensioni di un piccione nerastro. Nera, ma con una losanga rossa tra il becco e il capo, una macchia chiara nel sottocoda e fianchi bordati di bianco.

Dall’alto di un salice, un pettirosso arruffato la osserva.

sabato 27 febbraio 2021

ENZO CRISPINO - LA FOTOGRAFIA E LA POESIA DEI NON LUOGHI

 


Certi luoghi li sentiamo nostri, li riconosciamo e li respiriamo anche se mai, prima, li avevamo frequentati. Capita così, come capitano i “déjà vu”: un improvviso, travolgente senso di soprannaturalità, di familiarità con qualcuno o qualcosa a noi sconosciuto.

Sensazioni che Enzo Crispino ricorda di aver avvertito subito la prima volta che la sua fidanzata, originaria di Montecastagneto, nel comune di Castelnovo ne’ Monti, lo ha condotto sul nostro Appennino. Enzo Crispino è un fotografo autodidatta che potrebbe situarsi tra la “urban exploration” - abbreviata in “urbex”, cioè l’ “esplorazione urbana” - e la “street photography”; è uno di quei fotografi che sanno guardare sia alla totalità dei luoghi, sia a ogni singolo dettaglio, anche al più insignificante, come se fotografare fosse soltanto un atto secondario. Uno di quelli che sa cogliere il contrasto tra la bellezza e il decadimento e focalizzarsi su particolari che poi risultano fondamentali per ottenere foto straordinarie.

Nato a Frattamaggiore, in provincia di Napoli, Crispino risiede da tempo nel reggiano. Fu la zia, che abitava a Cavriago già da molti anni, a suggerire a Enzo e al fratello gemello, allora ragazzini, di venire a vivere con lei. In quel periodo, in Campania, i bambini che lavoravano illegalmente erano 90.000 e, nella sola Napoli, secondo uno studio condotto allora dall’Azione Cattolica, se ne contavano 35.000. I genitori dei due ragazzi, che avevano altri sei figli, volevano offrire loro migliori opportunità di crescita e di vita, così accettarono l’offerta della zia, sorella del padre.


Da quel momento, la vita di Enzo cambiò: la scuola, un lavoro e poi, ultimamente, una passione che lo ha portato a diventare il protagonista di mostre fotografiche personali e collettive, sia nazionali, sia internazionali (una anche a Palazzo ducale, a Castelnovo ne’ Monti).

I suoi progetti fotografici sono stati pubblicati in Italia, Francia, Inghilterra Germania, Austria, Stati Uniti e Australia. Un successo che il ragazzino di Frattamaggiore non avrebbe forse mai immaginato di ottenere.

venerdì 5 febbraio 2021

PLUTO E L'AMORE PER LE PECORE - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


Vincenzo meditò di procurarsi un cane da pastore già ai tempi della capra bianca, quella scappata sul Ventasso e diventata, ormai, una leggenda.

Successe una decina d’anni fa, ed è un fatto che già abbiamo raccontato: un cane randagio spaventò la capra bianca e le altre intente a brucare, beate, nei pressi dell’agriturismo di Rio Riccò, inducendole a fuggire.

Se ci fosse stato un cane da pastore (anzi: un cane da protezione, che ha competenze in più), il randagio si sarebbe trovato in grosse difficoltà, perché il cane da protezione non ci pensa due volte a dare la vita per il suo gregge. Addirittura per gli asini, in alcuni casi, negli allevamenti, presi di mira dai lupi. Ci sono infatti cani che non aspettano indicazioni e non hanno bisogno di segnali dal padrone; cani che sanno già cosa fare, così che non è la volontà dell’uomo a guidarli, ma la loro.

Hanno grande dignità, fierezza, intuizione e istintivo senso di responsabilità.

Se Vincenzo avesse avuto un cane simile, la capra bianca non sarebbe fuggita.

Nobili, indipendenti e molto equilibrati, se educati bene, sono ostinatamente irremovibili.

Stiamo parlando di loro, dei pastori maremmani abruzzesi; cani che in realtà non ti ubbidiscono, ma decidono di compiacerti. Scelgono di fare come vuoi tu, però a decidere sono loro.


Quando su questi cani si raccontano misfatti, si tratta, in realtà, di cuccioli ai quali è stato permesso di ascendere nella scala gerarchica ‘di casa’, nei confronti dell’essere umano, prima che compissero un anno di età. Mai concedergli, in quel periodo, a detta degli esperti, di sentirsi capobranco: nel momento in cui un maremmano stabilisce di essere il capobranco, rispetto all’amico umano, subentrano i problemi. Invece, se cresciuti come si deve, l’appagamento del rapporto ‘alla pari’ che dà un cane di quella razza si dice che sia unico.

Autonomi e un po’ selvatici, si pongono come alleati e collaboratori del padrone, amando le pecore più del pastore e più di sé stessi, quasi per un secolare marchio atavico conservato nel cuore.

Belli, con il foltissimo pelo bianco - così simile al vello delle pecore - quando sono sdraiati a sorvegliare il gregge, distaccati e pacifici, li si percepisce del tutto integrati nella natura, come un qualsiasi animale selvatico. I loro occhi neri con il taglio a mandorla, un po’ orientali, paiono narrare storie arcaiche. In effetti, il cane da pastore maremmano abruzzese e il patou, o pastore dei Pirenei, (quello del romanzo e poi film ‘Belle e Sebastién’) non sono altro che una derivazione di un altro antico cane da pastore (per millenni meticcio) che da un po’ di anni è stato riconosciuto dalla ‘Federazione cinofila internazionale’ con il nome di ‘cane da pastore dell’Asia centrale’.

Quella del maremmano abruzzese è davvero una razza straordinaria e lo sapeva anche il proprietario dell’agriturismo di Rio Riccò da dove era fuggita la capra bianca. Certo, però, probabilmente non immaginava di cosa sarebbe stato capace il cane che poi si procurò.

Dunque, riepilogando, un bel giorno Vincenzo, che aveva comperato anche le pecore, decise di portare a casa un cane da guardiania, perché un pastore che si rispetti deve averne uno.

Guardiania, cioè protezione: sono cani che hanno il compito di proteggere il gregge, impiegati da millenni come custodi delle pecore, con un comportamento difensivo, non aggressivo, mentre il cane da pastore - o da conduzione – sa soprattutto condurre e ‘comandare’ il gregge.


Di quest’ultimo, un cane da conduzione, ci parla il nostro investigatore naturalistico Umberto Gianferrari: “Avevo conosciuto, anni fa, un pastore di Monteorsaro soprannominato ‘Mucchia’, nel senso dell’imperativo ‘ammucchia!’, che era l’ordine da lui dato al cane quando era ora di radunare le pecore. Il nostro ‘Mucchia’ mi raccontava, ormai vecchio, di aver avuto un gregge di cinquecento pecore. Al mattino si alzava, liberava le sue pecore dall’ovile, prendeva la strada per andare in Cusna e saliva lassù, fino ai Prati di Sara, luogo veramente incantevole, dove le sue pecore pascolavano indisturbate. All’epoca non si sentiva parlare di lupi, li avevano sterminati tutti, mentre vi si trovavano, in certi periodi dell’anno, da settembre ad aprile, i pivieri dorati, uccelletti migranti che possono provenire dall’Islanda, dalla Groenlandia, dalla Siberia e che scelgono l’Italia per svernare. Giunto lassù, Mucchia lasciava a guardia del gregge una cagna, una bastardina uguale a tutti quei bastardini che i pastori allevano da un anno all’altro, scegliendo il migliore della cucciolata, e scendeva di nuovo a Monteorsaro.

giovedì 4 febbraio 2021

LA LUCE DELLA PIETRA DI BISMANTOVA - ALESSANDRO COLOMBARI E LA SUA ARTE

 



Era ancora un ragazzino, quando si perdeva ad osservare la cugina Maria Pia che dipingeva quadri a olio. Fu lei a regalargli una cassetta con i tubetti dei colori che, però, finì presto dimenticata nel solaio. Intanto, Alessandro Colombari cresceva e studiava.

Nato nel 1966 a Castelnovo ne’ Monti, lì, nella frazione di Maro, ai piedi della Pietra di Bismantova, ha sempre vissuto e abita tutt’ora con la moglie Michaela.

Disegnare e dipingere erano le attività in cui riusciva meglio durante la scuola media; era davvero bravo, perciò, una volta diplomato, scelse di frequentare a Castelnovo l’Istituto tecnico per geometri, scuola che, secondo lui, dava più spazio e valore al disegno.

Terminato il percorso di studi, Alessandro, grazie al suo profilo tecnico, trovò lavoro in una importante casa di moda reggiana (Fashion Group, la si definisce con termine inglese).

Ma la cassetta dei colori lo aspettava in solaio. Erano gli anni Novanta, e Alessandro li rinvenne, quei tubetti di colori a olio della cugina, così cominciò a usarli.

Nell’aprile del 1995, la sua prima mostra personale fu ospitata dalla galleria della signora Crovetto, di fianco alla Cartolibreia Casoli, a Castelnovo. Negli anni seguenti, altre mostre, personali e collettive, accolsero le sue opere nel capoluogo della montagna.

Di lui scrisse allora l’artista Roberto Mercati: “La cornice è quella naturale della Pietra, la culla è questo antico borgo medioevale a pochi chilometri da capoluogo montano. Ambienti antichi e rurali dove ancora, facendo un giro in bicicletta intorno al masso dantesco si possono davvero gustare i caldi sapori e la bellezza della vita contadina che, come in ogni altro paese della montagna, senza troppo rumore vanno perdendosi”.


Dopo aver iniziato dipingendo su ordinarie tele comprate nei negozi qualificati, Alessandro ha in seguito intrapreso la preparazione dei supporti: tavole di legno e tele. L’imprimitura, la preparazione che precede la pittura, può essere fatta non solo su tela, ma anche su cartoni telati, su tavole di legno e, per assurdo, anche su carta o su un sacco. Il nostro artista ha dunque imparato a usare diversi materiali, dalla sabbia, alla colla, al gesso e, ultimamente, ha utilizzato come supporto addirittura i teli del caseificio, quelli nei quali viene raccolta la cagliata che diventerà la forma del parmigiano reggiano.

A proposito dei materiali usati, dice ancora Mercati: “Nell’interno dell’artista c’è proprio l’idea di poter creare un effetto antico, storico, per riprendere la storia vissuta dai nostri avi ed il sacco, in questa operazione, è di per sé un materiale molto adatto, povero e fortemente evocativo. Osservare un’aia, un cortile da lui dipinto è come tuffarsi nel passato della cultura contadina che anche a detta di Alessandro andrebbe salvata e conservata in tutti i suoi aspetti: non solo materiali ma anche culturali , con i suoi dialetti e terminologie.”


Il soggetto principale dei suoi quadri è la Pietra, soprattutto vista dal versante “bismantovino”, quello verso Maro, quello che Alessandro ha avuto negli occhi e nel cuore fina dalla nascita. “Ogni volta che guardo la Pietra mi dico che è sempre più bella”, ci confida, “e ogni volta che torno a casa è una emozione sempre diversa. Ombre, luci, anfiteatri… è una meraviglia. Lo sostengo convintamente: se in Trentino avessero la Pietra, chissà cosa farebbero!”

È guardando a lei, alla rupe di Bismantova che Alessandro Colombari, in collaborazione con la moglie Michaela Kadanikova, ha avuto l’idea di costruire un sito dedicato all’Ars Bismantova (www.arsbismantova.eu) in cui raccogliere le sue opere e tutto ciò che potrebbe servire per promuovere il territorio grazie all’arte legata alla Pietra.

Proprio il 29 giugno scorso, è stata riattivata la fontana pubblica situata vicino a piazzale Dante e, in concomitanza con la riapertura, una scultura lignea opera di Alessandro, raffigurante un rocciatore in arrampicata, è stata posta lì accanto. Perché il nostro artista sa anche scolpire. E sa arrampicare.