martedì 14 luglio 2015

INTERVENTO DI FRATEL ARTURO PAOLI NEL SAGGIO "PIETRO DA TALADA - UN PITTORE DEL QUATTROCENTO IN GARFAGNANA" - GARFAGNANA EDITRICE



Maria, donna del Magnificat, mandata a cantare colui che viene a liberarci dall’orgoglio.
di fratel Arturo Paoli

“È impossibile pensare l’Incarnazione
e la redenzione senza la donna:
voce di Maria a Cana di Galilea:
Fratel Arturo Paoli
fate quello che vi dirà;
voce della Samaritana:
venite a vedere un uomo;
voce della Maddalena:
ho visto il Signore.”
(Arturo Paoli – “Il sacerdote e la donna”)

Io sono un amante dell’arte, da giovane ho avuto un grande maestro che insegnava storia dell’arte a Pisa, Matteo Marangone, ma egli si interessava soltanto delle forme, dell’aspetto estetico, non di ciò che poteva esprimere un’immagine. Forse anche agli artisti stessi il soggetto, in realtà, non interessava: il popolo era religioso perciò ai pittori venivano commissionate immagini sacre. Ora, guardo la Madonna col bambino di Pietro da Talada e la prima cosa che noto è: qui manca Giuseppe. Perché? Maria è rappresentata col bambino e, in altre immagini di altri artisti, Gesù è attaccato al petto di lei. Giuseppe, quando c’è, è lì come custode, non è mai in posizione di amico, di marito, ma sempre di protettore, di guardiano a cui è affidata Maria. L’interesse è tutto concentrato in lei. Anche liturgicamente, Giuseppe viene celebrato come il custode, il padre “putativo”, colui che difende la maternità. Da cosa viene tutto ciò? È la cultura greca che ha pervaso la cristianità, il punto di vista dei greci sul rapporto uomo/donna e sulla famiglia. I greci sono stati i più lascivi dell’umanità, però sono quelli che hanno considerato una debolezza l’amore e l’amicizia per la donna. Come viene valutata la moglie di Socrate nei dialoghi di Platone? Una bisbetica. Una donna intrattabile da cui lui egli si è dovuto difendere. L’immagine dell’uomo che i greci ci hanno tramandato è quella di un essere che non ha complemento, che è “a metà”. L’immagine di Gesù è quindi associata a quella della madre, però è importantissimo, ad un certo punto, che egli si “difenda” dalla madre, e succede  quando dice: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?”. Già a dodici anni, al tempio, aveva detto ai suoi: “Perché mi cercate?” Il vangelo ci spiega questo: Gesù si emancipa. Ho un ricordo di mia madre quando, a diciotto anni, mi disse che, da quel momento, dovevo uscire di casa ed imparare a cavarmela da solo. Mi ha aiutato ad emanciparmi. Da lei sono tornato sempre, e mi piaceva portarle dei piccoli regali. Ma lei mi ha spinto ad essere libero. La mancanza della figura del padre nell’iconografia è emblematica. Se Gesù, invece di essere visto come una vittima per placare un Padre arrabbiato, venisse visto come un modello da seguire, tutto sarebbe diverso. La venuta del cristianesimo e di Cristo nell’Occidente greco in un certo senso ha magnificato solo un aspetto sia di Gesù che di Maria, un aspetto trascendente. Il mondo greco è caratterizzato dalla ricerca di quello che è metafisico, cioè la ricerca del principio delle cose: le idee, per Platone, i prototipi per Aristotele. San Tommaso ha pensato il cristianesimo in questo schema, lo schema metafisico. Io penso che questo spieghi molto la crisi attuale e anche un po’ la crisi della Chiesa perché, praticamente, noi abbiamo vissuto un Cristo lontano dalla realtà e abbiamo interpretato questa presenza fisica di Gesù sulla terra come la presenza di una vittima destinata ad essere “macellata” per ottenere il perdono dal Padre per i nostri peccati. In questo modo, sono stati creati tanti, ma tanti equivoci. Il primo equivoco è che ora ci troviamo una civiltà cristiana totalmente lontana dai principi veri del cristianesimo. Praticamente abbiamo detto:“ Gesù ha scontato i peccati per tutti e noi, in qualche modo, attraverso una lacrimetta, riusciamo a salvarci l’anima senza troppo impegno perché Lui ha già salvato l’anima di tutti.”.

giovedì 5 febbraio 2015

"COME SPICCHIO DI MELAGRANA - MATILDE, DONNA DEL MEDIOEVO" LIBRO VINCITORE DEL SECONDO PREMIO SILVIO D'ARZO


PROLOGO


Marola, Monte Borello, anno domini 1089

Era proprio un lupo.
Fermo, gli occhi metallici, pervasi d’apparente inermità, lo fissavano.
Il pelo, lungo e scuro, si sollevava sul petto, accompagnando gli sbuffi di vapore fuori dai canini serrati.
Era un lupo; immobile, e pareva enorme, seduto accanto all’altro animale bagnato di sangue.
Lo guardava, e in quegli occhi scorrevano il vento e il tempo delle stelle, la neve dell’inverno e il bollore estivo, le piume dei nidi e l’esalazione tiepida del letame.
Fermo, come un dio antico, stava lì, illogicamente - lui, belva - a proteggere un cinghiale ingannato dalla tagliola. Tutt’intorno si levava un puzzo di fango, di foglie di castagno e il felpato profumo della guazza.
L’eremita si avvicinò. Estrasse uno zufolo dal mantello. Non ne uscì alcun suono, quando vi soffiò dentro, eppure il lupo parve avvertire qualcosa.
Mosse le orecchie, annusò l’aria; sbadigliò, tirando fuori la lunga lingua, e chinò il muso.
L’uomo ripose lo zufolo. Si avvicinò ancora e gli parlò piano, come in preghiera.
Bello, quanto sei bello amico mio. Non aver paura.
Non si mosse, il lupo, superbo. Bambino e schivo negli occhi. Abbassò ancora il capo, ma impercettibilmente, quasi annuendo.
            Bello, non aver paura; vediamo cos’è successo al cinghiale, vuoi?
Dignitosamente, il lupo scosse la pelliccia liberandola dall’umidità, poi si rizzò e, con misura, si avvicinò all’uomo.
            Con misura, l’eremita fece ancora un passo verso di lui, si curvò, pose un ginocchio a terra e aspettò che la bestia gli fosse proprio di fronte, fino a sentirne il fiato umido e l’odore pungente.
            Lo accarezzò; lui reclinò le orecchie e guaì piano.
            Bravo, amico, bravo. Guardiamo cos’è successo al cinghiale.
Come di comune accordo, a passi lenti, uomo e lupo si accostarono al mucchio di pelo e sangue avviluppato dai rovi.
            È morto, vedi? Era un cinghiale giovane, inesperto. Non respira più. La tagliola gli ha rotto l’osso del collo.
            Il lupo osservò la bestia, poi l’uomo; scrutò intorno annusando l’aria e, inaspettatamente,  divenne irrequieto; negli occhi bambini si accese un galoppare smanioso di luci.
            Dal cielo stillava, intanto, pioviggine invisibile di nevischio.
Una foschia rada, cotonosa, sostenuta dal vento, si abbarbicava alle cime degli alberi, rotolava nelle radure e, come stormo di colombi confusi, turbinava sull’erba secca.
D’improvviso, il lupo puntò in direzione dei castagni e sparì, a passi morbidi, quasi in volo.
            L’eremita sorrise, lo salutò con la mano e si girò verso la preda.
            Ti ho preso. Lo sapevo che la siepe non ti avrebbe fermato. Dopo il tasso, ora è toccato a te. E la tua carne mi basterà per un bel po’. E i miei cavoli, fino al prossimo ladro, saranno salvi.
Cavò un lungo coltello dalla cintura e ne infilzò la lama tra il capo e il tronco della bestia; poi sollevò l’enorme tagliola, la bloccò e ne estrasse la preda.
Non mi resta che portarti alla mia capanna, scuoiarti e ridurti a fettine da far seccare. Accenderò un bel fuoco di ginepri e appenderò lì innanzi la carne. L’aria, il gelo e il fumo del focolare basteranno, visto che sono senza sale. Sei anche bello grasso, il che non guasta.
Si coprì il capo col cappuccio e s’incamminò, trascinando l’animale in direzione di quella che sembrava una costruzione in pietra, giù, oltre il castagneto.
Ogni tanto si fermava, scacciava le cornacchie che becchettavano i grumi di sangue sulla bestia, controllava il tronco delle piante, ne esaminava le scortecciature e le abrasioni - forse dovute ai palchi dei cervi e alle zanne dei cinghiali - e scuoteva il capo.
Alla marchesa non piacerebbe vedere questo scempio, bisbigliò. Devo suggerirle, quando tornerà, di permettere ai villani di cacciare in queste zone, perché i lupi non riescono a contenere la crescita della selvaggina e i castagni ne soffrono. Però aveva ragione quando insisteva perché si piantasse questo castagneto… quanti poveri stiamo già sfamando!
In terra, tra le foglie, alcuni ricci sfuggiti alla raccolta, o caduti in ritardo dagli alberi, custodivano ancora poche, piccole castagne.
L’uomo ne raccolse alcune, le spellò a dentate e prese a rosicchiarle. Erano acquose, croccanti, di sapore acidulo, vagamente alcolico.
Sono già in amore, mormorò tra sé; quelle che scamperanno al gelo e agli animali germoglieranno e tante nuove piante ingrandiranno il castagneto. Poi dovrò innestarle… Ah! Chi avrebbe pensato, quando ho cominciato, che questa terra rossa, appiccicaticcia, dura sotto il sole, avrebbe dato così tanti buoni frutti?







domenica 21 dicembre 2014

LA BAMBINA E' TORNATA - RACCONTO

La bambina è tornata


“ Chove, chuva chuverando/ lava a rua do meu bem...” Il cielo color cenere di Salvador, di un bigio vivace, increspato, delicato e tenero come la fragranza e la mollezza della terra umida, è scucito e si spalanca in uno spicchio turchino sulla linea del tramonto. “Scendi, pioggia a catinelle/ lava la strada del mio ben...” intonano i bambini in girotondo nella prima pagina di un romanzo di Jorge Amado, lo scrittore simbolo della Bahía. Nel cuore di Maria, quell’immagine è la più genuina rappresentazione della bellezza innocente, colorata, dolce e sensuale di quel paese. Una grazia che sente sua, lei, piccola e minuta, i grandi occhi neri e il sorriso delizioso a illuminarla. Lei, che potrebbe essere un personaggio di Dona Flor e i suoi due mariti, Gabriella garofano e cannella, Teresa Batista stanca di guerra. Le hanno sempre detto che somiglia così tanto, ma così tanto a Sonia Braga, l’attrice più cara allo scrittore. Come era arrivata sull’Appennino, lei, così nera di capelli e di pelle? Una storia lunga. Maria ci ripensava, qualche anno prima; passeggiava sotto i portici di Bologna, a due passi dall’Università, e ci ripensava. L’aveva sempre saputo, era cosa normale. La mamma aveva sempre risposto alle sue domande. L’aveva sempre saputo. In ogni modo, verso i diciassette anni, aveva cominciato a sentire quel profondo desiderio. Incontenibile. Era scoppiato tutto a Parigi, a casa del cugino Emanuele. Li aveva ascoltati, lui e la moglie straniera, Celia, parlare in quella dolce, musicale lingua e qualcosa le si era acceso dentro. Un fuoco. Incontenibile, furioso, malinconico: “saudade”! Era tornata a casa, ma quel fuoco bruciava, bruciava. “Saudade”! Sì, l’aveva sempre saputo che era stata adottata, ma la voglia di scoprire di quale carne e sangue fosse realmente impastata ora si faceva sempre più grande, insopportabile. Basta, doveva partire, varcare l’Oceano. Certo, Maria aveva ascoltato i racconti della mamma riguardo alla sua nascita e alla sua adozione; una storia bella e amara allo stesso tempo, con un sottofondo di mistero. Quella zia suora, sorella del padre adottivo, un giorno, di là dall’Oceano, aveva raccolto la confessione di una signora che le aveva riferito delle difficoltà di una ragazzina incinta. La suora e la giovane con la pancia grossa grossa, stretta in una maglietta striminzita, si erano poi trovate per caso sull’autobus e l’adolescente aveva manifestato il desiderio di portare avanti una gravidanza che, invece, “qualcuno” non approvava. Perché?
La suora aveva raccontato che non si trattava della solita storia di indigenza, di famiglia disgregata, di violenza. Allora, quale poteva essere stato il motivo? Perché l’avevano abbandonata?
Intanto, in Italia, una famiglia aveva inoltrato domanda di adozione e, a un mese dalla nascita, Maria aveva già respirato l’aria leggera dei monti italiani. Bruciava dentro, però, la saudade; bruciava un sordo richiamo di sangue. Partì, al fine, partì. Doveva incontrarla: lei, la ragazzina dalla pancia grossa grossa nella maglia troppo stretta.
Ma quanto è bello il cielo del Brasile? Quanta luce in più? Quanto è vasto, profondo, immenso? Maria è in quel luogo da una settimana, dovrebbe essere felice, dovrebbe sentire il cuore aprirsi al sollievo e svuotarsi da quel fuoco che brucia, invece no. Tutto le dà fastidio, perché tutto è diverso dall’Italia, tutto è giù di posto, non funziona niente! Non funziona la doccia, spesso non c’è acqua, quella calda poi non se ne parla. E le file interminabili ovunque, e gli autobus in ritardo... in ritardo? Macchè: non hanno proprio orario! Normale, poi, imbattersi in un pullman affondato per metà in un’enorme buca colma d’acqua in mezzo alla strada, con i passeggeri che scendono e non ci fanno una piega. E poi la gente che ti parla, che non ti ignora mai. Non riesce a passare in mezzo alla folla senza che qualcuno la interpelli. La credono una di loro: pelle e volto bahiano, niente da fare. Non li sopporta. Alla fermata dell’autobus, si accende una sigaretta: ‘Figlia mia, non fumare, ti fa male!’, le fa una vecchietta con l’aria di soffrire per lei. Basta. Questo occuparsi continuamente l’uno dell’altro la innervosisce. Sbotta, la manda a quel paese e lei: ‘Come sei nervosa! Non essere nervosa!’. Accidenti! Vivere nello scompiglio, nel disordine, e poi quell’indolenza e  disorganizzazione che la sua educazione occidentale, la sua precisione ed efficienza emiliane rigettano con tutte le forze! Mio Dio: perché era venuta in Brasile?

sabato 20 dicembre 2014

A NOVECENTO ANNI DALLA MORTE DI MATILDE DI CANOSSA, DONNA D'EUROPA

A novecento anni dalla morte di Matilde  


12-12-2014 / LA NOSTRA STORIA / NORMANNA ALBERTINI
REGGIO EMILIA, 12 dicembre - Il melograno sta lì, giusto prima di incamminarsi per lo sperone roccioso dove resistono poche vestigia del castello. Certo, la pianta non risale all’anno Mille, agli anni di Matilde: è alberello giovane, di vivaio. Il melograno, anzi, il suo frutto, è però legato al luogo, essendo diventato, nei secoli, il simbolo di quella grande donna che con una melagrana in mano – dorata, spaccata a mostrare i chicchi rosso rubino – è spesso raffigurata nelle pitture.
Biondo frutto, tenace e fulvo come la contessa e, allo stesso tempo, come lei simbolo di fecondità, ingengo e passione che rendono produttive e fiorenti le terre insieme ai popoli che le abitano. Bisogna venirci, a Canossa, per capire fino in fondo quanto la forza, la personalità, il coraggio e il fascino di questa donna siano ancora tutt’uno con il paesaggio, con le colline flessuose, sensuali, digradanti fino al fiume Enza e alla pianura; con le Alpi, lontane, a Nord, bianche di neve; con i boschi e i monti che, a Sud, salgono verso la magnificenza della rupe di Bismantova e il ventaglio del crinale appenninico.
Territori profondamente marcati dallo spirito di questa “domina” che, nel fluire tormentato dei secoli, pare aver lasciato in eredità la sua energia, incisa a fondo nelle linee e negli spazi geografici ma anche nel carattere orgoglioso e intraprendente delle sue genti.
Illuminata donna, immensa per potere e influenza politica, Matilde di Toscana fu la prima persona di sesso femminile a essere seppellita nella Basilica di San Pietro in Vaticano, proprio vicino, ora, alla Pietà di Michelangelo.
Dopo di lei, in Basilica vennero tumulate la regina Cristina di Svezia, Maria Clementina, regina di Inghilterra e Carlotta, regina di Cipro, morta in esilio a Roma.
Matilde non era comunque di origini emiliane, aveva, anzi, sicure e resistenti radici lucchesi per parte di padre, tanto che perfino la Garfagnana può aver fatto parte del ricco patrimonio di quel suo misterioso avo: Sigifredo di Lucca.
Era infatti, la contessa Matilde, pronipote proprio del conte Sigifredo Atto: un Longobardo, un discendente dei Winnili. Biondi e rossi, dalle lunghe chiome, erano scesi in Italia e avevano mischiato i loro caratteri nordici a quelli degli altri popoli già presenti nella penisola, diventando parte del miscuglio incredibile che costituisce oggi la bella “diversità” italica.
Nella prima fase della loro discesa in Italia, i Longobardi, dopo aver dilagato nella pianura padana senza incontrare una resistenza organizzata, erano entrati nella Tuscia dove avevano occupato Lucca, attorno al 572.
Intorno alla prima metà del secolo X, Sigifredo, il nobile longobardo avo di Matilde, abbandonò Lucca, probabilmente in seguito a sconvolgimenti politici non ancora del tutto spiegati, e decise di acquistare delle terre nella località di Vilinianum (presso Parma) dove collocare la propria stirpe.
Cominciò così, dunque, l’avventura dei Canossa, poi proseguita con il figlio di Sigifredo, Adalberto Atto e la moglie Ildebranda. Dell’altro suo figlio, Gerardo, ci sono pochissime notizie, mentre molto citato è Adalberto, che terrà il regno fino alla propria morte nel 988.
Matilde nacque dunque dal marchese Bonifacio di Toscana, per l’appartenenza materna, faceva parte della casata Lotaringia, ed era dunque cugina dell’Imperatore.
Famose le sue abilità diplomatiche fondamentali perché il Papato fortificasse il suo potere e perché l’Imperatore Enrico IV gli si prostrasse davanti, potere che in quel momento era rappresentato da papa Gregorio VII, il grande Ildebrando di Soana.
L’allargamento dei domini attonidi, iniziato con Adalberto, era proseguito con Bonifacio, e culminò con Matilde, per poi conoscere un improvviso declino.
I suoi possedimenti, posti tra la pianura Padana e l’Italia centrale, per un certo periodo disegnarono una eventualità di ampliamento statuale, superando le divisioni politiche della penisola.
Ma ciò non avvenne: Matilde non fece l’Italia, tuttavia la sua influenza, soprattutto al centro-nord, si fece sentire, e molto.

PRESENTAZIONE DEL LIBRO "IL SAPERE PICCOLO" - FOYER DEL TEATRO BISMANTOVA

Prefazione

di Ameya Gabriella Canovi


“Aspetta che sparecchio e poi accendo il computer”, mi dice.
Normanna è prima una donna poi una scrittrice che sa. Sa prima di tutto fare un sacco di cose, poi conosce anche. Quella conoscenza autentica, di chi va in fondo. E sa usare la testa e le mani, passando anche dalle parti del cuore. Le usa senza risparmio le mani, nella vita e nello scrivere.
Sa ricamare con le parole, ricordare e raccontare.
C’è un filo in questi racconti, c’è una storia. In “Sulle spalle delle donne” c’erano occhi bambini che ricordavano. In questa raccolta la narratrice ha uno sguardo cresciuto, profondo a tratti dolente.
Parla in modo piccolo, di piccole cose al microscopio che poi si aprono e diventano la Storia, quella seria, che si fa inevitabile testimonianza sociale e culturale.
L’io narrante diventa adulto e porta con sé quel mondo intero che via via si fa macro. Si continuano i racconti della vita in Appennino dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Di quella società abituata al senza e al poco. Si faceva senza di tanto. E quello che c’era ognuno se lo costruiva. Con le mani.
E con l’ingegno semplice.
Se nella raccolta precedente gli oggetti diventavano personaggi, in questa prosecuzione quegli occhi che guardavano alle cose diventano riflessivi. E accanto al signor maiale Berto, ai norcini, al cibo buono e raccolto con le mani, compaiono la guerra, la migrazione, le balie che per miseria abbandonano i figli neonati per nutrire figli altrui. Gente nomade per necessità, gente che andava via con nel cuore i fianchi larghi del manto dei propri monti. E quelli che restavano mandavano avanti la vita rimanendo.
L’allegria e la spensieratezza sono ora affiancati da una consapevolezza, anzi da un sapere. Quel tipo di vita ti struttura, diventa la tua ossatura, te la porti. Sai arrangiarti e costruirti l’esistenza, e sopravvivere non importa cosa ti succeda. In sottofondo la fatica, la miseria e la guerra inspiegabile per occhi che non sono ancora grandi, ma già capiscono senza parole.
E ci sono i dolori di amori interrotti, le mondine che portavano a casa, oltre al riso strappato col sangue, anche figli di uomini incuranti e altrove, altrove nello spazio, assenti a loro stessi. E le lacrime asciutte dei bambini che restano e delle madri in prestito. E soldati ammazzati e tedeschi e gente attonita, incredula che tace e sa.
Una generazione di gente che stava dritta, che andava anche lontano da casa portandosi dentro quel mondo di mani e saperi piccoli, di sapori rimpianti.
Che conosco anche io, dai racconti di Merina, mia madre. Emigrata, ma poi ritornata.
C’era chi andava di continuo in quella società. Andava in guerra, andava in risaia, andava a balia, andava per serva, andava in America.  Merina aveva scelto l’America del sud, e si era portata dietro e dentro quei saperi, cercando dove si poteva i sapori di casa. Le castagne c’erano, nei suoi ricordi, la saracca con la polenta, e anche il savurett. C’erano la fame, il senza.
A quei tempi lì sia chi restava sia chi migrava aveva una qualità: sapeva. Affrontava, superava, aveva una forza dentro che qualcuno ha chiamato resistenza, che ora si dice resilienza. Che a sentire loro bisognava essere così, non c’era scelta. Non ci si poteva permettere di soccombere, di crogiolarsi nei problemi. Si andava avanti, col vento in faccia.
C’era la nostalgia di casa, c’era il senso del lontano ma di vicino. L’obbligo scolastico fino a nove anni non ha impedito a chi è andato di crescere, perché aveva con sé quel sapere piccolo, che li accompagnava sulla nuova via. Chi è rimasto, chi invece no. Tutti hanno condiviso un patrimonio di esperienze comuni, qui sapientemente rievocato, minuziosamente.
L’uso degli aggettivi provoca i cinque sensi del lettore: rumori, colori, odori, sapori. Mentre si legge di frutti antichi e carbelle acerbe, così abilmente ricordati, la bocca si allappa davvero.
E come in un documentario si rivivono anche gi odori delle bucce di  mandarino sulla stufa, il rumore dei cerchi della stufa a legna, le prime automobili, le minigonne degli anni Settanta. Un racconto globale di un mondo contenuto, descritto fino a quell’attimo appena prima del tanto che poi sarebbe esploso dal Settanta in poi.
La narrazione resta nel prima, volutamente. Prima che il troppo storpiasse. Si ferma in tempo, quando ancora tutti si stava in piedi, con dignità, quando si stava senza. Si era pieni ugualmente.
Di soddisfazione che quel senso di sapere dava. Di rispetto per sé e le cose.
Di viaggiatori coraggiosi, di gente che sta dritta comunque.
  






domenica 23 novembre 2014

IL SAPERE PICCOLO - RACCONTI SULLA NUOVA VIA - GARFAGNANA EDITRICE

Il mio ultimo libro, in distribuzione per Garfagnana editrice: http://www.garfagnana-editrice.it/index.php/Distribuzione






SCOPRI L'ARTE E METTILA DA PARTE - RACCONTO GIALLO FINALISTA AL CONCORSO "GARFAGNANA IN GIALLO 2014"



Arrancare verso il Passo di Pradarena respirando il gas di scarico d’un indolente e scoppiettante camioncino
“Trasporto animali vivi” non è esattamente come correre in Formula Uno, ma mi tocca. Volevano un asino? I bambini volevano un somarello vero da accarezzare? Se una si mette in testa di costruire un agriturismo con attività di fattoria didattica, certo che poi deve procurarsi questo benedetto somaro.
Due viaggi fin nel reggiano, sulle colline matildiche, lì a due passi da quattro colli che paiono quattro mammelle d’una cinghiala gigante, sovrastati da due castelli, o forse tre, o forse quattro. Non avevo avuto il tempo di controllare, ma so che sono castelli della Gran Contessa.
Sì, proprio lei: Matilde di Toscana. Donna tosca e tosta come me.
Lì, e solo lì, a Salvarano di Quattro Castella, si trovano tutti gli asini e le asinerie che si desiderano; voglio dire: trovate pure il latte d’asina, che è uguale al latte materno, e poi salumi d’asino, formaggi d’asino e creme di bellezza al burro asinino.
Così li ho poi acquistati, gli asini: ne ho presi due; si faranno compagnia; non potevo rischiare che uno solo, in isolamento, s’ammalasse di depressione. Che dopo avrei dovuto comprargli un animale da compagnia, magari un’oca starnazzante e scagazzante.
Via, dai, camioncino, muoviti! A furia di pigiare il freno, m’è venuto un crampo al piede, ma ormai ci siamo; Borsigliana non è lontana. Il camioncino davanti a me, infatti, rallenta e mette la freccia a sinistra. Mi aspetto che s’avvii per la salita con tutta la spinta possibile, e lo incoraggio pure, apostrofandolo tra me e me con termini irripetibili - e anche un po’sconci - invece no: si ferma.
Non vorrà mica scaricarmi gli asini lì? Accosto e scendo.
Per la miseria! C’è la macchina del prete in mezzo alla strada con una portiera aperta e qualcuno riverso fuori. Sì, sì, è proprio quella del nostro prete.
La riconosco per un adesivo, lo stemma di un coro di alpini, appiccicato dietro. Il nostro prete ha una vera passione per i cori, i balli e la musica molto molto popolare. Diciamo che gli piacciono il ritmo e il rumore, più che altro.
Scendo; è sceso anche l’autista del camioncino, mentre i somari, dentro, fanno i somari: scalciano e ragliano a più non posso. “Oh, ma questo chi è?”, fa l’autista – reggiano purosangue - un pochino impensierito e con una faccia leggermente schifata, “Non mi sembra mica tanto italiano questo qui, sa? Sarà meglio non toccare niente e chiamare la polizia e l’ambulanza, che dice lei?”
Rimango lì come una statua di gesso del presepe serbato nella sagrestia di Borsigliana, tra un organo malridotto e polverosi candelabri, guardo il tipo penzolante dal sedile, esamino l’interno dell’auto, dove alcune bottiglie di vino da messa sono ruzzolate sui tappetini, provo a mettere in fila le cose da fare, prendo il cellulare, penso a chi chiamare, penso a cosa sarà successo, ripenso a chi chiamare, rimetto in fila le cose da fare, noto che una delle bottiglie era aperta e ha disseminato il suo contenuto in giro, respiro odore di vino, poi mi monta dentro una paura tale che non riesco nemmeno a digitare il 113 o il 118.
Gli asini continuano a ragliare a più non posso, irritando i cani dei dintorni - i quali replicano abbaiando come indemoniati - e le galline di un pollaio vicino, mentre l’autista picchia con il pugno contro il camioncino: “E basta, bestiacce! Basta o vengo dentro e dopo vedrete che state zitti!”
È un omino piccolo e grassottello, l’autista, con due baffetti hitleriani, enormi orecchie a sventola e pochi capelli neri incollati dal sudore e dall’unto a una capoccia perfettamente sferica.
Pare un omino di neve, anche per il lungo naso carico di brufoli, rosso come una carota; mi scruta e sbotta: “Ma chi è quest’africano?”
Mi riprendo, osservo l’uomo ferito (o morto?), ma le mie mani insistono a tremare, tanto che fatico - maledetta tastierina da gnomi! - a digitare i numeri sullo smartphone. Però lo identifico senza dubbio alcuno: “È padre Prince Lugard Mensah, il nuovo parroco di Borsigliana. È di origini ghanesi. Il vescovo l’ha mandato qui neanche un anno fa.”
L’omino di neve, autista reggiano di “Trasporto animali vivi”, scuote il capo: “Pensavo che i ghanesi fossero finiti tutti a Reggio, in via Turri, insieme a cinesi e nigeriani. Un prete poi…mah… ac lavuùr con tutta ‘sta gente che viene da fuori, povera Italia a gambe all’aria!”
Finalmente riesco a chiamare sia l’ambulanza sia la polizia. Poi stiamo lì in attesa, mentre gli asini tirano calci dentro al camioncino e pare che si metta pure a piovere.
Però, per la miseria, sarà mica morto, il nostro padre Prince?
Non ho il coraggio di verificare; i morti mi hanno sempre fatto impressione. Anche nelle camere mortuarie mi fa schifo entrare. Tutto quel grigio freddo contornato da fiori puzzolenti mi attorciglia lo stomaco. La morte è proprio brutta. Aspettiamo.
Un tipo così allegro, padre Prince Lugard Mensah, allegro e vivace, giovane, con un fisico da calciatore, aveva portato una ventata di novità e giocondità nell’anziana e striminzita popolazione di queste parrocchie garfagnine. Le vecchiette lo adoravano. Da quando era arrivato lui, pareva che ci fosse la gara a partecipare a più messe e rosari e vespri possibile.
Pareva che le vecchiette si litigassero i primi posti nei banchi in chiesa. Pareva che… bene come lui: la messa, la predica, i rosari, la visita ai malati in ospedale, l’accoglienza ai bisognosi, nessuno mai.
Che fosse “colorato”, padre Prince Lugard Mensah, dopo il primo ruvido impatto, una volta capito che amava il vino, il pecorino e le vecchissime canzoni di chiesa (quelle tipo “Immacolata/vergine bella/ di nostra vita/ tu sei la stella…”), non interessava a nessuno. Era come fosse nato e vissuto da sempre in Garfagnana; uguale uguale.
In conclusione, a messa lì a Borsigliana e nelle altre sue chiese, ci s’andava più volentieri, e c’era chi veniva apposta per lui fin da Piazza al Serchio, o addirittura da Castelnuovo. Anche donne giovani, c’erano, che mai s’erano viste prima così giovani e così pimpanti.

domenica 17 agosto 2014

"TRIBULUM", TREBBIARE E TRIBOLARE. LA MACCHINA DA BATTERE

  
La piazzavano al centro dell’aia, proprio davanti alle finestre della nostra cucina.
Solenne come un ligneo, epico cavallo di Troia, verniciata di rosso arancio, aveva l’aspetto di un
monumentale carrozzone, una diligenza del west, una robusta struttura da guerra, ma pure di un fortilizio da scalare e sottomettere. In realtà, era solo un grande cassone di legno di forma trapezoidale posto su un carro a quattro ruote lungo all’incirca sei metri; sui fianchi si protendevano delle stanghe che sorreggevano le pulegge. Tutta dipinta di quel tipico, brillante arancione, con le targhette ottonate riportanti il nome della ditta costruttrice, gradualmente ogni anno perdeva un po’ di colore, assumendo quello più consono della polvere e del grano maturo.
Gli uomini la piazzavano; “piazzare” era proprio il termine utilizzato per definire le interminabili azioni - tra urla, imprecazioni più che colorite, ordini dati a destra e a manca - attraverso le quali il ciclopico macchinario veniva bloccato al suolo, pronto per la battitura. Si vede che la trebbiatrice doveva essere “piazzata” in modo da non spostarsi nemmeno di un millimetro, tanto da poter sostenere le più potenti vibrazioni.
Era una festa, per noi bambini, ma anche un’avventura quando da lontano captavamo il rimbombare potente del trattore - a cingoli, o anche a ruote - che trainava la macchina da battere. Più forte, sempre più forte (e se c’erano i cingoli stridenti sulla ghiaia della strada il fracasso era davvero assordante), la carovana e l’allegra brigata della macchina da battere annunciava così la sua venuta a Soraggio.
Imboccata la ripida, stretta stradina che allora conduceva in paese e arrivati nel primo cortile, iniziava la messa in bolla del bestione rosso. Messa in bolla, certo, che la macchina doveva essere assolutamente allineata e ferma. Mi pare che si chiamasse Arnaldo, l’addetto al posizionamento, e che fosse il marito dell’Irene, una simpaticissima e bella signora che era stata per tanti anni a servizio in quel di Milano e che, a quei tempi, risiedeva, con il marito, in una bella casa isolata in mezzo ai boschi prima di Zuccognago.
Irene, però, mica aveva smesso di lavorare: faceva, disfaceva e rifaceva materassi, coperte imbottite, cuscini. Bastava chiamarla ed ecco che lei raggiungeva, a piedi e con tutti i suoi utensili, le famiglie che la richiedevano. Somigliava un po’ a Katharine Hepburn, ma era più dolce, più morbida: i capelli rossi gonfi, il volto dai lineamenti fini, con le labbra piene e sensuali, un gran sorriso e un bel corpo. “Guarda che belle gambe ho ancora!”, disse una volta a mia madre tirandosi su la gonna, mentre era lì che trafficava con il lungo ago da materassaia, e poi strizzò l’occhio: “Sapessi che scherzo ho fatto stanotte ad Arnaldo! Ho preso una zampetta morbida del coniglio che avevo spellato e me la sono messa addosso, e lui, quando ha allungato la mano…” e scoppiò a ridere.
Era così, Irene, era capace di fare tutto, brava a cucire, a lavorare a maglia, a cucinare, e poi era intraprendente, intelligente, spiritosa, dissacrante. Quelle volte che ce la ritrovavamo per casa era sempre occasione di grandi risate.
Il marito, invece, era più taciturno; mi pare che lavorasse senza troppo alzare la testa quando era lì con le stanghe e la “binda” - un sollevatore -  a piazzare la trebbiatrice. Lui e gli altri, con tavole, cunei e leghe a scatto, alla fine trovavano la posizione giusta, poi andavano a rimorchiare la pressa da porre all’uscita della paglia; la pressa era quel “cavallo con il becco” che inghiottiva la paglia e la trasformava in balle legate con il fil di ferro.
Ma non era finita, poiché dopo c’era da mettere in tensione la cinghia che collegava alla trebbiatrice la puleggia posta dietro al trattore. La tensione doveva essere quella giusta o la cinghia poteva staccarsi, costituendo un serio pericolo, oltre a sollevare un gran polverone, se fosse caduta come un’enorme frusta addosso a chi era lì intorno.
La macchina da battere veniva “piazzata” (“impiasâr” era il verbo in dialetto), cominciando dalla prima casa, in ogni aia di Soraggio, il che significava tutte le volte un lavoro madornale di montaggio e smontaggio. La nostra famiglia era l’ultima a battere e la nostra aia era l’ultima ad accogliere la trebbiatrice. Dopo di noi, la carovana con la sempre più allegra brigata della battitura - ormai anche molto alcolica - sarebbe lentamente caracollata giù per la discesa ripidissima che conduceva a Case Ferrari.
Da laggiù, solo il cielo poteva aver idea di quando la comitiva sarebbe risalita, ma tutti eravamo sicuri che nessuno sarebbe tornato lucido e saldo sulle proprie gambe; come si diceva una volta, i più li avremmo visti rientrare a fatica in “gatûn”, perché il vino di Case Ferrari, chissà perché (qualcuno, per motivare la ciucca, vociferava di pallini di piombo da caccia aggiunti nei recipienti!) fregava anche il più avvezzo bevitore.

sabato 26 luglio 2014

Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)

 

 

 

 

 

 

 

 

Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)


15 luglio 2014
di Normanna Albertini

Tremolano le organze sotto carnali blandizie di folate torride
che le finestre complici lasciano fluire
finché la sera pigramente calma la passione
refrigerandola.

Così, le tende si svolgono, s’allargano, sbrogliano l’eccitazione
maturata dai leggeri tocchi, sciolgono l’amplesso ambiguo
del vento,

ora che i maggiolini percuotono, insistenti, i vetri chiusi
fino a morirne.

Imprigionata in casa una falena si libra e ruzzola dal sipario
sciorinato delle tende alla lumiera, disegnando sui veli ghirigori
di polvere bruna; che voi, tende, siete teatro e tela del pittore.


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MINIRACCONTI - NARRANTI ERRANTI - SETTIMANE 28 E 29 - 2014