domenica 28 giugno 2020

IL FIGLIO DI LINDA - LA VITA BREVE DI SILVIO D'ARZO (Recensione)

A fianco di Linda, si cammina per una Reggio post unitaria, dove ancora si respira il Risorgimento e dove, via via, fanno la loro comparsa lo spirito socialista di Camillo Prampolini e i primi segnali di un pericoloso nazionalismo. Linda è venuta al mondo nel 1882, in via Mura di Porta Castello, da Agostino Comparoni, nato a Castelnovo ne’ Monti nel 1841, e Maria Rossi, di Reggio Emilia.
La neonata, in realtà, viene battezzata come Rosalinda, ma preferirà poi farsi chiamare “Linda”, ritenendolo un nome più agile e moderno. La bambina ha radici in quel di Cerreto Alpi, dove il nonno Andrea si guadagnava da vivere come guardia daziaria, prima di spostarsi con la famiglia a Castelnovo per meglio seguire i propri affari.
A fianco di Linda, ormai ragazza, che perde la madre a dieci anni e il padre a ventidue – restando con la sorella maggiore Ida - ci si immerge nella vita di una città dove gli avvenimenti del mondo si inseriscono e toccano da vicino la vita delle persone.
Come la guerra, la terribile Grande Guerra che sconvolge tutto, con il suo contorno di dolore e disagi. Fin dagli inizi, fin da quando ancora ci si divideva tra interventisti e neutralisti (com’era Prampolini), la guerra fa da sfondo alle vicende delle due sorelle che, intanto, lavorano sodo per mantenersi. Si definivano “irredentisti” coloro che volevano entrare nel conflitto armato, come si trattasse della continuazione del Risorgimento, non potendosi considerare compiuta l’unità nazionale e conquistate le “terre irredente”. A Reggio, quasi certamente, Linda seguì con apprensione il comizio del socialista irredentista Cesare Battisti al politeama Ariosto, sfociato in tumulti e repressione con due morti e molti feriti.
La sorella Ida vedrà poi partire il fidanzato Francesco per il fronte, dal quale non tornerà mai. Intanto, in città arriva il colera e le due giovani si impegnano in iniziative assistenziali coordinate da Viginia Guicciardi Fiastri, scrittrice, e dal suo “Comitato di preparazione civile”. Per Linda, un incontro importante quello con la dinamica e colta signora della borghesia reggiana, come fondamentale sarà l’incontro con Giovanni Zibordi, riformista turatiano, originario di Padova e arrivato a Reggio nel 1904, convinto che la città fosse “il principale laboratorio di vita socialista”.

mercoledì 6 maggio 2020

PERCEZIONE IMPERFETTA DEI PERICOLI - RECENSIONE

Percezione imperfetta dei pericoli

di Normanna Albertini

Recensione di Stefano Pioli*

Quel che distingue il poeta dallo scienziato lo si scopre partendo dalla questione opposta: cosa li accomuna? Entrambi escono da sé e vagano nel mondo alla ricerca di quel che è in atto. Il secondo tratta fenomeni spazio-temporali, assoggettati a leggi ferree, ma in continua evoluzione: quel che vale oggi sarà contraddetto domani.
Entrambi dicono quello che vedono, sentono, provano, mescolando al mondo, senza soluzione di continuità.
Il limite principale della fisica moderna è l’impossibilità di separare l’osservatore dall’oggetto osservato, per cui non può esservi alcuna determinabilità assoluta di alcunché.
Lo stesso accade al poeta, ma senza che di ciò egli sia crucciato.
E non mi pare che Normanna mostri di dispiacersene nei versi di questa raccolta.
Ah, dimenticavo di dire che lo scienziato deve mirare la sua attenzione a un fenomeno alla volta, e solo quello che si può attestare.
Il poeta è libero di librare a piacere, e dappertutto, anche oltre la realtà concreta.
Questa è la prima reazione che mi dona la lettura della raccolta di poesie di Normanna.
Se lei afferma che “sibila il vento tra gli aghi del pino” significa che lei è là, tra quegli aghi, e da ognuno di essi sente sibilare il vento.
Magari si trova seduta alla scrivania di casa, e l’avvenimento è occorso in un altro tempo, tanto la sua storia personale entra ed esce che è un piacere, fra un carme e l’altro.
Ogni atto descritto è stato vissuto, ieri, oggi e a volte domani, e il tempo ha smarrito il suo senso, come capita alle particelle che compongono la luce, per cui esso risulta nullo.
Il fotone, privo di massa, può essere costì e al contempo colà, tanto che qualcuno ipotizza che ve ne sia uno solo che scorrazza spensierato in tutto il cosmo. Lo stesso capita al poeta.
Questo accade alla fantasia dell’uomo, secondo Borges, che ipotizza un unico libro, da cui consegue un unico scrittore e lettore.
Vaneggio?
Può essere, ma qui sono d’accordo con Andrea Giannasi, che nel Tentativo di una postfazione giunge a dire che, a suo vedere, “La poesia… non è e non deve essere figurina o fotografia, ma solo miccia, accensione detonatore, per fare deflagrare l’anima del lettore.” 
È una frase forte che condivido a metà: può essere figurina o fotografia, ma non fine a se stessa, ché non deve mai concludere il suo percorso, ma continuare Altrove, in uno dei tanti rivoli che compongono il Delta Cosmico.
È energia che diventa massa, e che si trasforma di nuovo in energia, in un’eterna permutazione, nel rispetto dell’Unità, come illustrato dal principio secondo cui l’energia di un mondo rimane costante.
“Se l’albero cade”, nulla andrà perso perché “cibo diverrà per tanti, e casa, e calore e rinnovamento.” È l’Eternità che lo promette. E che sia sempiterno lo sancì un poeta, non uno scienziato, inglese, non Newton, ma Keats, quando scrisse il verso divino “a thing of beauty is a joy for ever.”
Non tutti i fatti cantati da Normanna sono belli, e forse nessuno lo è in assoluto, perché tutto è relativo a chi concorre alla Vita. E qui si gioca l’apparente contraddizione: se è bello per Normanna, che altrimenti non l’avrebbe inserito nella silloge, e non lo è per me, in che senso la gioia del poeta è assoluta?
Il lettore deve raggiungere alla consapevolezza del processo che è capitato nell’atto di poetare, della sua genuinità, e deve farlo suo, dimenticando gusti personali e scelte edonistiche. Quel che conta è la sincerità della ricerca della bellezza da parte di quell’Essere, che ha compiuto il sacrificio che l’ha poi condotto a scrivere e a comunicare.
L’avverbio poi non deve ingannare: per chi ha scritto è stato un tempo unico; per chi legge è un altro tempo: questo crea l’illusione del fluire dei processi fisici, uno appresso all’altro, ma qui vorrei ricordare che secondo alcuni “time has ended”: ormai soltanto un’utile quanto pia illusione.
Vi sono numerose poesie politiche, in cui Normanna risulta collegata alla polis, all’ambiente sociale in cui vive.
‘Maschera di plastica’, non so con quanta consapevolezza, profetizza le scene che capitano agli odierni cittadini di questo luogo tragico in cui ora si vivono ‘ste assurde giornate casalinghe.
La nostra esistenza pare governata da un dio illusorio, non per questo meno temibile, che decide le sorti di ognuno, sogghignante da dietro la sua “maschera di plastica e decadenza”.
Si tratta di una distopia che è oggi banale vita quotidiana, in cui si è tutti condannati all’isolamento da un quid che non si riesce a definire, se non come irreale, forse artificiale, o forse conseguenza di un’arcigna Nemesis, che fa scontare in un’unica soluzione le nostre colpe, oppure naturale conseguenza delle nostre scelte inumane.
A volte i ricordi è un carme che m’entra nell’anima e la scuote, perché mostra di conoscermi a fondo. Quante volte sono stato prossimo a gettare nella campana della carta, anziani documenti di origine paterna o materna (antichi accertamenti medici, vecchi appunti, pregresse bollette degli anni della mia giovinezza, stagionati cedolini stipendiali) e poi ho deciso di salvarli dall’annullamento, dalla loro trasformazione ecologica, non volendo rinunciare a quel pezzettino di anima che ancora è racchiusa in quella porzione d’umanità cartacea!
“Ci vengono incontro parole e volti… di chi ci ha…”, donato se stessi, come noi stiamo facendo per gli altri.
È un discorso assurdo, anch’esso irreale ma, se continuo ad ascoltarlo, mi si perdoni, è perché non riesco a evitarlo.
Perché l’anima racchiusa in quei brani di cellulosa alla fine equivale a quella che geme nei brandelli dei ricordi, come se fossero parole ancora pronunciate da chi non c’è più, ma non è meno caro per questo.
Come la frase che disse (e sta ancora dicendo) la mamma alla domanda che le rivolge Normanna, su cosa facesse quand’era disperata: “Alzavo gli occhi, e guardavo le montagne.”
La poetessa ha salvato per sempre quest’atto religioso compiuto giornalmente, che rimarrà fissato in un unico ed eterno attimo.
Per sempre, in Figli per il mostro, il giovane destinato a morire in guerra, lontano da casa, per l’eternità dirà alla madre della necessità del suo sacrificio per amore della patria: quel figlio che “non c’è più” non cesserà mai di salutare la madre alla partenza  e d’essere da lei rimpianto.
In Prima della soglia, Normanna dichiara la sua paura, quando è cosciente di vivere in un mondo in cui ci si ferma “alle parole”, resi infelici da una finta spiritualità, fondata sul commercio e sull’inganno.
È un mondo, quello descritto in Percezione imperfetta dei pericoli, in cui si tagliano gli alberi, adducendo timori assurdamente umani, che sconvolgono la natura, a cui si tolgono le risorse che dovrebbero aiutarla a renderci il mondo più vivibile.
In Evoluzione è descritto l’odore moderno, “di benzina e gasolio, di rifiuti in decomposizione” che ci nega gli antichi effluvi che variavano “a seconda delle stagioni” e che resta costante tutto l’anno.
In Nostalgia delle pareti, la poetessa non ci sta e continua a inseguire quel che ancora riesce a disperdersi per tutti, ma non per lei, che ne continua ad aver coscienza imperitura: “I semi danzano e vanno, volano, orientati dal cosmo”.
La pietra e l’albero coglie un altro mio sentimento: quella pietra, ma anche quel ramo, tutto quel che pare immobile, e lo è da prima che lo si scorga, e tale rimarrà per tanti ancora, avrà coscienza del mio fissarlo e nel riconoscere quel che è suo? Avrà il diritto a un’esistenza che per alcuni non ha alcun senso?
Egli rimarrà per centinaia di anni, in cui assisterà, non al disprezzo, peggio: all’indifferenza dei morituri, di chi ogni volta gli passeranno accanto, per cui scomparire di lì appresso, senza mai scorgerlo.
Neve di febbraio racconta il nostro timore “di morire di quiete” e dell’“ascolto della mente” che ci conduce a fuggire il silenzio che una nevicata febbraiola offre a quest’animale inquieto e incapace di apprezzarne la ricchezza.
Cadono, i ponti: ecco un esempio di quelle che Andrea definisce “poesie ‘sbagliate’”, potenti, ma sgraziate, irregolari e che sorgono “dalle cicatrici, dalle rughe”.
Non è affatto una poesia bella, né essa offre quella promessa d’eternità di cui si diceva. Il suo valore è qui ed ora: è una denuncia che la poetessa lancia in faccia al potere economico che ha causato la morte e la distruzione dell’esistenza umana, causata da “infiltrazioni d’odio… infiltrazione nervose e marcescenti di infelicità…”.
In L’erba spigarella, Normanna torna a inseguire i “pollini” che “volano – invisibili – non curandosi dei confini.” Non si può mica passare la vita a imprecare contro l’uomo: c’è ancora parecchio da gioire!
Per ultimo vorrei commentare le poesie Il fico d’India e Il cactus, la prima perché ho imparato ad amare questa pianta da adulto, da quando l’ho conosciuta in paesi remoti: un Essere che acquista la massima sua bellezza al tramonto, quando il sole, declinando, s’insinua in un anfratto pentagonale creato dalle sue sinuosità, e pare per un attimo prigioniero: tempo poche ore ed esso risorgerà ancora più fulgido.
De Il cactus ho apprezzato il sogno che esula dal suo essere una pianta povera, il cui “fiore dura solo un giorno”, grazie a cui egli può augurarsi l’impossibile, anche quello che non avrà mai: “la pelle liscia delle mani”.
Questa la magia dei sogni: creano una realtà alternativa. Ed è questo che muove la poetessa, il desiderio d’incontrare un mondo, ove le leggi sono sì ferree, ma impalpabili.
Questi sono i carmi che più m’hanno condotto a reagire. Ad ognuno i suoi…
La poesia di Normanna sa essere ligia alle regole metriche, con qualche sapiente rima; altre volte è adottato il verso libero, quando la rabbia e l’impeto della condanna non cessa di ribollire nell’intimo.
L’essenziale è che lei sia sempre capace di donare se stessa, in sacrificio, a chi è disposto a continuare dentro di sé, per parecchio tempo, anche lui ora sognando, la propria esistenza.
E ora a te.

* Stefano Pioli vive a Reggio Emilia. Attualmente è un  ispettore Inps. È nato in via Gondar, quartiere delle Reggiane, ex industria bellica dove lavorava il padre, famosa per una occupazione nel ‘51 contro i licenziamenti. Nel corso dell'occupazione fu progettato e prodotto un trattore chiamato R60 per dimostrare che l'azienda poteva riconvertire la propria produzione da bellica a macchinari per l'agricoltura.). Si divide fra Reggio e Amalfi, dove la moglie insegna e si è trasferita tre anni fa.




mercoledì 1 aprile 2020

LA CIVILTA' COMINCIO' CON UN FEMORE ROTTO - RIFLESSIONI IN TEMPO DI COVID19


Foto di Emanuela Rabotti
Non ho mai dormito così tanto e così bene.
Mi sveglia la litania tenue, piacevole, filtrata dai muri divisori, del rosario di Radio Maria, abitudine mattiniera della mia vicina.
Al contempo, si apre il concerto delle gazze, unito al baccano delle cornacchie e al grido di una pappagallina che, da mesi, staziona da queste parti, dopo essere sfuggita al propietario.
Lei libera, io in gabbia.
Le mura di casa come orizzonte: il bianco ormai opaco delle pareti che avrebbero bisogno di diverse mani di tempera. Per fortuna, vi ho appeso molti quadri e foto incorniciate, così copro il brutto color “Isabella” e, ogni tanto, mi soffermo a pensare “to’, quello l’ho disegnato a scuola quando insegnavo a Gatta”, “ve’, quella foto l’ho scattata ai miei figli quando, a carnevale, ci fu una bufera di neve”.
La mente va, si tuffa nei ricordi, sorride.
Io che insegnavo a Costa de’ Grassi, dove abitavo, quando un’improvvisa, terribile nevicata, sostenuta da un vento furioso, quasi ci impedì di percorrere le poche decine di metri fino a casa. Arrancai in mezzo alla neve, senza vedere niente, con i miei figli per mano. Era tutto assurdo ed era successo nell’arco di forse mezz’ora.
Il paese bloccato, mura di neve ovunque. Era la fine di febbraio, o forse era marzo, perché poi la neve si sciolse presto e tutto tornò alla normalità.
Ora non è la neve a bloccarmi in casa. Magari fosse così: basterebbe il sole a liberarmi.

E per fortuna, ho la portafinestra di cucina rivolta a Sud, verso il tramonto, verso la Pietra di Bismantova e il Monte Ventasso, e la vedo, la neve, sul Monte Casarola e penso che lassù in mezzo c’è Valbona, il paese d’origine del mio bisnonno materno pastore.
Gente abituata a camminare, gente che si spostava dietro le greggi fino al Po o verso il Mar Tirreno. Devo aver conservato dentro qualcosa di quelle transumanze. Dentro: in qualche parte profonda di me, perché l’immobilità (anche di pensiero) fatico a sopportarla.
L’occhio umano ha bisogno di luce e di verde, ha bisogno di orizzonti lontani, ha bisogno di spazi su cui vagare.
Non siamo diventati homo sapiens nel buio dell’inverno polare: veniamo dall’Africa, dalle savane, dalle immensità delle praterie e, in quei luoghi, i nostri occhi impararono a misurare il tempo e lo spazio, a respirare l’infinito. Imparammo a sollevare gli occhi al cielo e a lasciarsi accompagnare dalle stelle.
Siamo creature con gambe e piedi predisposti per camminare.
L’immobilità, come bene ci insegnano con la loro irrequietezza i bambini – che noi costringiamo per anni, e per ore e ore, ogni giorno, su una sedia – non è adatta ai nostri corpi, ancor meno al nostro spirito e alla nostra mente.
Siamo fatti per viaggiare, e per viaggiare in gruppo, fraternizzando l’uno con l’altro, sostenendoci se cadiamo, dividendo il cibo in modo che nessuno abbia fame. Non fosse questa la nostra vera natura, oggi non saremmo quasi dieci miliardi sulla terra.

È questa la nostra vera natura; prova a ricordarcelo il terribile virus venuto dall’Oriente (da Oriente, come tanto male e tanto bene, nei millenni). Ci prova in tutti i modi, rivelando i crimini del neoliberismo sfrenato, mostrandoci i danni di una politica asservita, prona, schiava del capitale.
Ci prova, sbugiardando i propugnatori delle “razze” superiori, delle “civiltà” superiori, ora costretti ad accettare l’aiuto di popoli definiti “canaglie”.   
La civiltà, come disse uno studioso, non comincia con la ruota o con il fuoco: comincia con il primo femore rotto e curato.
La vera civiltà è occuparsi del bene di tutti e tutti insieme.
Intanto, in uno dei Paesi “civili”, un diciassettenne viene lasciato morire di Covid19 perché non ha l’assicurazione.

domenica 23 febbraio 2020

LA MORTE NERA – DAL ROMANZO “PIETRO DEI COLORI”

Stralcio dal capitolo "La morte nera"
 
Disegno di Sara Davalli

– Ah, Lucrezia, Lucrezia, abbi pietà, almeno tu. – riprese a strepitare Rodolfo. – Vieni, aiutami, tanto non ti lasceranno mai uscire, non possono. Morirai qui dentro, chiusa qui con me. Ah, mio Dio! Un medico, fate venire un medico.
Far venire un medico? Lucrezia immaginava le orecchie, le labbra, la parte terminale delle mani e dei piedi e la schiena di suo marito coperti di chiazze e lividi, violacee e scure, così come il naso. Immaginava il suo volto prendere un aspetto raccapricciante, drammatico; prima scarlatto, poi nero cianotico, mentre gridava, con parole che uscivano spezzate e la lingua, sicuramente, pendente tra le labbra, come quella di un cane idrofobo.
Quale medico avrebbe voluto esaminarlo? 
Il fumo fetido dei falò dove, sul prato a ridosso della chiesa, stavano bruciando i maiali morti di peste, si infiltrava dalla finestra e si mischiava all’odore della calce viva sparsa nei dintorni e al puzzo di escrementi, vomito e putrefazione proveniente dalla stanza di Rodolfo. L’odore stesso della morte.
– Un medico, chiamate un medico. – singhiozzava l’uomo con voce sempre più flebile.
Lucrezia strinse tra le braccia la statua del Bambin Gesù e la cullò amorevolmente, osservando, fuori, i becchini con la maschera a forma di lungo rostro, il cappello, il mantello e i guanti di cuoio che, con un bastone, raccoglievano le carogne di cani e gatti disseminate nei dintorni per gettarle nel fuoco. Sarebbe bastato il loro lavoro per fermare la peste a Borsigliana?
Lucrezia Fina sapeva che nessuno l’avrebbe soccorsa: sarebbe rimasta chiusa in quella casa con Rodolfo fino alla fine e, difficilmente, sarebbe sopravvissuta.
Perché curare gli ammalati, fornendo loro cibo e acqua, significava morire con loro.
Sapeva che nelle città, per l’abitudine alla peste, i cuori si erano induriti al tal punto che il lutto non usava più, quando non succedeva che i cadaveri venissero sommariamente interrati in fosse comuni fonte di orribile puzzo. L’odore stesso della morte.
Spesso, i becchini non bastavano a seppellirli, e allora i morti rimanevano per strada, insepolti, agghiacciante e funebre spettacolo per i vivi.
Certo, qualcuno guariva; succedeva quando non c’era febbre, quando il bubbone veniva fuori rapidamente e appuntito e, se inciso con il fuoco, lasciava cascare subito la superficie dura, dalla quale usciva il liquido marcio, mentre il tessuto sotto emergeva sano e roseo.
– Mi guardi? – sussurrò Lucrezia Fina al Bambinello. – Capisci il mio dolore? Mi guardi? Mi salverai, vero? Come la calce sparsa qui intorno, sconfiggerai il male.
Non voleva più morire, era presto, troppo presto. Non aveva nemmeno conosciuto l’amore di un uomo, soltanto aveva appena sfiorato l’amore del suo Pietro.
In effetti, aveva sfidato la morte tante volte, Lucrezia, con i suoi prolungati digiuni, ma non l’aveva mai guardata realmente in faccia.
Ora sì, e ne aveva paura, per la prima volta. Ingoiò una mandorla di theriaca.
La tenerezza del Bambino e la corona di spine del Cristo adulto, lo sguardo affettuoso di Maria e la spada che le feriva il cuore divenivano un tutt’uno nei suoi pensieri. Amore, dolore e morte.
Depose Gesù nella culla e cercò tra le pieghe del vestito la tasca dove serbava la faccia di luna.
Un grido le risuonò ancora nelle orecchie: “Devi far paura…”
In realtà, era lei ad avere paura, un terrore cupo. Fissò con attenzione la pietra scolpita e, all'istante, dallo specchio di fronte, emerse il volto niveo dell’ostessa sotto la chioma fulva e scarmigliata:
– Hai paura, vero? Non devi, non temere.
 – Tu, ancora… E dici che non devo aver paura. Ma la morte è qui, dietro quella porta. Senti? Senti il pianto di Rodolfo?
– Oh, lo so. Ma tu stringi forte la luna tra le mani. È lei che rende fertili i campi aleggiando su di essi per nutrirli. Quante volte l’avrai vista aggirarsi con il mantello bianco somigliante a nebbiolina sparsa. Vuoi che non soccorra te che sei femmina come lei? Ma devi farti forza, perché la luna non sopporta la pigrizia delle donne. 
La luna era la maga che andava nelle case per esaminare con cura conocchie e arcolai, cercando fiocchi di lana sciupati e che, se ne trovava, puniva la filatrice colpevole.
Era una donna con i lunghi capelli arruffati, gli abiti consumati e la faccia rugosa, tuttavia dagli occhi bellissimi. La luna dalla pelle impura che tutte le filatrici temevano, le spingeva a non perdere nemmeno un filo di lana.
La pigrizia delle donne le era intollerabile. La pigrizia delle donne, piegate al loro destino, le reprimeva in una servitù perenne che la luna non voleva.
Uno sbraitare agitato allontanò Lucrezia Fina dallo specchio e la fece accostare alla finestra. Era quasi buio, ma riconobbe frate Mauro, laggiù, e altra gente, e uno dei becchini, o forse un medico, con la maschera dal becco imbottito di erbe officinali.
– Aiutatemi, se potete, – gridò lei sporgendosi dal davanzale, – non sento più Rodolfo, forse per lui è finita. Mi lasciate morire qui?
La maschera odorava di angelica e di lavanda, era fastidiosa sul viso, ma il lungo naso zeppo di erbe era l’unica protezione contro il morbo; Pietro lo sapeva bene, per questo aveva chiesto di poterla indossare per andare a recuperare, nelle stanze della casa, il trittico della Vergine ormai completato. Ma ora era un’altra l’idea che gli balenava in testa.
– Che vorresti fare? – gli chiese preoccupato frate Mauro. – Togliti la maschera, lavati con acqua e aceto e andiamocene da qui. Vuoi sì o no rivedere tuo nonno?
– Il libro misterioso vi interessa più della vita di madonna Lucrezia? – domandò Pietro con sarcasmo. – Se è così, sono pronto, ce ne andiamo.
– Benedetto ragazzo. – sospirò il frate scuotendo il capo. – Vado a verificare le condizioni dei muli. Domattina, all’alba, partiremo per il passo di Pradarena.
Alzò lo sguardo verso la finestra e vide che la giovane si era ritirata. Con un groppo alla gola si avviò verso la stalla; non poteva farci niente: Lucrezia Fina sarebbe morta o sopravvissuta indipendentemente dalle sue azioni o da quelle di Pietro. Non c’era cura per la morte nera.   
Angelica, theriaca, lavanda, olio di scorpione: tanti medicamenti, ma pochi risultati.
Era intervenuto persino l’arcangelo Raffaele, “Dio che guarisce”, angelo della guarigione e custode dell’umanità, che aveva svelato le virtù benefiche dell’angelica agli esseri umani. Era apparso in sogno ad un uomo in un paese flagellato dal morbo, informandolo sul potere della pianta; la popolazione, disperata, aveva seguito i suoi consigli e l’erba aveva riscosso grande successo, ma chi poteva giurare che fosse un credibile rimedio?
Mentre, la mattina seguente, frate Mauro predisponeva i muli per la partenza, vide quattro becchini, con maschera e cappello, entrare nella casa di Rodolfo. Si sforzò di pensare al mappamondo da completare, al paradiso terrestre da sistemare vicino all’India, in una regione sconosciuta, all’estremo limite della terra bagnata dall’oceano che tutto circonda. Come già avevano fatto i cartografi Andrea Bianco e Giovanni Leardo. Si sforzò di pensare al Corpus Ermeticum trafugato a Costantinopoli e nascosto a Costa de’ Grossi, nelle terre dei Lombardi. Ma il suo pensiero andava continuamente alla povera Lucrezia Fina, segregata sola con la morte. 
Ancora scosse il capo e mormorò:
– Che santa Fina ti protegga dal male, piccola innocente.



giovedì 30 gennaio 2020

SENZA FIATO - DEL VIVERE IN MONTAGNA

Senza fiato sulla montagna

La mia vita è senza fiato in cima a questa montagna. Non so cosa sarei se non accettassi il mio momento. Non so cosa sarebbe stato di me se non l’avessi sempre accettato.
Arrampicarsi, un passo dopo l’altro, e collegare il battito cardiaco con il respiro.
Eppure, trovarsi senza fiato. Imparare a prendere su di sé il momento, rispettare il bisogno del respiro, è lezione della montagna.
In cima alla montagna, rivedo una bambina con i lunghi capelli al vento. Ammirava il cielo e la terra. Non aveva visto altro che montagne. Era lì, in cima alla montagna, dove si trova ora il mio punto di arrivo. La bambina sapeva che oltre, più in alto, non si poteva osare, perché sarebbero servite le ali; sapeva, dunque, che quella era la sua conquista, era il successo, la vittoria.
Un valore senza imbrogli. Sapeva che, poi, si doveva scendere. Che tutti, prima o poi, scendiamo.
Anche il scendere, il cadere, il rotolare e scivolare in basso è lezione della montagna.
Sono in pace con la bambina che sono stata, sono orgogliosa di lei. Delle sue corse in salita per i castagneti, dei fossi scroscianti oltrepassati con un salto. La ringrazio e posso solo dirle: «Non avresti potuto fare di più, non avresti potuto fare meglio. Brava. Hai colto e imparato tutte le lezioni della montagna». Per ora, cammino ancora in salita, il sorriso in faccia al sole e l’entusiasmo a protezione, perché ancora non ho finito di raggiungere la cima. C’è sempre una punta, una sommità che si rivela, più in alto, quando si arriva, e allora si ricomincia l’arrampicata.
Poi, lo so che ci sarà l’apice, la guglia ultima, e che il buon risultato, il premio, consisterà nel cammino, negli incontri, nell’aver guardato a fianco, non certo nell’aver toccato l’ultima meta.
È lezione della montagna, sapere che le cime ne nascondono altre.

Ci sarà bene una farmacia da queste parti. In fondo, c’è persino il municipio. È mattina presto, è inverno, non un’anima in giro. Sì, la farmacia è proprio lì, sulla piazza, devo solo parcheggiare ed entrare. Spingo la porta: è chiusa. Da un baretto seminascosto esce una signora:
«Ah, guardi: il farmacista è dentro a prendere il caffè, ma vedrà che arriva subito…»
Aspetto. Niente. Si vede che, oltre al caffè, il farmacista aveva da espletare qualche ‘grossa’ funzione corporale, penso. Così non ho nemmeno bisogno di mandarcelo!
Mi viene da stramaledire i montanari e la loro trascuratezza nei confronti dei turisti o anche solo di chi passa per caso, poi faccio mente locale e ricordo a me stessa che pure io sono montanara.
Subito dopo si riaffaccia in me il pensiero razzista:«Vero che sono montanara, ma mica vengo da questi luoghi. Qui saranno tutti discendenti degli uomini colpiti dal bando di qualche duca e mandati al confino tra questi boschi. Banditi figli di banditi ».
Calma: non posso davvero abbandonarmi a concetti tanto meschini! Se lo faccio io, cosa posso aspettarmi dai forestieri? È lezione della montagna essere ruvidi e diffidare di chiunque, poi, però, riflettere e accogliere.

La montagna è una mescolanza di chi ci abita, di chi l’ha lasciata per poi tornare, di chi l’ha scelta per viverci, magari spostandosi da Londra, di chi la percorre con rispetto e ammirazione per puro piacere, di chi, escursionista più o meno occasionale, la vede e la usa (e ne abusa) come se fosse Mirabilandia. O pretende che corrisponda alle scenografie dei film di Walt Disney. Intanto, le pecore, accidenti – dice qualcuno - fanno la cacca e sporcano le praterie, poi, le reti arancioni anti lupo sono brutte da vedere. Poi, i cani maremmani, gli unici in grado di difendere le greggi dai predatori, sono pericolosi. Tutti gli animali sono uguali, ma qualche animale lo è di più, insomma. Per fortuna i lupi non attaccano l’uomo, altrimenti, per alcuni viaggiatori – che probabilmente si sentono pure animalisti, ma solo per i cani e i gatti di casa - sarebbero già stati tutti abbattuti. Che poi, trovi gli incarti dello snak alla frutta addizionato di magnesio e del prodotto dietetico per sportivi a base di carboidrati e caffeina abbandonati in alta quota. Tanto, lì ci sono solo pecore e marmotte. E quei mostri dei maremmani. E le croci sulle sommità, che per gli atei integralisti andrebbero divelte, perché sono simboli religiosi, quando non diventano palestre per arrampicarcisi e farsi la foto, tanto chi se ne frega se poi si spezzano.

sabato 28 settembre 2019

IL VOLO DI MELUSINA - RACCONTI

Reale e fantastico sono due aspetti dell'esperienza che l'animo umano ha imparato a distinguere ed a gestire separatamente. Con il primo si vive al quotidiano, ci si guadagna il pane e, venuto il momento, si muore. Con il secondo si sogna, si fan castelli in aria e, venuto il momento, si comincia una nuova avventura da anima come per Platone, da cadavere come in Agatha Christie o da zombie come per Mary Shelley. Nel reale si muore il più delle volte nel proprio letto, in un incidente o, talvolta, per un crimine indagato dalla "scientifica". Il corpo è lì, lo si esamina, lo si interra e non se ne parla più. Nel fantastico invece i morti sorgono a nuova vita. Giocano a nascondino, si volatilizzano e riappaiono,  ritornano a darci i numeri del lotto o a rivendicare i loro diritti. I primi ci lasciano dei ricordi, i secondi dei misteri, delle leggende e dei miti.
Per noi, smaliziati cittadini del mondo, la distinzione è chiara. Non si legge "Gargantua e Pantagruel" o "Il Visconte dimezzato" nello stesso spirito con cui si legge "Una vita violenta" o "Germinale". Anche per i bambini la differenza è evidente: c'é il telegiornale che guarda il papà, e ci sono le favole che racconta la nonna.
Ma le cose non sono sempre così semplici. Perché di tanto in tanto spunta fuori in letteratura un alchimista come Garcia Marquez o E.A. Poe (ce ne sono altri) che si diverte a mescolare i generi nei suoi alambicchi ed a servirceli nello stesso boccale.
Normanna Albertini, almeno in questi racconti sparsi fra boschi, paesini e montagne tra cui tutto si immagina fourché un delitto, è nella loro scia. Con lei il fantastico sfumato dalle tinte dell'arcobaleno prende il  colore di una vecchia Panda sgangherata. Scompaiono maghi, principi e fate. Compaiono farmacisti, antiquari e brigadieri. Tuttavia, con lei ci si scopre a credere nei ponti del diavolo (quelli le cui intersezioni fra le pietre non formano mai una croce), o nelle sirene a due code di tradizioni ancestrali.

TALADA TERRA DI SAN MICHELE - GIUSEPPE GIOVANELLI

Lo spostamento della viabilità moderna con la costruzione di nuove strade, adatte al movimento delle automobili e degli altri veicoli su ruota, ha fatto sì che molte borgate, nei secoli precedenti collegate tra loro e ai centri più grossi, perdessero di importanza e ne venisse in gran parte dimenticata anche la storia. Addirittura si fatica a capire come potessero apparire terre appetibili per i nobili che, abitualmente, se le contendevano.
È nel 1315 che compare nel “Libro dei fuochi” (che sarebbe poi il registro, estimo, dei capi famiglia del distretto di Reggio), l’elenco dei nomi di quelli di Talada, comune composto da tre borghi: Casale, Ca’ Ferrari, Talada.
In quel periodo i signori Dalli di Piolo, con i signori di Vallisnera, di Bismantova, con i Fogliani e i Canossa, avevano l’incarico di garantire la sicurezza delle strade di montagna, compresa quella di Talada, sulle quali si muoveva il commercio tra Lucca e Reggio e persino quello tra Venezia e Genova. Nel settembre del 1315, per esempio, in alta Val Secchia una carovana di mercanti veneziani venne assalita dai banditi e ci furono morti, feriti e, ovviamente, furti.
A Simone da Dallo il comune di Reggio darà poi, cinque anni dopo, l’autorizzazione a imporre un pedaggio sulle merci in transito lungo la via regale della Lunigiana. Non è difficile capire il perché si cercasse di avere il controllo su queste vie di comunicazione e quanto fosse ragguardevole il ritorno economico. Un ramo dei Dalli, longobardi provenienti dalla Garfagnana, dopo Piolo si insedierà a Busana, come risulta da un diploma ducale del 1442.
I feudi di Busana, Crovarola, Quara e Gova vennero formalmente investiti ai conti Galasso e Luigi (Aloixe) Dalli nel 1453; per Crovarola, si intende proprio Talada. 
Il 15 settembre 2019, in occasione del millenario di questa minuscola parrocchia di montagna, è uscito il pregevole libro di Giuseppe Giovanelli “Talada terra di San Michele” - dedicato a monsignor Giovanni Costi nel sessantesimo della sua ordinazione sacerdotale - frutto di un’immane lavoro di ricerca tra i manoscritti degli archivi e le pubblicazioni reggiane dei secoli scorsi.
Da questo notevole volume sono tratte le notizie che riportiamo, con l’invito a leggere il libro per completare il quadro storico.
Un toponimo unico in Italia: un nome longobardo, Talada, perché è ai Longobardi che si deve la sua nascita. Nella lingua dei Longobardi, “tal” (o thal) significa “valle”, dunque, il nome di luogo “Talada” significherebbe “vallata”.
Viene dunque a cadere l’ipotesi di “calada” in ricordo di una enorme frana che, secoli addietro, avrebbe dato origine a quel breve tratto pianeggiante su cui sorge la borgata.

LETTERE DALLA ROCCA DI MINOZZO - LIBRO DI GIUSEPPE GIOVANELLI

Chi fa ricerca storica e poi la diffonde deve, in ogni caso, essere anche un abile scrittore, con una cura speciale per la forma comunicativa, i metodi narrativi, le scelte stilistiche e il linguaggio utilizzato. Ci riesce benissimo il professor Giuseppe Giovanelli, storico di primario valore, allievo di monsignor Francesco Milani, che dalle carte degli archivi, spulciate e accantonate negli anni, riesce a ricavare testi divulgativi di piacevole, facile lettura, eppure di grande impatto culturale. Autore del nostro Appennino, Giovanelli ha alla spalle una produzione di almeno una ventina di libri e la partecipazione a molte altre opere, come la storia della Diocesi di Reggio e Guastalla. Due anni fa, sollecitato da alcuni amici di Minozzo, ha pubblicato un volume che è un affresco coinvolgente degli anni tra il 1426 e il 1448, non solo del territorio minozzese, ma di tutta quella parte di montagna facente parte del Ducato estense, comprendente anche la Garfagnana, con relazioni in Lunigiana. Il libro si intitola “Lettere dalla rocca di Minozzo” e l’autore lo introduce così: “Le lettere, oltre a dare una collocazione precisa nel tempo ad alcuni eventi storici fondamentali, descrivono, con una lingua semplice e ancor quasi dialettale, la vita quotidiana dei Minozzesi di allora, il loro rapporto di fraterna convivenza con i Garfagnini, le modalità – non sempre entusiastiche come vorrebbe la vulgata ufficiale – della loro sottomissione agli Estensi, la loro voglia di libertà e autonomia, il loro sentirsi Chiesa allo stesso modo in cui si sentivano comunità civile.”
Senza l’instancabile lavoro di indagine, studio e decifrazione degli originari atti d’archivio, non avremmo “la storia”. “Lettere dalla rocca di Minozzo” è frutto di questo certosino lavoro di ricerca e ci conduce in un mondo, quello della montagna del basso medioevo, sottovalutato dai più, sconosciuto, dimenticato. Innanzitutto, però, quando si tratta di storia “locale”, dovremmo comunque ricordare che definire una volta per tutte i fatti umani è pura utopia, perché sempre nuovi documenti e notizie ci giungono dal passato a scompaginare le nostre conoscenze. Forse anche quest’opera qualche dubbio lo instilla, creando desiderio di ulteriore conoscenza.
In una lettera del 5 giugno 1426 riportata nel libro, per esempio, il podestà di Felina, Conte dei Costabili, responsabile in montagna della guerra contro i Fogliani, scrive, a proposito degli armigeri delle rocche: “Questi uomini non possono comperarsi neppure il pane e voi volete che vi paghino il sale? E se anche avessero i soldi – come voi credete che abbiano – volete che corrano anche il pericolo di venir giù a portarveli? A mio avviso è stata una villania incarcerare quell’uomo di Berzana. Non c’è tempo per queste faccende, gli uomini si sentono oppressi, non risarciti come è stato fin qui. Credetemi se vi dico che si induriscono e si disperano. Vi prego, vi prego, messer Vicario, messer Massaro, rimettete in libertà quel povero uomo, lasciategli quel po’ di soldi che la guerra gli lascia, ne ha un gran bisogno. Quando i tempi saranno migliori, si potranno riscuotere sali e dazi con comodo…” Insomma: non è che le guardie delle rocche e gli stessi castellani se la passassero poi tanto bene. Nel 1443, alle Scalelle viene sostituito il castellano Franceschino da Ramusana con Giovanni di Polo da Monzone, detto Giovannello. Ebbene: a quest’ultimo viene anticipato uno stipendio di due mesi da restituire a rate nei primi sei mesi successivi.

domenica 24 marzo 2019

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - CANTIERI

Cantieri oggi, annonaria ieri

Lavori in corso, cantieri aperti un po’ ovunque nel bel mezzo dell’estate: fibre per interrare le quali si deve rompere l’asfalto, catrame a ricoprire i solchi di cemento lasciati in bella vista dagli operai delle fibre, fogne che esondano a ogni temporale tropicale (anche se non siamo ai tropici), campi arati che riversano fiumi di fango in mezzo alle case, operai a sturare le fogne e a ripulire l’asfalto dal fango dei campi arati. I mesi di luglio e agosto sono andati via così, con mia madre ogni giorno a osservare, criticare, descrivere i cantieri disseminati lungo il percorso, all’andata e al ritorno dal Centro diurno della Residenza sanitaria assistenziale (lode e benedizione su di essa).
«Oh, ma c’è un peso, ma un peso su quel camion… Non vedi? Come si fa a portare in giro un peso così?» Dice, riferendosi a un enorme escavatore dondolante sull’autoarticolato che ci precede.
«Oh, ma se cade, oh, ma sai che peso?»
«Sì, mamma, se cade ci ammazza, lo so», dico io, toccandomi l’abbondanza apotropaica che ho sul torace, «ma vedrai che l’avranno legato bene…»
Lei si aggrappa con tutte e due le mani alla maniglia in alto - sembra davvero nel panico - poi sbotta:«Eh, se ci ammazza pazienza, così la finiamo tutti di tribolare».
Se prima, a queste sue uscite, rispondevo con impulsività, ottenendo un suo irrigidimento e l’immediata recrudescenza della sua innata testardaggine, oggi lascio correre, anzi: le do ragione.
Inutile sprecare fiato ed energie. Inutile dare la stura all’adrenalina, che poi mi si riversa nel sangue, alza i livelli di cortisolo, aumenta il colesterolo, la pressione e dopo mi obbliga a imbottirmi di pillole. Ormai, ne prendo più io di lei.
Soprattutto (per impedire a tutte le pillole di bucarmi lo stomaco), devo mandar giù subito, al mattino, la pastiglietta protettrice. Gastrite cronica, dice il dottore. Da nervoso, dico io.
Poi, leggo che il cortisolo, sollecitato dagli alti livelli di stress, provocherebbe le demenze. Allora mi immagino tra vent’anni ridotta come lei, per cui, sì, forse sarebbe meglio che quell’escavatore ci piombasse sull’auto.

mercoledì 9 gennaio 2019

LA STORIA DI TERZO E ROSALBA - QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

Quando fecero il loro ingresso a San Piero a Grado, dalle parti di una millenaria pieve in quel di Pisa, la popolazione uscì in strada, prima incredula, poi divertita, e cominciò ad applaudirli. Dopo ben quarantun anni, era la prima volta che, dal 1926 (data della loro partenza da Genova per l’Argentina), Terzo e Rosalba Rubertelli tornavano in Italia. Scesi all’aeroporto di Pisa, invece di prendere un taxi, avevano optato per una delle carrozze trainate dai cavalli di solito usate dai turisti. Con quello spettacolare mezzo, si presentarono perciò alla porta di Palmira Santini, la sorella di lei, da anni residente con la famiglia a San Piero a Grado.
In quella casa, ben incorniciata ed esposta, c’era la fotografia del loro imbarco. Palmira non aveva mancato, nel corso degli anni, di indicare al suo figlioletto quei due viaggiatori piccoli piccoli, con il braccio alzato: gli zii d’Argentina che salutavano da lassù, sul transatlantico Giulio Cesare.
Rosalba era nata a Valbona di Collagna nel 1902, figlia del pastore Luigi e di Domenica Santini, i quali si erano poi trasferiti a Predolo di Villaberza, luogo di sosta nella transumanza verso il mantovano, dove erano via via nati gli altri figli.
Terzo Antonio, invece, era nato a Gombio, allora nel comune di Ciano d’Enza, martedì 26 settembre del 1905, figlio di Attilio e di Emma Tommasi, ed era stato battezzato solo sette ore più tardi dal parroco don Enrico Mailli.
Terzo e Rosalba erano partiti dopo il matrimonio, celebrato da don Battista Zini il 6 maggio del 1926 nella chiesa di Villaberza. L’Argentina era un miraggio, la possibilità di una vita migliore che già altri emigranti della montagna avevano inseguito.
Un certo Egidio Ferrari, fratello dei due partigiani di Casa Ferrari che poi vennero trucidati nel ’44 sul Monte Battuta, era partito anni prima e, dai racconti dei parenti, pare che laggiù facesse il “vaquero”, praticamente il cow boy.
Forse, i due novelli sposi avevano preso contatto con lui? O con qualche altro conoscente? Anche un Pedroni, di Soraggio, era finito laggiù e non s’era mai rivisto, esattamente come il Ferrari.
Presa la decisione, preparati i documenti, i due giovani raggiunsero Genova.
C’è chi racconta che, in attesa della partenza, gli sposi si fossero fermati in una bettola del porto, dove li avrebbero derubati di tutti i soldi. Cosa abbastanza consueta in quel contesto. Comunque, alla fine, salparono.
La nave era la stessa su cui, tre anni dopo, si sarebbero imbarcati i nonni paterni e il padre - allora ventunenne - di papa Francesco.
In Argentina, già da decenni, gli italiani avevano formato associazioni e dato vita a giornali con i quali cercavano di costruire oasi di italianità. Le celebrazioni per le feste civili italiane spesso vedevano una quantità di bandiere tricolore tanto grande da far sembrare Buenos Aires una città italiana. Già nel 1895, infatti, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani.