sabato 4 maggio 2013

"Ci troviamo in piazzetta 2013"



Venerdì 17 Maggio 2013



alle ore 21,00 in Piazza R. Cappelli 6/7

(davanti al negozio Ansaldo's Abbigliamento)

In caso di maltempo, gli incontri si svolgeranno presso:

SALETTA BLU (Sala Consiliare 1° piano)

Centro Commerciale Via S. Caterina – Fiorano

"Le donne si confrontano: interpretazione, scrittura, lettura"

Ameya G. Canovi presenta le scrittrici Normanna Albertini e Patrizia Bartoli.

Letture di Pina Irace

venerdì 26 aprile 2013

L'INTELLIGENTE CHE SBAGLIA MIRA


Editoriale di "Tuttomontagna", maggio 2013

Stiamo franando. E non si tratta soltanto del territorio. Una delle convinzioni che il consumismo e il capitalismo selvaggio istillano in persone e società è che le energie spese nella cura siano improduttive, quindi da abolire. La cura non produce effetti immediati, visibili, non dà un ritorno finanziario diretto e veloce, anzi: è una spesa. La cura ha un prezzo sempre. Costa quando si tratta di fare figli e allevarli, costa quando si tratta di tenere aperte le scuole e investirci. Costa quando si promuove la cultura non tanto con quegli eventi occasionali (il grande nome che richiama centinaia di persone nell’evento estivo) che ravvivano l’immagine dei vari enti, ma quando ci si sforza di non tagliare sulla conduzione e apertura delle biblioteche, per esempio. La cura è sempre mal vista da chi ragiona in termini di profitto e l’idea di tempo, denaro e energie spese per l’accudimento di persone e territorio passa per qualcosa di stupido (o di ingenuo, a voler essere benigni). Insomma: è roba da poco furbi. Intelligente e furbo, in lingua inglese, si traducono con “smart”, anche se un amico britannico mi spiegava che, in realtà, essi usano tre termini: “intelligent”, quando si parla per esempio di uno studente che riesce subito a capire quello che gli si insegna, “clever”, riferendosi a qualcuno che riesce a trovare la soluzione non convenzionale, che riesce sempre a tirarsi fuori dal problema con astuzia, “smart” per definire la persona che è piena di talento, oltre che bello, elegante, brillante. Credo che noi stiamo franando – noi: la montagna e la società tutta – perché, invece di una società di veri intelligenti che mettono al primo posto la cura, quindi la costruzione del futuro, abbiamo lasciato che, negli ultimi venti/trent’anni, si condensasse (come un coagulo mortifero), una società di furbi. Questa frase del teologo  Vito Mancuso offre, in proposito, parecchi spunti di riflessione: “… in Italia i più ritengono che il singolo sia più importante della società, e per il bene del singolo non si esita a depredare il bene comune della società.

domenica 14 aprile 2013

DENIS MUKWEGE - UN UOMO SOLO CONTRO L'ORRORE DEGLI STUPRI DI GUERRA

Ho sempre pensato che il controllo delle donne, il controllo ossessivo della loro sessualità e del loro utero da parte di tutte le religioni fosse, appunto, un controllo legato alla riproduzione e, dunque, al bisogno dei maschi di sapersi il vero padre dei figli della propria donna.
Non è così. Alla luce di quello che è lo stupro di guerra, ma anche lo stupro in generale, credo proprio che il motivo sia un altro.
Probabilmente le antiche religioni, nate prima di qualsiasi legislazione statale, orale o scritta, si erano trovate davanti ad una situazione spaventosa che riguardava le donne. Probabilmente avevano tentato di arginare, in qualche modo, l'orrore.
Dicono, alcuni miei allievi musulmani, che il Profeta sia venuto perché, prima di lui, le famiglie rifiutavano le figlie femmine e le seppellivano vive nella sabbia. Il Corano tenta una protezione della donna, coprendola, ma anche facendone una sposa il prima possibile, con tanto di doveri da parte del marito. Che poi gli uomini abbiano trovato il modo per eludere i loro doveri, questa è un'altra storia. La tradizione delle bambine "esposte" e poi avviate alla prostituzione nell'antica Grecia è cosa risaputa.
I maschi sanno di quanto terrore e violenza sono capaci; i maschi soldati diventano macchine capaci di sventrare una bambina senza farsi problemi. I maschi umani sono l'unico animale sulla terra a fare dello stupro una tortura. Hanno un cervello capace di immaginare e hanno le mani capaci di usare oggetti. Così diventano non delle bestie, ma dei demoni, dei mostri, degli esseri spaventosi e di una crudeltà inaudita. Anche tra gli animali esiste lo stupro, ma essi non sono in grado di usare sulla femmina oggetti, armi, vetri, coltelli, fuoco, benzina... 
I maschi sapevano anche millenni fa di quanto orrore erano capaci e di quale pericolo correvano le loro figlie, mogli, madri, sorelle; ecco perché dagli Ebrei, agli Arabi, agli Hindu, tutti cercano di proteggere le donne di casa obbligandole a seguire regole ferree. Le antiche religioni patriarcali rinchiudono le donne in una prigionia vigilata per tutta la vita; gli uomini rinchiudono le donne per essere liberi - loro - di muoversi - anche di stuprare le donne non custodite -, sapendo però al sicuro le proprie.
Quello che sta succedendo in Congo è una devastazione sul corpo delle donne senza limiti; perché nessuno ne prende atto. Nessuno. Nonostante tutti sappiano. E c'è questo medico, il dottor Mukwege, che sta rischiando la propria vita non solo per salvare queste donne, ma anche per far conoscere al mondo il volto vero dell'inferno. 

(Normanna Albertini)


Denis Mukwege: l’uomo che ha curato 40 mila donne vittime di violenze sessuali

Scritto da: Nima Mirzabeyk 3 febbraio 2013 

Denis Mukwege è un ginecologo congolese che in tredici anni ha operato e curato oltre quaranta mila donne vittime di violenze sessuali. Hanno provato ad ucciderlo, comprarlo o zittirlo, ma senza successo.

Denis Mukwege è un gigante dalla voce ferma e suadente, trasmette calma e fiducia quando parla e per come si muove. Le Monde gli ha dedicato un articolo per accendere un faro sulla disperata situazione delle donne nella Repubblica

Democratica del Congo. Tredici anni fa ha fondato l’ospedale Panzi vicino a Bukavu, all’estremo est di quest’immensa nazione incastonata nel centro dell’Africa tra paesi in procinto di entrare in guerra tra loro ogni giorno o di disgregarsi sotto i colpi di movimenti armati intestini.
Questo ginecologo di 57 anni, specializzatosi in Francia, dal 1999 accoglie donne vittime di ogni sorta di violenza sessuale; è una celebrità non solo nel suo paese ma anche nella comunità internazionale ed ora, passa la sua vita a tenere simposi, convegni e a parlare ovunque gliene diano l’opportunità per spiegare il dramma della violenza sessuale che sono costrette a vivere le donne nel suo paese. Più volte il suo nome è stato
avvicinato come possibile vincitore del premio Nobel per la pace, nel corso della sua vita ha accumulato decine di premi ed onoreficenze ma, nelle interviste che rilascia, sembrerebbe volerne fare volentieri a meno, se solo riuscisse a convincere la comunità internazionale a fare qualcosa.

La sua celebrità è arrivata anche a orecchie avverse tanto che, il 25 ottobre del 2012, cinque uomini armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione immobilizzando le guardie del corpo, i domestici e la famiglia in attesa del suo ritorno. Appena la sua auto ha imboccato il vialetto d’ingresso, i cinque gli sono piombati addosso, l’hanno fatto scendere con una pistola puntata alla tempia. Quando ormai ogni speranza era andata, uno degli uomini della sicurezza è piombato, urlando, addosso al sicario. Qualcuno ha fatto fuoco uccidendolo con due colpi di pistola ed il dottor Mukwege nella confusione si è ritrovato a terra tra il sibilo delle pallottole. La guardia del corpo ha sacrificato la propria vita, concedendo quei secondi preziosi che hanno salvato quella del dottore e delle persone a lui vicine. Presi dal panico i cinque sicari sono fuggiti a bordo dell’auto della famiglia Mukwege. Questo però non è il primo attentato ai danni del dottore che si sente “un miracolato, sono sopravvissuto a sei attentati” dice, con il suo consueto tono pacato “ormai sono convinto di avere una protezione divina”.

mercoledì 27 marzo 2013

RECENSIONI "SULLE SPALLE DELLE DONNE" GARFAGNANA EDITRICE

Entrare nelle storie narrate da Normanna Albertini, è come planare dolcemente sui ricordi e sulla bella e serena vita di un tempo … e poi, magicamente, lasciarsi trasportare nei luoghi deliziosi di un’infanzia felice.  quasi dimenticato si viveva tutti insieme ripudiando la solitudine. Era così nella vita nei campi, e nel vissuto quotidiano delle famiglie. Un tempo sano e allegro in cui nessuno chiudeva a chiave la porta della propria casa. Magari si parlava solo in dialetto ma era proprio questa lingua, dal sapore antico, a favorire il dialogo tra le diverse generazioni. Come dice l’autrice, “il filo della narrazione che univa, nutrendole come un cordone ombelicale, una generazione all’altra e al futuro”. Forse siamo ancora in tempo per salvare queste preziose testimonianze da fare nostre e trasmettere ai nostri figli. E’ questo il grande insegnamento che traggo dai bei racconti di Normanna Albertini. Un libro che emoziona con la dolcezza della nostalgia. Un romanzo che sa di buono muovendo i passi da una cultura, quella contadina, che merita di essere riscoperta dalle giovani generazioni.
“Sulle spalle delle donne” non è un monumento al femminismo, bensì un delicato racconto di storie vissute da donne all’interno di contesti familiari caratterizzati da profondi e significativi rapporti umani. Sono le memorie di una bambina di campagna, oggi apprezzata scrittrice. L’avvio del romanzo è dedicato all’acqua, bene puro e prezioso dal sapore unico e inconfondibile. Nelle seducenti pagine di Normanna Albertini ho trovato spalle forti; quelle femminili che trasportavano l’acqua dalle fontane alle modeste dimore di un tempo. Donne abituate al lavoro, alle fatiche; donne che gestivano famiglie con semplicità ma con grande buon senso. Con piacere, ho incrociato la vicenda di Camillo; fortunato perché aveva il suo asino. Con essa, storie di animali, di vita povera ma, al tempo stesso, dignitosa e vera. L’autrice ci mostra come possa apparire distante tutto ciò della caotica e spesso solitaria vita moderna. Che nostalgia nel ripercorrere i ricordi legati all’aia, come quella di Predolo. Molti di noi ricordano l’aia come luogo, nei piccoli borghi, di incontro, di giochi collettivi, di gioia e sane risate. Un vissuto comune prematuramente scomparso … quando le nonne, degne di grande rispetto, erano nonne per tutti i bambini. Mi lascio coinvolgere dalla scrittura di Normanna Albertini al punto da percepire l’odore del pane fatto in casa; un rito antico come magia di vita … un ripetersi, nel tempo, di continua rinascita. Chiudo gli occhi per sognare ed ecco, come d’incanto, il profumo del vino che vive e cresce nelle vecchie cantine … la vite, femmina, pronta a sposare l’albero. Il romanzo di Normanna Albertini non è mai scontato; è semplice, diretto e ripropone spaccati di vita mai dimenticati e proposti, ora, con un inevitabile senso di silenziosa nostalgia. E’ storia vera, palpabile; vissuta da chi ha fatto la storia recente. Sono le emozioni del cuore ripresentate con il delicato tocco di una penna attenta e corretta, come quella dell’autrice. Con un sereno sorriso che indirizzo al mio passato, riscopro la bellezza dei boschi, le raccolte delle castagne e dei funghi, le scuole e i maestri del tempo che fu. Una leggera malinconia mi accompagna durante tutta la lettura del libro; uno scoprire e riscoprire continuo di insegnamenti preziosi che, a stento, vivono nel nostro presente. Forse un tempo c’era una sana povertà, si parlava con fatica in italiano, si vedeva poco (o niente) la televisione, si viveva in case non riscaldate dai termosifoni: potrebbero apparire, ad una superficiale ed errata lettura, situazioni di vita arretrata. In realtà non è e non sarà mai così, se pensiamo che in quel mondo felice e quasi dimenticato si viveva tutti insieme ripudiando la solitudine. Era così nella vita nei campi, e nel vissuto quotidiano delle famiglie. Un tempo sano e allegro in cui nessuno chiudeva a chiave la porta della propria casa. Magari si parlava solo in dialetto ma era proprio questa lingua, dal sapore antico, a favorire il dialogo tra le diverse generazioni. Come dice l’autrice, “il filo della narrazione che univa, nutrendole come un cordone ombelicale, una generazione all’altra e al futuro”. Forse siamo ancora in tempo per salvare queste preziose testimonianze da fare nostre e trasmettere ai nostri figli. E’ questo il grande insegnamento che traggo dai bei racconti di Normanna Albertini. Un libro che emoziona con la dolcezza della nostalgia. Un romanzo che sa di buono muovendo i passi da una cultura, quella contadina, che merita di essere riscoperta dalle giovani generazioni.

Stefano Carnicelli


lunedì 25 marzo 2013

I PRIMI SETTE GIORNI DI PAPA FRANCESCO

PREMESSE E PROMESSE SULLA RIFORMA DELLA CHIESA.
 www.adista.it

37089. CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Il consenso degli italiani verso il papato è schizzato in men che non si dica dal 47% (dicembre 2012) al 62%: «Sono bastate poche parole e un nome, Francesco, che di per sé è un programma», osserva Famiglia Cristiana (23/3), che riporta i dati di un’inchiesta affidata a Demopolis in base alla quale, sintetizza il settimanale, «l’83% degli intervistati esprime fiducia nell'attuale papa, (il 95% dei cattolici e il 61% dei non cattolici); il 58% crede nella sua capacità di contribuire a un rinnovamento della Chiesa, toccati per il 72% e il 67% dalla sua semplicità e spontaneità e dal linguaggio vicino alla gente».
Numeri che dimostrano quanto dev’essere forte il desiderio di cambiamento nella Chiesa, a testimonianza della percezione corretta o meno fra i fedeli, stante Benedetto XVI, di un immobilismo improduttivo se non deleterio per la comunità cattolica.
La speranza di novità (o, potremmo dire, la fiducia inossidabile in questa novità, come dimostrano i commenti sulle pagine facebook di Adista) è fondata su gesti e parole di papa Francesco apprezzati da tutti per semplicità, amicizia, familiarità, compresi in un arco di tempo che raggiunge a malapena la settimana; e che non denotano solo uno stile, ma sostanziano un pensiero e una prassi che non potranno rimanere senza conseguenze, pena una schizofrenia di comportamento che sarebbe ingiustificabile e insensata e un’ambiguità, un’ambivalenza che potrebbe richiamarci un ancora non chiarito passato (v. notizia successiva). Fra i gesti, su uno in particolare vogliamo soffermarci: Bergoglio ha voluto accanto a sé, durante la cerimonia di intronizzazione, il 19 marzo, un ospite speciale, il cartonero Sergio Sanchez – un povero che vive appunto raccogliendo cartoni – che ha fatto accomodare vicino ai rappresentanti del governo argentino, fra i suoi familiari. Il commento di Sanchez è stato: «Non potevo credere di essere lì a soli quattro metri di distanza da lui, nei posti dedicati alla sua famiglia. Poi ho capito: la sua famiglia siamo noi, tutte le persone povere che ogni giorno lavorano per strada in Argentina».
Poveri e giornalisti
E se le parole hanno un senso, quelle sulla povertà pronunciate nel discorso ai giornalisti il 16 marzo – «Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!» – potrebbero essere foriere di cambiamento a tutti i livelli ecclesiastici, a partire dal Vaticano. Anche per quanto riguarda i poveri, cui la Chiesa egli auspica dedita, si vedrà quale sarà la prassi futura. L’attenzione di Bergoglio finora è stata di stampo caritatevole, non politico.
Comunque, nell’ambito di questo incontro con i media, va segnalato anche un riconoscimento ai giornalisti, i quali l’avranno accolto con soddisfazione e sollievo; soprattutto dopo essere stati accusati nei giorni del Conclave dalla Segretaria di Stato e da p. Federico Lombardi, portavoce della Sala stampa, di «maldicenza», «disinformazione», «calunnia» (v. Adista Notizie n. 9/13). Papa Francesco li ha ringraziati «per le fatiche di questi giorni particolarmente impegnativi», invitandoli «a cercare di conoscere sempre di più la vera natura della Chiesa e anche il suo cammino nel mondo», assicurando loro «che la Chiesa, da parte sua, riserva una grande attenzione alla vostra preziosa opera»: essa «necessita di studio, di sensibilità, di esperienza, come tante altre professioni, ma comporta una particolare attenzione nei confronti della verità, della bontà e della bellezza; e questo ci rende particolarmente vicini, perché la Chiesa esiste per comunicare proprio questo».

giovedì 14 febbraio 2013

Benedetto XVI - Intervento di Ettore Masina sulla decisione del papa di lasciare il pontificato

Ha aperto nella storia del nostro tempo inedite possibilità
LETTERA 155 11 febbraio 2013

di Ettore Masina
Quando mi è giunta la notizia delle dimissioni di Benedetto XVI mi è tornata alla mente un’immagine disegnata tanti anni fa da Dino Buzzati per una rivista milanese di cui mi occupavo. Mostrava l’interno di un’immensa chiesa, deserta. Fra le colonne della navata, selva inquietante di pietra e di ombre, la figura esile, poco più di un filo d’inchiostro, di un vescovo – o forse proprio di un papa, le braccia levate al cielo. Il titolo della figura, mi disse Buzzati, era: “Solitudine”. E adesso il mio sentimento (sentimento prima ancora che pensiero) davanti alla straordinaria - e, per un cattolico, sconvolgente - vicenda di Joseph Ratzinger è di solidarietà. Del tutto imprevedibilmente sento come mia la sofferenza per la solitudine profondissima di un personaggio fra i più importanti della nostra epoca, al quale avevo cercato di portare rispetto ma che non amavo e da cui mi ero sempre sentito lontano.

mercoledì 16 gennaio 2013

SULLE SPALLE DELLE DONNE- Intervista di Donatella Righi



Donatella Righi intervista Normanna Albertini
SULLE SPALLE DELLE DONNE: memorie di una bambina di campagna.
 Come è nata l’idea di questo libro?
Questo libro non doveva essere un libro. All’inizio è stato solo un racconto. C’era la neve, quando tutto ha avuto inizio, la grande nevicata dello scorso inverno, quella che, su da noi in montagna, ci chiuse in casa e costrinse i sindaci a far chiudere le scuole. Un’amica che collabora col sito www.redacon.it mi chiese di tirar fuori i ricordi sulla neve di quand’ero bambina e di scriverli per il sito. Fu cosa facile e anche divertente, per me: non dovevo inventare niente. Ecco: scrivere di sé è molto meno impegnativo che dover costruire dei personaggi e la trama di un romanzo. In ogni caso, il racconto ebbe successo, così decidemmo di inserirne altri, con cadenza più o meno mensile. I lettori erano sempre di più e sempre più spesso chiedevano la pubblicazione di un libro. Alla fine, ho deciso di parlarne con Andrea Giannasi, l’editore con cui già avevo pubblicato, il quale si è dimostrato subito entusiasta della cosa. Ho inserito tre inediti ed è nato il libro.
 Qual è l’intento del libro, riportare alla luce un pezzo di mondo che si è perduto, quindi uno scopo “storico/sociologico”, oppure rievocare il passato per delineare il tuo profilo biografico, una finalità dunque più intimista?
No, nessuna finalità intimista o autobiografica. Ho raccontato cercando di far rivivere agli altri, attraverso il mio vissuto, parti del loro passato messe da parte, forse anche dimenticate. Ho raccontato come se il mio raccontare fosse quello di tutti. Ho raccontato per fermare sulla carta notizie e nozioni di un modo di vivere ormai scomparso che rischiano di andare perdute per sempre con la morte delle persone più anziane. L’intento è chiaramente didattico (purtroppo, essendo io insegnante, non riesco mai, davvero mai, a dimenticarmelo quando scrivo, nemmeno nei romanzi, e da un punto di vista letterario non è un bene), però c’è anche quello divulgativo: far conoscere i nostri luoghi, la forza della nostra gente che è riuscita a traghettarci fuori dal medioevo (da noi durato davvero fino al secondo dopoguerra) e, soprattutto, la forza delle nostre donne. Le donne emiliane. Che qualcosa di diverso ce l’hanno davvero.

lunedì 24 dicembre 2012

giovedì 13 dicembre 2012

Presentazione di "Sulle spalle delle donne - Memorie di una bambina di campagna"


Locandina dell'evento




"I racconti di Normanna fotografano un modo di vivere; più che una scelta fotografano  un’esigenza, un modo di trovarsi al proprio posto. C’era anche tra i contadini di allora chi aveva sperimentato altri lavori, altre condizioni sociali, chi era espatriato in cerca di fortuna. Molti però sono ritornati a casa per migliorare il proprio stato sociale, senza però abbandonarlo. E questo perché nel mondo della campagna i tempi e i ritmi erano più a misura d’uomo.

Ho pensato spesso, mentre leggevo, ad un regista che realizza un documentario con tutti i particolari descritti nei racconti. Io, qui, vedo scorrere il film della mia infanzia. Voi forse immaginerete il film della ricerca di una società che invochiamo (semplice, schietta, naturale) di una società animata da un nuovo spirito e una nuova spinta a meditare, a riflettere." (Savino Rabotti)

martedì 27 novembre 2012

SULLE SPALLE DELLE DONNE - Memorie di una bambina di campagna

Il mio nuovo libro in uscita
Quando questo scritto è nato, c’era la neve. 
«Perché non scrivi qualcosa sulla vita di tanto tempo fa?»
 A volte le magie avvengono così, nascono dalla semplicità, da due chiacchiere e un invito. A chi ha tante storie conservate dentro basta una richiesta e ne scaturisce un dono.
Questi racconti si susseguono come le stagioni, cadenzati dal ritmo della quotidianità di una vita nemmeno tanto lontana: l’io narrante è l’autrice che torna agli anni dell’infanzia con gli occhi da grande e li rivive, riassaporandone i colori, le sfumature, i luoghi, le voci.
È  una narrazione corale da cui sgorga una cultura contadina appenninica con gerarchie precise: la nonna Eva, il nonno Carlo, i vicini di casa, i mezzadri, i raccolti, i prati , i boschi.
Una moltitudine di personaggi concreti si stagliano ben definiti nell’affresco contadino. Uno spaccato micro sociale co-costruito, direbbe Jerome Bruner, dove i più grandi tengono come una impalcatura quelli che crescono e di loro si fidano.
Questo raccontare è un viaggio nel tempo, un percorso a ritroso che fa emergere un codice degli affetti, delle cose e della gente. Le trame diventano quadri della memoria dove con minuzia l’autrice racconta partendo dal piccolo per arrivare al tutto: un mondo portato spesso sulle spalle di donne che coltivano la vita.
Mani femminili ruvide di lavoro affondano nell’acqua gelata, impastano, nutrono, allevano e accarezzano.
I bambini, guardati dalla scrittrice bambina, sono come lei apprendisti che imparano, partecipano, condividono valori e lavoro.
Attraverso le pratiche quotidiane, l’autrice fa una mappatura del mondo interno ed esterno dei protagonisti che animano le storie, indagandone emozioni, credenze, vissuti.
In questo viaggio nelle stanze dei ricordi si affacciano tanti volti, tra cui gli elementi della natura che si animano di una vitalità propria: la neve, il vino, i funghi, le castagne, la polenta, la scodella del latte col pane fatto in casa, la credenza con la marmellata, il natale, i tortellini di castagna.
Il dialetto.
Perché certi accorgimenti e diciture sono propri di quella cultura emiliana e come tali godono di una anima propria, di una identità specifica e non si possono tradurre, pena lo snaturarli.
Il lettore si troverà immerso e catturato in un microcosmo intessuto a mosaico, dove ogni attore ha un suo ruolo e la campagna come palcoscenico. Chi legge diverrà partecipe delle vicende raccontate, accompagnato dalla regia dell’autrice bambina, camminando con lei in questa ricostruzione.
La costruzione narrativa di questo scritto ha varie valenze: intanto di essere testimonianza storica. Essa diventa patrimonio collettivo dove chi c’era si riconosce, e chi è venuto dopo ha sentito raccontare. Come una ricercatrice culturale etnografica, l’autrice bambina conduce il lettore in un museo degli affetti e delle storie che rivive in ogni particolare tratteggiato. La trama diventa archeologia psico-sociale del ricordo, impianto emotivo del vivere comune, di gente umile e altrettanto densa di dignità. Fino al racconto finale dove si apre uno squarcio più ampio e dalla terra si passa alla guerra. Inoltre, il testo diventa occasione per significare e risignificare un “allora” con gli occhi di adesso, pieni di ammirazione e gratitudine.
Ogni parola di questo libro è frutto del ricordo. L’autrice con naturalezza e sinestesia traccia un ritratto autentico tale da far rivivere a chi legge un momento vero, epifanico.  A volte, prevalgono i colori, altre i sapori, suoni e rumori della campagna abitata e lavorata. In altri racconti prevalgono odori, ruvidità e una fatica “sulle spalle delle donne”. In sottofondo, calore, dolcezza, radici.
Ne risulta una sinfonia di volti che tengono vivo un sapere trasmesso con tanti fatti e poche parole. Che arrivano dritte al cuore.

(Ameya Gabriella Canovi)