sabato 27 febbraio 2021

ENZO CRISPINO - LA FOTOGRAFIA E LA POESIA DEI NON LUOGHI

 


Certi luoghi li sentiamo nostri, li riconosciamo e li respiriamo anche se mai, prima, li avevamo frequentati. Capita così, come capitano i “déjà vu”: un improvviso, travolgente senso di soprannaturalità, di familiarità con qualcuno o qualcosa a noi sconosciuto.

Sensazioni che Enzo Crispino ricorda di aver avvertito subito la prima volta che la sua fidanzata, originaria di Montecastagneto, nel comune di Castelnovo ne’ Monti, lo ha condotto sul nostro Appennino. Enzo Crispino è un fotografo autodidatta che potrebbe situarsi tra la “urban exploration” - abbreviata in “urbex”, cioè l’ “esplorazione urbana” - e la “street photography”; è uno di quei fotografi che sanno guardare sia alla totalità dei luoghi, sia a ogni singolo dettaglio, anche al più insignificante, come se fotografare fosse soltanto un atto secondario. Uno di quelli che sa cogliere il contrasto tra la bellezza e il decadimento e focalizzarsi su particolari che poi risultano fondamentali per ottenere foto straordinarie.

Nato a Frattamaggiore, in provincia di Napoli, Crispino risiede da tempo nel reggiano. Fu la zia, che abitava a Cavriago già da molti anni, a suggerire a Enzo e al fratello gemello, allora ragazzini, di venire a vivere con lei. In quel periodo, in Campania, i bambini che lavoravano illegalmente erano 90.000 e, nella sola Napoli, secondo uno studio condotto allora dall’Azione Cattolica, se ne contavano 35.000. I genitori dei due ragazzi, che avevano altri sei figli, volevano offrire loro migliori opportunità di crescita e di vita, così accettarono l’offerta della zia, sorella del padre.


Da quel momento, la vita di Enzo cambiò: la scuola, un lavoro e poi, ultimamente, una passione che lo ha portato a diventare il protagonista di mostre fotografiche personali e collettive, sia nazionali, sia internazionali (una anche a Palazzo ducale, a Castelnovo ne’ Monti).

I suoi progetti fotografici sono stati pubblicati in Italia, Francia, Inghilterra Germania, Austria, Stati Uniti e Australia. Un successo che il ragazzino di Frattamaggiore non avrebbe forse mai immaginato di ottenere.

venerdì 5 febbraio 2021

PLUTO E L'AMORE PER LE PECORE - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


Vincenzo meditò di procurarsi un cane da pastore già ai tempi della capra bianca, quella scappata sul Ventasso e diventata, ormai, una leggenda.

Successe una decina d’anni fa, ed è un fatto che già abbiamo raccontato: un cane randagio spaventò la capra bianca e le altre intente a brucare, beate, nei pressi dell’agriturismo di Rio Riccò, inducendole a fuggire.

Se ci fosse stato un cane da pastore (anzi: un cane da protezione, che ha competenze in più), il randagio si sarebbe trovato in grosse difficoltà, perché il cane da protezione non ci pensa due volte a dare la vita per il suo gregge. Addirittura per gli asini, in alcuni casi, negli allevamenti, presi di mira dai lupi. Ci sono infatti cani che non aspettano indicazioni e non hanno bisogno di segnali dal padrone; cani che sanno già cosa fare, così che non è la volontà dell’uomo a guidarli, ma la loro.

Hanno grande dignità, fierezza, intuizione e istintivo senso di responsabilità.

Se Vincenzo avesse avuto un cane simile, la capra bianca non sarebbe fuggita.

Nobili, indipendenti e molto equilibrati, se educati bene, sono ostinatamente irremovibili.

Stiamo parlando di loro, dei pastori maremmani abruzzesi; cani che in realtà non ti ubbidiscono, ma decidono di compiacerti. Scelgono di fare come vuoi tu, però a decidere sono loro.


Quando su questi cani si raccontano misfatti, si tratta, in realtà, di cuccioli ai quali è stato permesso di ascendere nella scala gerarchica ‘di casa’, nei confronti dell’essere umano, prima che compissero un anno di età. Mai concedergli, in quel periodo, a detta degli esperti, di sentirsi capobranco: nel momento in cui un maremmano stabilisce di essere il capobranco, rispetto all’amico umano, subentrano i problemi. Invece, se cresciuti come si deve, l’appagamento del rapporto ‘alla pari’ che dà un cane di quella razza si dice che sia unico.

Autonomi e un po’ selvatici, si pongono come alleati e collaboratori del padrone, amando le pecore più del pastore e più di sé stessi, quasi per un secolare marchio atavico conservato nel cuore.

Belli, con il foltissimo pelo bianco - così simile al vello delle pecore - quando sono sdraiati a sorvegliare il gregge, distaccati e pacifici, li si percepisce del tutto integrati nella natura, come un qualsiasi animale selvatico. I loro occhi neri con il taglio a mandorla, un po’ orientali, paiono narrare storie arcaiche. In effetti, il cane da pastore maremmano abruzzese e il patou, o pastore dei Pirenei, (quello del romanzo e poi film ‘Belle e Sebastién’) non sono altro che una derivazione di un altro antico cane da pastore (per millenni meticcio) che da un po’ di anni è stato riconosciuto dalla ‘Federazione cinofila internazionale’ con il nome di ‘cane da pastore dell’Asia centrale’.

Quella del maremmano abruzzese è davvero una razza straordinaria e lo sapeva anche il proprietario dell’agriturismo di Rio Riccò da dove era fuggita la capra bianca. Certo, però, probabilmente non immaginava di cosa sarebbe stato capace il cane che poi si procurò.

Dunque, riepilogando, un bel giorno Vincenzo, che aveva comperato anche le pecore, decise di portare a casa un cane da guardiania, perché un pastore che si rispetti deve averne uno.

Guardiania, cioè protezione: sono cani che hanno il compito di proteggere il gregge, impiegati da millenni come custodi delle pecore, con un comportamento difensivo, non aggressivo, mentre il cane da pastore - o da conduzione – sa soprattutto condurre e ‘comandare’ il gregge.


Di quest’ultimo, un cane da conduzione, ci parla il nostro investigatore naturalistico Umberto Gianferrari: “Avevo conosciuto, anni fa, un pastore di Monteorsaro soprannominato ‘Mucchia’, nel senso dell’imperativo ‘ammucchia!’, che era l’ordine da lui dato al cane quando era ora di radunare le pecore. Il nostro ‘Mucchia’ mi raccontava, ormai vecchio, di aver avuto un gregge di cinquecento pecore. Al mattino si alzava, liberava le sue pecore dall’ovile, prendeva la strada per andare in Cusna e saliva lassù, fino ai Prati di Sara, luogo veramente incantevole, dove le sue pecore pascolavano indisturbate. All’epoca non si sentiva parlare di lupi, li avevano sterminati tutti, mentre vi si trovavano, in certi periodi dell’anno, da settembre ad aprile, i pivieri dorati, uccelletti migranti che possono provenire dall’Islanda, dalla Groenlandia, dalla Siberia e che scelgono l’Italia per svernare. Giunto lassù, Mucchia lasciava a guardia del gregge una cagna, una bastardina uguale a tutti quei bastardini che i pastori allevano da un anno all’altro, scegliendo il migliore della cucciolata, e scendeva di nuovo a Monteorsaro.

giovedì 4 febbraio 2021

LA LUCE DELLA PIETRA DI BISMANTOVA - ALESSANDRO COLOMBARI E LA SUA ARTE

 



Era ancora un ragazzino, quando si perdeva ad osservare la cugina Maria Pia che dipingeva quadri a olio. Fu lei a regalargli una cassetta con i tubetti dei colori che, però, finì presto dimenticata nel solaio. Intanto, Alessandro Colombari cresceva e studiava.

Nato nel 1966 a Castelnovo ne’ Monti, lì, nella frazione di Maro, ai piedi della Pietra di Bismantova, ha sempre vissuto e abita tutt’ora con la moglie Michaela.

Disegnare e dipingere erano le attività in cui riusciva meglio durante la scuola media; era davvero bravo, perciò, una volta diplomato, scelse di frequentare a Castelnovo l’Istituto tecnico per geometri, scuola che, secondo lui, dava più spazio e valore al disegno.

Terminato il percorso di studi, Alessandro, grazie al suo profilo tecnico, trovò lavoro in una importante casa di moda reggiana (Fashion Group, la si definisce con termine inglese).

Ma la cassetta dei colori lo aspettava in solaio. Erano gli anni Novanta, e Alessandro li rinvenne, quei tubetti di colori a olio della cugina, così cominciò a usarli.

Nell’aprile del 1995, la sua prima mostra personale fu ospitata dalla galleria della signora Crovetto, di fianco alla Cartolibreia Casoli, a Castelnovo. Negli anni seguenti, altre mostre, personali e collettive, accolsero le sue opere nel capoluogo della montagna.

Di lui scrisse allora l’artista Roberto Mercati: “La cornice è quella naturale della Pietra, la culla è questo antico borgo medioevale a pochi chilometri da capoluogo montano. Ambienti antichi e rurali dove ancora, facendo un giro in bicicletta intorno al masso dantesco si possono davvero gustare i caldi sapori e la bellezza della vita contadina che, come in ogni altro paese della montagna, senza troppo rumore vanno perdendosi”.


Dopo aver iniziato dipingendo su ordinarie tele comprate nei negozi qualificati, Alessandro ha in seguito intrapreso la preparazione dei supporti: tavole di legno e tele. L’imprimitura, la preparazione che precede la pittura, può essere fatta non solo su tela, ma anche su cartoni telati, su tavole di legno e, per assurdo, anche su carta o su un sacco. Il nostro artista ha dunque imparato a usare diversi materiali, dalla sabbia, alla colla, al gesso e, ultimamente, ha utilizzato come supporto addirittura i teli del caseificio, quelli nei quali viene raccolta la cagliata che diventerà la forma del parmigiano reggiano.

A proposito dei materiali usati, dice ancora Mercati: “Nell’interno dell’artista c’è proprio l’idea di poter creare un effetto antico, storico, per riprendere la storia vissuta dai nostri avi ed il sacco, in questa operazione, è di per sé un materiale molto adatto, povero e fortemente evocativo. Osservare un’aia, un cortile da lui dipinto è come tuffarsi nel passato della cultura contadina che anche a detta di Alessandro andrebbe salvata e conservata in tutti i suoi aspetti: non solo materiali ma anche culturali , con i suoi dialetti e terminologie.”


Il soggetto principale dei suoi quadri è la Pietra, soprattutto vista dal versante “bismantovino”, quello verso Maro, quello che Alessandro ha avuto negli occhi e nel cuore fina dalla nascita. “Ogni volta che guardo la Pietra mi dico che è sempre più bella”, ci confida, “e ogni volta che torno a casa è una emozione sempre diversa. Ombre, luci, anfiteatri… è una meraviglia. Lo sostengo convintamente: se in Trentino avessero la Pietra, chissà cosa farebbero!”

È guardando a lei, alla rupe di Bismantova che Alessandro Colombari, in collaborazione con la moglie Michaela Kadanikova, ha avuto l’idea di costruire un sito dedicato all’Ars Bismantova (www.arsbismantova.eu) in cui raccogliere le sue opere e tutto ciò che potrebbe servire per promuovere il territorio grazie all’arte legata alla Pietra.

Proprio il 29 giugno scorso, è stata riattivata la fontana pubblica situata vicino a piazzale Dante e, in concomitanza con la riapertura, una scultura lignea opera di Alessandro, raffigurante un rocciatore in arrampicata, è stata posta lì accanto. Perché il nostro artista sa anche scolpire. E sa arrampicare.

mercoledì 27 gennaio 2021

GLI SPIRITI DEL LEGNO DI ROBERTO GIORGINI - THE WOOD SPIRITS A CASALE DI TALADA



C’è un’antica leggenda, “The Wood Spirits”, che ha origine tra gli abitanti delle foreste primordiali. Parla degli esseri che le abitavano e che potevano rapire chi vi entrava.

Tuttavia, nei boschi vivevano anche gli spiriti buoni degli alberi, capaci di proteggere dal male. Così, prima di spingersi nell’intrico delle selve, gli uomini bussavano su un albero per risvegliarne lo spirito, in modo che li tutelasse. Si passò in seguito a intagliare queste figure nei tronchi e a sistemarle in casa, o davanti alle fattorie, come salvaguardia e benedizione.

Gli spiriti del bosco avevano facce antiche, barbute, ascetiche.

A Casale di Talada, dove abita, li sbalza adesso Roberto Giorgini, scultore autodidatta. Senza alcun dubbio, quei volti corrucciati un po’ gli rassomigliano. “Veramente, la mia barba è ottocentesca”, precisa lui, “mi piacciono le cose retrò: fosse per me, guiderei un’auto d’epoca e mi vestirei come in quel periodo.”

Nato nel centro storico di Castelnovo ne’ Monti (già i suoi bisnonni erano lì), il suo legame con l’Ottocento e le barbe rinascimentali è concreto perché, guarda caso, la sua abitazione si trovava nella via intitolata a Carlo Franceschini, il grande carbonaro di Burano, più precisamente a “Porta Martana”. “Franceschini” fu anche il nome di battaglia da partigiano dell’onorevole Pasquale Marconi.

I volti scolpiti da Roberto ricordano un po’ Rasputin e un po’ i rivoluzionari cubani, ma lui scansa abilmente la provocazione e replica: “Il titolo Wood Spirits viene da mia cugina Paola che, fino a due anni fa, viveva negli Usa. Aveva visto i miei barbuti e mi aveva rivelato che erano identici, appunto, alle sculture in legno usate là a protezione delle tenute agricole. I miei barbuti, se proprio devo accostarli a qualcuno… insomma: tra i rivoluzionari cubani e Rasputin, preferisco i primi!”


Roberto iniziò a lavorare da adolescente con il padre, decoratore imbianchino. Lavorare con un genitore è sempre impresa delicata. Per lui, pian piano, divenne a tal punto impraticabile da spingerlo a cercare un’attività altrove.

Alla fine, la trovò in una piccola fabbrica vicino al Casino di Castelnovo. Ha poi lavorato anche come muratore, ma ora vorrebbe vivere di scultura. È la sua passione, nata per caso, ma che da un po’ di tempo sta cercando di tramutare in un vero mestiere, con risultati piuttosto soddisfacenti.

“Un bel giorno, rividi un amico di mio nonno, un anziano falegname di Scandiano. Non lo incontravo da tanto tempo. Fu lui a riconoscermi; tra le altre cose, mi disse che intagliava il legno. Aveva già più di ottant’anni. Andai a trovarlo e lui mi mostrò come fare alcuni intagli, poi mi fece provare. Tornato a casa, azzardai una scultura della Pietra di Bismantova in altorilievo. Mi uscì piuttosto bene, tanto che decisi di continuare. Regalai quella Pietra a uno dei miei migliori amici, con la speranza che non la bruciasse. Dopo due o tre anni, mi ritrovai tra le mani un travetto di legno da carpentiere, di quelli usati per le armature, e ci intagliai un elfo molto stilizzato. Il risultato mi piacque e mi invogliò a proseguire, anche se tanti mi dicevano di farne un hobby soltanto e di cercarmi un lavoro.”

giovedì 7 gennaio 2021

IL PALO CLESSIDRA E IL CERVO RE - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


La forma è ormai quella di una sorta di clessidra, opera di qualche strambo intagliatore.

A pensarci bene, potrebbe trattarsi, invece, di un busto stilizzato di donna, con il giro vita ridotto a pochi centimetri.

Oppure, ricorda un utensile per la filatura, una rocca, o due punte di fuso messe una sull’altra.

E, magari, le Parche, le tre divinità che un tempo controllavano il destino, saranno intente a filare lì a due passi, in qualche cavità della Pietra di Bismantova. D’altra parte, di qua è passato l’Alighieri, il quale le cita nel XXI canto del Purgatorio.

L’oggetto riporta alla mente persino due matite. Una che esce dalla terra e l’altra che la bacia, raccogliendone l’energia da trasmettere al cielo. O viceversa.

Da vicino, però, l’enigmatico manufatto appare mangiucchiato, come una mela ridotta a torsolo dai denti di un ghiro. Ma possono dei ghiri scolpire in quel modo un robusto palo del telefono?

Riescono, se s’impegnano, a demolire le travature delle case, ma perché avrebbero dovuto rosicchiare un palo inutile (per loro) tutto solo in mezzo a un campo?


“Sì, ci ho visto anche dei ghiri”, rivela Umberto Gianferrari, l’investigatore naturalistico (un po’ James Bond, un po’ Konrad Lorenz), che esplora i dintorni avendo sempre a portata di mano, sulla jeep, una scala telescopica, e che, inerpicatosi su quella, ha piazzato una fototrappola proprio sul palo/clessidra/matita, ormai stuzzicadenti.

“Ho visto cervi maschi, poi le femmine, con o senza piccoli; ho visto i caprioli, i tassi, i cinghiali, le volpi… tutti a strofinarsi su questo legno”.

La zona ricorda certe epopee celtiche, forse per la luce dorata che pervade i boschi, il verde irlandese dell’erba, gli affioramenti dei gessi triassici, i ginepri carichi di coccole, dietro ai quali ti aspetti, da un momento all’altro, di veder spuntare un elfo.

C’è invece un bambino, vicino al palo, e pare Pinocchio che dice al suo alter ego di legno: “Com’ero buffo, quand’ero burattino!” È il piccolo Leonardo Campari, detective naturalistico in erba, figlio del grande amico di Umberto.

Intorno, qualche ripa rosso scuro o verde oliva di ofioliti, rocce eruttive figlie di antichi vulcani marini. Era il fondo del mare, questo, e lo si avverte: si percepisce ancora l’energia delle onde tutt’intorno. Poi c’è il fiume, più in basso, con il suo gorgoglìo modulato, il Secchia che al mare sta scorrendo e che porta con sé un po’ di montagna e un po’ di questo incanto.

Siamo, infatti, ai piedi della Pietra, in un versante di campi coltivati e boschi di roverelle, digradante, con garbo, verso l’ampio alveo del fiume.

venerdì 25 dicembre 2020

IL PETTIROSSO CHE SI CREDEVA UN'AQUILA - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


La valle è una culla bianca di rocce e nebbia che abbraccia il fiume. In basso, le poche auto sbucano a risalire le strade come ombre sbiadite. Appena sotto le cime, sulle cuciture e le rughe dei monti, pendono fitte boscaglie di alberi spogli.

C’è un ramo proteso sull’abisso proprio dove le scie della prima neve indicano la via della luce e la via dell’aria. Piccolo, spavaldo, il pettirosso saltella sul grigio del robusto legno, riempiendo la scena meglio di un teatrante. Risoluto, l’uccellino balza tra i riflessi di luce, come un bambino salta la corda, e si diverte.

Dovrebbe stare più in basso, nei giardini, invece se ne sta lassù, sulle sommità, nei cieli dei grandi rapaci. Schizza, zampetta, svolazza e ci osserva; ci scruta curioso, piega il capo, forse sorride e poi… via: un frullo d’ali – sa di averle e non teme l’abisso – e scompare nel blu.

Rimane il lungo ramo, quasi braccio michelangiolesco di Dio, allungato sul vuoto.

Ramo davvero molto possente, tanto da richiamare Yggdrasill, l’albero cosmico della mitologia norrena: il frassino che sostiene la volta celeste. È sulla cima di Yggdrasill che staziona un’aquila, le cui ali, agitate con forza, creano il vento.

A proposito di vento, qui siamo sul Ventasso e l’albero sul precipizio non pare un frassino, ma un faggio. Un tronco sistemato in quel punto da qualcuno.

Sarà forse stato il gigante che ora dorme, là di fronte? Il gigante pastore che si disperò, quando la sua nipotina, inseguendo una pecora – la solita pecora nera – cadde e morì. Allora, lui si distese sul crinale e cessò di vivere, diventando il Monte Cusna. È dal suo occhio che, ancor oggi, scendono le lacrime che danno vita al torrente Secchiello.

giovedì 24 dicembre 2020

KOKO IL KARTONERO - DALLA BOLIVIA ALLA MONTAGNA REGGIANA

 

Diversi, come i pezzi di cartone. Koko il Kartonero




Tito Jorge Burgoa Arnez (Koko) è boliviano, di Cochabamba. Ora vive a Palareto, piccolissimo borgo nei dintorni di Felina, in provincia di Reggio Emilia, e c’è chi parla (soprattutto i bambini) di “un boliviano stravagante, montanaro, che riporta in vita ciò che gli altri disprezzano e che offre laboratori gratuiti”.

Koko è figlio di quella Bolivia dove Luis Arce, neo presidente eletto, ha appena dichiarato, a fine elezioni, che i partiti di destra non avrebbero mai potuto battere il Movimento per il socialismo (MAS). “Siamo la maggioranza, più del 50 per cento”, ha detto l'ex ministro dell’economia. E quando il cronista della Bbc ha insinuato che le elezioni dello scorso anno risultavano dubbie a causa delle accuse di brogli, Arce ha replicato:

“L’anno scorso non ci sono state frodi. È stato un colpo di stato dei partiti di destra che non potranno mai batterci alle elezioni. L'unico modo in cui loro possono ottenere il potere è attraverso un colpo di stato ”.

È passato un anno da quando le accuse di frode e le manifestazioni di attivisti provenienti dalla classe media boliviana avevano portato alle dimissioni e alla partenza del presidente Evo Morales; il 18 ottobre 2020, i boliviani sono dunque tornati alle urne, pur in mezzo alla pandemia Covid19 (che ora affligge gran parte del Sudamerica e che aveva già costretto a rinviare le votazioni).

Il socialista Luis Arce, il candidato sostenuto dall'ex presidente Evo Morales, ha vinto con una differenza tale da evitare un ballottaggio con il suo rivale conservatore Carlos Mesa.

“Abbiamo ritrovato la democrazia e, soprattutto, i boliviani hanno ritrovato la speranza”, ha detto Arce in una breve conferenza stampa a La Paz lunedì mattina presto.

“Lavoreremo per tutti i boliviani, costruiremo un governo di unità nazionale, costruiremo l'unità del nostro paese”, ha poi aggiunto.

Nonostante il timore di disordini dovuti alla profonda polarizzazione della società boliviana, il voto si è svolto in un clima teso, ma senza violenza. “La vittoria di @BOmereceMAS in Bolivia non è solo una buona notizia per quelli di noi che difendono la democrazia in America Latina; è anche un atto di giustizia di fronte all'aggressione subita dal popolo boliviano ”, ha detto in un tweet il presidente argentino Alberto Fernández.

Tito Jorge Burgoa Arnez (Koko), già responsabile per un famoso quotidiano della comunicazione visiva, illustratore, serigrafo, artigiano, grafico umorista, grafico e trainer paralimpico di non vedenti, ha seguito questi avvenimenti dall’Italia ed è ben felice del risultato elettorale.

Un bel giorno, diversi anni fa, Koko prese una decisione che lui stesso definisce folle: lasciò il suo lavoro di graphic designer presso un grande giornale, andò a cercare del cartone ondulato e iniziò a costruire il suo primo mobile usando quel materiale, senza chiedere alcun consiglio e senza avere nessuna esperienza. Gli ci vollero due mesi per ottenere una scrivania.

“Koko, il kartonero”: è così che preferisce essere chiamato ora..

A Cochabamba e nel resto dei dipartimenti della Bolivia, l'attivista ecologico aveva divulgato il suo principio, le sue idee in difesa della Terra, realizzando mobili, giocattoli, accessori e altri prodotti sempre e solo con materiali riciclati. Portando le stesse idee, aveva rappresentato il Paese ai “Latin America Green Awards” e all’ “Energy Globe”. Il suo riconoscimento è ora a livello internazionale.

Il 3 marzo 2012, Koko diede infatti vita a “Enkarte”, un progetto di volontariato da lui stesso portato avanti con i bambini di strada, le persone con disabilità e altre persone bisognose. “Enkarte cerca di generare consapevolezza ecologica e sociale, realizzando oggetti con materiali come il cartone, per generare solidarietà e aiutare i settori vulnerabili”, spiega, per chiarire che non è solo una micro-impresa, ma anche un movimento, una filosofia di vita al servizio dei più poveri e bisognosi.

Enkarte segue la regola ecologica delle tre R: ridurre, riutilizzare e riciclare (in questo caso il cartone per la produzione di mobili). A questo si aggiunge un'altra R: il reinserimento lavorativo, con l’intento di insegnare come costruire questi mobili alle persone con disabilità, a basso reddito e anche agli imprenditori. Oltre ad essere mobili ecologici, sono progettati per avere tre funzioni aggiuntive ed essere complementari tra loro in modo che insieme creino nuove strutture. Ad esempio, una scrivania diventa un componibile o un componibile un divano. Burgoa ha creato la “eco desk”, che in un certo senso è un tavolino, ma che diventa un componibile e una piccola scrivania. Ciascuno dei mobili è sigillato e impermeabilizzato prima della verniciatura.

Un altro aspetto molto importante del progetto è offrire alternative ai settori meno favoriti della società. Questo avviene attraverso laboratori gratuiti in cui alle persone viene insegnato a realizzare i propri mobili in cartone.

giovedì 22 ottobre 2020

LA CAPRA BIANCA DELLE FATE

 

La capra bianca delle fate


Le fate vestono di bianco e hanno bisogno dell’acqua corrente per lavare ogni giorno i loro panni, perciò, di solito, vivono nei pressi di un fosso, dove un tempo c’erano i mulini.

Le fate sono incorporee; si nascondono nelle grotte e capita di scorgerle danzare sulla cima delle alture, anche lassù sul Ventasso, e paiono nuvole. Lassù, possono viverci soltanto i falchi, le poiane, le aquile. Potrebbero anche salirci le capre.

Lassù, si è inerpicato Umberto, appassionato di fotografia naturalistica, con l’amico Marco, con Giovanni, bravo reporter, con Roberto, Bruno e altri. Tutti alla ricerca di un animale diventato leggenda, quasi uscito da una fiaba. Tutti stregati da questa speciale creatura.

Nemmeno i caprioli e i lupi osano arrampicarsi su quelle “grotte” (ripe scoscese), solo le capre potrebbero abitarci. E le fate.

D’altra parte, lo scrittore Carlo Lorenzini sapeva bene che le fate possono trasformarsi in caprette. È lei, la fata dai capelli turchini a regalare al Grillo Parlante la casetta dove poi si riparano Pinocchio e Geppetto fuggiti dal ventre del Pescecane.

Carlo Lorenzini nacque a Collodi, in quella Toscana non lontana dalla valle del Serchio abitata dalle fate e da altre fiabesche creature. Sapeva delle fate, Lorenzini, forse pure di quelle che si trasformano in capre.

Le fate vivono anche qui, sull’Appennino reggiano: “in t’el fade”, su uno dei versanti del Monte Ventasso, e in altri luoghi. Dalle rocce di “in t’el fade”, sopra Busana, scende il rio Riccò, dove un tempo c’era un mulino e dove oggi c’è un agriturismo: quello del signor Vincenzo.



Da queste parti sono state ritrovate misteriose pietre incise e del ritrovamento ci dà notizia “Mingh”, Domenico, altro componente del gruppo di ricerca della capra.

Anni fa, il padre di Vincenzo, Sergio, era a caccia e, sedendosi, notò una grossa pietra con delle incisioni. Più avanti, anche “Mingh”, s’imbattè in quel sasso, così ne parlò con la studiosa e storica Rosi Manari, la quale contattò il linguista Adolfo Zavaroni.

Questi, analizzò e decifrò i graffiti, attribuendoli ai Liguri Friniati che permasero sulle nostre montagne fino al 100 a.C circa. Zavaroni afferma che un’iscrizione trovata al centro del Frignano, testimonia che gli antichi Friniati chiamassero se stessi Umbri, sebbene Tito Livio li avesse definiti Ligures. Altre scritte in grafìa e lingua friniate sono state rinvenute dallo stesso linguista sul Monte Valestra e sotto la Pietra di Bismantova.