mercoledì 27 gennaio 2021

GLI SPIRITI DEL LEGNO DI ROBERTO GIORGINI - THE WOOD SPIRITS A CASALE DI TALADA



C’è un’antica leggenda, “The Wood Spirits”, che ha origine tra gli abitanti delle foreste primordiali. Parla degli esseri che le abitavano e che potevano rapire chi vi entrava.

Tuttavia, nei boschi vivevano anche gli spiriti buoni degli alberi, capaci di proteggere dal male. Così, prima di spingersi nell’intrico delle selve, gli uomini bussavano su un albero per risvegliarne lo spirito, in modo che li tutelasse. Si passò in seguito a intagliare queste figure nei tronchi e a sistemarle in casa, o davanti alle fattorie, come salvaguardia e benedizione.

Gli spiriti del bosco avevano facce antiche, barbute, ascetiche.

A Casale di Talada, dove abita, li sbalza adesso Roberto Giorgini, scultore autodidatta. Senza alcun dubbio, quei volti corrucciati un po’ gli rassomigliano. “Veramente, la mia barba è ottocentesca”, precisa lui, “mi piacciono le cose retrò: fosse per me, guiderei un’auto d’epoca e mi vestirei come in quel periodo.”

Nato nel centro storico di Castelnovo ne’ Monti (già i suoi bisnonni erano lì), il suo legame con l’Ottocento e le barbe rinascimentali è concreto perché, guarda caso, la sua abitazione si trovava nella via intitolata a Carlo Franceschini, il grande carbonaro di Burano, più precisamente a “Porta Martana”. “Franceschini” fu anche il nome di battaglia da partigiano dell’onorevole Pasquale Marconi.

I volti scolpiti da Roberto ricordano un po’ Rasputin e un po’ i rivoluzionari cubani, ma lui scansa abilmente la provocazione e replica: “Il titolo Wood Spirits viene da mia cugina Paola che, fino a due anni fa, viveva negli Usa. Aveva visto i miei barbuti e mi aveva rivelato che erano identici, appunto, alle sculture in legno usate là a protezione delle tenute agricole. I miei barbuti, se proprio devo accostarli a qualcuno… insomma: tra i rivoluzionari cubani e Rasputin, preferisco i primi!”


Roberto iniziò a lavorare da adolescente con il padre, decoratore imbianchino. Lavorare con un genitore è sempre impresa delicata. Per lui, pian piano, divenne a tal punto impraticabile da spingerlo a cercare un’attività altrove.

Alla fine, la trovò in una piccola fabbrica vicino al Casino di Castelnovo. Ha poi lavorato anche come muratore, ma ora vorrebbe vivere di scultura. È la sua passione, nata per caso, ma che da un po’ di tempo sta cercando di tramutare in un vero mestiere, con risultati piuttosto soddisfacenti.

“Un bel giorno, rividi un amico di mio nonno, un anziano falegname di Scandiano. Non lo incontravo da tanto tempo. Fu lui a riconoscermi; tra le altre cose, mi disse che intagliava il legno. Aveva già più di ottant’anni. Andai a trovarlo e lui mi mostrò come fare alcuni intagli, poi mi fece provare. Tornato a casa, azzardai una scultura della Pietra di Bismantova in altorilievo. Mi uscì piuttosto bene, tanto che decisi di continuare. Regalai quella Pietra a uno dei miei migliori amici, con la speranza che non la bruciasse. Dopo due o tre anni, mi ritrovai tra le mani un travetto di legno da carpentiere, di quelli usati per le armature, e ci intagliai un elfo molto stilizzato. Il risultato mi piacque e mi invogliò a proseguire, anche se tanti mi dicevano di farne un hobby soltanto e di cercarmi un lavoro.”

giovedì 7 gennaio 2021

IL PALO CLESSIDRA E IL CERVO RE - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


La forma è ormai quella di una sorta di clessidra, opera di qualche strambo intagliatore.

A pensarci bene, potrebbe trattarsi, invece, di un busto stilizzato di donna, con il giro vita ridotto a pochi centimetri.

Oppure, ricorda un utensile per la filatura, una rocca, o due punte di fuso messe una sull’altra.

E, magari, le Parche, le tre divinità che un tempo controllavano il destino, saranno intente a filare lì a due passi, in qualche cavità della Pietra di Bismantova. D’altra parte, di qua è passato l’Alighieri, il quale le cita nel XXI canto del Purgatorio.

L’oggetto riporta alla mente persino due matite. Una che esce dalla terra e l’altra che la bacia, raccogliendone l’energia da trasmettere al cielo. O viceversa.

Da vicino, però, l’enigmatico manufatto appare mangiucchiato, come una mela ridotta a torsolo dai denti di un ghiro. Ma possono dei ghiri scolpire in quel modo un robusto palo del telefono?

Riescono, se s’impegnano, a demolire le travature delle case, ma perché avrebbero dovuto rosicchiare un palo inutile (per loro) tutto solo in mezzo a un campo?


“Sì, ci ho visto anche dei ghiri”, rivela Umberto Gianferrari, l’investigatore naturalistico (un po’ James Bond, un po’ Konrad Lorenz), che esplora i dintorni avendo sempre a portata di mano, sulla jeep, una scala telescopica, e che, inerpicatosi su quella, ha piazzato una fototrappola proprio sul palo/clessidra/matita, ormai stuzzicadenti.

“Ho visto cervi maschi, poi le femmine, con o senza piccoli; ho visto i caprioli, i tassi, i cinghiali, le volpi… tutti a strofinarsi su questo legno”.

La zona ricorda certe epopee celtiche, forse per la luce dorata che pervade i boschi, il verde irlandese dell’erba, gli affioramenti dei gessi triassici, i ginepri carichi di coccole, dietro ai quali ti aspetti, da un momento all’altro, di veder spuntare un elfo.

C’è invece un bambino, vicino al palo, e pare Pinocchio che dice al suo alter ego di legno: “Com’ero buffo, quand’ero burattino!” È il piccolo Leonardo Campari, detective naturalistico in erba, figlio del grande amico di Umberto.

Intorno, qualche ripa rosso scuro o verde oliva di ofioliti, rocce eruttive figlie di antichi vulcani marini. Era il fondo del mare, questo, e lo si avverte: si percepisce ancora l’energia delle onde tutt’intorno. Poi c’è il fiume, più in basso, con il suo gorgoglìo modulato, il Secchia che al mare sta scorrendo e che porta con sé un po’ di montagna e un po’ di questo incanto.

Siamo, infatti, ai piedi della Pietra, in un versante di campi coltivati e boschi di roverelle, digradante, con garbo, verso l’ampio alveo del fiume.

venerdì 25 dicembre 2020

IL PETTIROSSO CHE SI CREDEVA UN'AQUILA - STORIE VERE DAL BOSCO DAL CIELO E DAL FIUME

 


La valle è una culla bianca di rocce e nebbia che abbraccia il fiume. In basso, le poche auto sbucano a risalire le strade come ombre sbiadite. Appena sotto le cime, sulle cuciture e le rughe dei monti, pendono fitte boscaglie di alberi spogli.

C’è un ramo proteso sull’abisso proprio dove le scie della prima neve indicano la via della luce e la via dell’aria. Piccolo, spavaldo, il pettirosso saltella sul grigio del robusto legno, riempiendo la scena meglio di un teatrante. Risoluto, l’uccellino balza tra i riflessi di luce, come un bambino salta la corda, e si diverte.

Dovrebbe stare più in basso, nei giardini, invece se ne sta lassù, sulle sommità, nei cieli dei grandi rapaci. Schizza, zampetta, svolazza e ci osserva; ci scruta curioso, piega il capo, forse sorride e poi… via: un frullo d’ali – sa di averle e non teme l’abisso – e scompare nel blu.

Rimane il lungo ramo, quasi braccio michelangiolesco di Dio, allungato sul vuoto.

Ramo davvero molto possente, tanto da richiamare Yggdrasill, l’albero cosmico della mitologia norrena: il frassino che sostiene la volta celeste. È sulla cima di Yggdrasill che staziona un’aquila, le cui ali, agitate con forza, creano il vento.

A proposito di vento, qui siamo sul Ventasso e l’albero sul precipizio non pare un frassino, ma un faggio. Un tronco sistemato in quel punto da qualcuno.

Sarà forse stato il gigante che ora dorme, là di fronte? Il gigante pastore che si disperò, quando la sua nipotina, inseguendo una pecora – la solita pecora nera – cadde e morì. Allora, lui si distese sul crinale e cessò di vivere, diventando il Monte Cusna. È dal suo occhio che, ancor oggi, scendono le lacrime che danno vita al torrente Secchiello.

giovedì 24 dicembre 2020

KOKO IL KARTONERO - DALLA BOLIVIA ALLA MONTAGNA REGGIANA

 

Diversi, come i pezzi di cartone. Koko il Kartonero




Tito Jorge Burgoa Arnez (Koko) è boliviano, di Cochabamba. Ora vive a Palareto, piccolissimo borgo nei dintorni di Felina, in provincia di Reggio Emilia, e c’è chi parla (soprattutto i bambini) di “un boliviano stravagante, montanaro, che riporta in vita ciò che gli altri disprezzano e che offre laboratori gratuiti”.

Koko è figlio di quella Bolivia dove Luis Arce, neo presidente eletto, ha appena dichiarato, a fine elezioni, che i partiti di destra non avrebbero mai potuto battere il Movimento per il socialismo (MAS). “Siamo la maggioranza, più del 50 per cento”, ha detto l'ex ministro dell’economia. E quando il cronista della Bbc ha insinuato che le elezioni dello scorso anno risultavano dubbie a causa delle accuse di brogli, Arce ha replicato:

“L’anno scorso non ci sono state frodi. È stato un colpo di stato dei partiti di destra che non potranno mai batterci alle elezioni. L'unico modo in cui loro possono ottenere il potere è attraverso un colpo di stato ”.

È passato un anno da quando le accuse di frode e le manifestazioni di attivisti provenienti dalla classe media boliviana avevano portato alle dimissioni e alla partenza del presidente Evo Morales; il 18 ottobre 2020, i boliviani sono dunque tornati alle urne, pur in mezzo alla pandemia Covid19 (che ora affligge gran parte del Sudamerica e che aveva già costretto a rinviare le votazioni).

Il socialista Luis Arce, il candidato sostenuto dall'ex presidente Evo Morales, ha vinto con una differenza tale da evitare un ballottaggio con il suo rivale conservatore Carlos Mesa.

“Abbiamo ritrovato la democrazia e, soprattutto, i boliviani hanno ritrovato la speranza”, ha detto Arce in una breve conferenza stampa a La Paz lunedì mattina presto.

“Lavoreremo per tutti i boliviani, costruiremo un governo di unità nazionale, costruiremo l'unità del nostro paese”, ha poi aggiunto.

Nonostante il timore di disordini dovuti alla profonda polarizzazione della società boliviana, il voto si è svolto in un clima teso, ma senza violenza. “La vittoria di @BOmereceMAS in Bolivia non è solo una buona notizia per quelli di noi che difendono la democrazia in America Latina; è anche un atto di giustizia di fronte all'aggressione subita dal popolo boliviano ”, ha detto in un tweet il presidente argentino Alberto Fernández.

Tito Jorge Burgoa Arnez (Koko), già responsabile per un famoso quotidiano della comunicazione visiva, illustratore, serigrafo, artigiano, grafico umorista, grafico e trainer paralimpico di non vedenti, ha seguito questi avvenimenti dall’Italia ed è ben felice del risultato elettorale.

Un bel giorno, diversi anni fa, Koko prese una decisione che lui stesso definisce folle: lasciò il suo lavoro di graphic designer presso un grande giornale, andò a cercare del cartone ondulato e iniziò a costruire il suo primo mobile usando quel materiale, senza chiedere alcun consiglio e senza avere nessuna esperienza. Gli ci vollero due mesi per ottenere una scrivania.

“Koko, il kartonero”: è così che preferisce essere chiamato ora..

A Cochabamba e nel resto dei dipartimenti della Bolivia, l'attivista ecologico aveva divulgato il suo principio, le sue idee in difesa della Terra, realizzando mobili, giocattoli, accessori e altri prodotti sempre e solo con materiali riciclati. Portando le stesse idee, aveva rappresentato il Paese ai “Latin America Green Awards” e all’ “Energy Globe”. Il suo riconoscimento è ora a livello internazionale.

Il 3 marzo 2012, Koko diede infatti vita a “Enkarte”, un progetto di volontariato da lui stesso portato avanti con i bambini di strada, le persone con disabilità e altre persone bisognose. “Enkarte cerca di generare consapevolezza ecologica e sociale, realizzando oggetti con materiali come il cartone, per generare solidarietà e aiutare i settori vulnerabili”, spiega, per chiarire che non è solo una micro-impresa, ma anche un movimento, una filosofia di vita al servizio dei più poveri e bisognosi.

Enkarte segue la regola ecologica delle tre R: ridurre, riutilizzare e riciclare (in questo caso il cartone per la produzione di mobili). A questo si aggiunge un'altra R: il reinserimento lavorativo, con l’intento di insegnare come costruire questi mobili alle persone con disabilità, a basso reddito e anche agli imprenditori. Oltre ad essere mobili ecologici, sono progettati per avere tre funzioni aggiuntive ed essere complementari tra loro in modo che insieme creino nuove strutture. Ad esempio, una scrivania diventa un componibile o un componibile un divano. Burgoa ha creato la “eco desk”, che in un certo senso è un tavolino, ma che diventa un componibile e una piccola scrivania. Ciascuno dei mobili è sigillato e impermeabilizzato prima della verniciatura.

Un altro aspetto molto importante del progetto è offrire alternative ai settori meno favoriti della società. Questo avviene attraverso laboratori gratuiti in cui alle persone viene insegnato a realizzare i propri mobili in cartone.

giovedì 22 ottobre 2020

LA CAPRA BIANCA DELLE FATE

 

La capra bianca delle fate


Le fate vestono di bianco e hanno bisogno dell’acqua corrente per lavare ogni giorno i loro panni, perciò, di solito, vivono nei pressi di un fosso, dove un tempo c’erano i mulini.

Le fate sono incorporee; si nascondono nelle grotte e capita di scorgerle danzare sulla cima delle alture, anche lassù sul Ventasso, e paiono nuvole. Lassù, possono viverci soltanto i falchi, le poiane, le aquile. Potrebbero anche salirci le capre.

Lassù, si è inerpicato Umberto, appassionato di fotografia naturalistica, con l’amico Marco, con Giovanni, bravo reporter, con Roberto, Bruno e altri. Tutti alla ricerca di un animale diventato leggenda, quasi uscito da una fiaba. Tutti stregati da questa speciale creatura.

Nemmeno i caprioli e i lupi osano arrampicarsi su quelle “grotte” (ripe scoscese), solo le capre potrebbero abitarci. E le fate.

D’altra parte, lo scrittore Carlo Lorenzini sapeva bene che le fate possono trasformarsi in caprette. È lei, la fata dai capelli turchini a regalare al Grillo Parlante la casetta dove poi si riparano Pinocchio e Geppetto fuggiti dal ventre del Pescecane.

Carlo Lorenzini nacque a Collodi, in quella Toscana non lontana dalla valle del Serchio abitata dalle fate e da altre fiabesche creature. Sapeva delle fate, Lorenzini, forse pure di quelle che si trasformano in capre.

Le fate vivono anche qui, sull’Appennino reggiano: “in t’el fade”, su uno dei versanti del Monte Ventasso, e in altri luoghi. Dalle rocce di “in t’el fade”, sopra Busana, scende il rio Riccò, dove un tempo c’era un mulino e dove oggi c’è un agriturismo: quello del signor Vincenzo.



Da queste parti sono state ritrovate misteriose pietre incise e del ritrovamento ci dà notizia “Mingh”, Domenico, altro componente del gruppo di ricerca della capra.

Anni fa, il padre di Vincenzo, Sergio, era a caccia e, sedendosi, notò una grossa pietra con delle incisioni. Più avanti, anche “Mingh”, s’imbattè in quel sasso, così ne parlò con la studiosa e storica Rosi Manari, la quale contattò il linguista Adolfo Zavaroni.

Questi, analizzò e decifrò i graffiti, attribuendoli ai Liguri Friniati che permasero sulle nostre montagne fino al 100 a.C circa. Zavaroni afferma che un’iscrizione trovata al centro del Frignano, testimonia che gli antichi Friniati chiamassero se stessi Umbri, sebbene Tito Livio li avesse definiti Ligures. Altre scritte in grafìa e lingua friniate sono state rinvenute dallo stesso linguista sul Monte Valestra e sotto la Pietra di Bismantova.

POESIE FINALISTE AL CONCORSO NAZIONALE "ESSERE DONNA OGGI" 2020

 

Non hai dimenticato


Tutto è nel tuo grido: la selva,

l’acqua, le fiamme

la resistenza del mondo, le gemme,

la fame e la quiete della belva.


Ogni gesto d’amore, le voci,

e le farfalle ad ogni primavera,

le lacrime a irrorare la semina

per uscire viva dalla bufera.

Non hai dimenticato mai la libertà,

donna, fiera: lei è ciò che illumina.


Tuo grido, forza che contamina,

carne partoriente

che dal naufragio fugge dirompente

e l’universo protegge, e salva.













Diffida dei demoni


Diffida sempre delle stelle ardenti

dell’infinità procace dei mari

della purezza di boschi accoglienti.


Diffida di realtà commoventi,

di ombre infelici, di luci spavalde,

non fidarti dei demoni dormienti:


solo fidati delle parole salde

che piano l’anima sussurra, calde.






SCRIVO POESIE

 

Scrivo poesie perché tu non lo fai,

per strapparmi dall’anima le spine 

e far saltar le idee come bambini,

come fili danzanti sugli arcolai

o gazze e passeri a beccar susine.

Lo so: lei è isola alla deriva

in onda distruttiva

d’impulsi programmati, frivolezze, 

zapping, social e schermi di miserie;

rispunta tra macerie,

eppure, la poesia, e amarezze,

musa che incede, disturba, sorprende, 

ribelle amica che mai s’arrende.


Era il raro, il poeta, era il ritròso 

il parassita; era l’innamorato

di un linguaggio inutile, per pochi,

per gli amanti del dire acquitrinoso,

e tagliava erbacce, accendeva fuochi

tra le parole con dita efficienti

aspirando frammenti

di luci e tenebre, di urla, rottura

e spigoli, di volti sfilacciati. 

Non più così: paura

ha oggi, il poeta, poiché acclamati

sono i ritmi tecnologici, il rumore

l’ovvietà, le grida, lo squallore.


Poesia, tu non implori 

il permesso, non dai spiegazioni. 

Apro la porta ai tuoi colpi distorti, 

al divenire, alle sorti:

celebro il non sapere, le abdicazioni,

celebro l'eccesso e la perplessità

e ti scrivo, poesia, con felicità.



lunedì 12 ottobre 2020

NON DIRE NIENTE - RACCONTO VINCITORE DEL PREMIO LETTERARIO NAZIONALE "ESSERE DONNA OGGI" 2020

Non dire niente

Aveva provato a chiamare la sala operativa della questura, poi, alla risposta dell’agente, – una donna, che si era qualificata come “Angela” – era riuscita soltanto a sussurrare: «Mi chiamo Veronica Vieste. Lui ha detto che mi ammazza… aiutatemi!»

Aveva chiuso in fretta la telefonata, dopo averlo sentito forzare la maniglia del bagno, poi era uscita in salotto. Per fortuna, il suo aguzzino non aveva intuito nulla; stava imprecando, tentando di trovare le chiavi di casa, quindi l’aveva afferrata per un braccio e le aveva ordinato di prendere solo la borsa, una bottiglia d’acqua e di salire alla svelta sul camper.

Sarebbero partiti. Destinazione ignota. Ma lei sapeva.

Sentiva che da quel viaggio rischiava di non tornare viva.

Questa volta, Daniele aveva probabilmente esagerato con la coca, era in uno stato di agitazione tragico e non era nemmeno in grado di comprendere ciò che, con calma, la ragazza provava a spiegargli: che lei doveva andare al lavoro, che era mattina; che sì, lui era stato in giro tutta la notte, ma che questo non scusava ciò che le stava imponendo: «Tu, oggi non esci, non esci, hai capito? Tu, quello non lo devi vedere più! Basta! In ditta non ci vai più… Basta, o ti ammazzo. Lui e te: vi ammazzo tutti e due!»

Veronica aveva fatto in tempo a nascondere il suo cellulare nella borsetta ed era salita sul camper senza opporsi, gli occhi bassi e l’aria docile per non indurre reazioni nel compagno. Aveva imparato, con il tempo, che quella era l’unica possibilità per salvarsi.

Non aveva idea di dove lui volesse dirigersi, non aveva idea di quali fossero i suoi piani; sapeva soltanto di essere in pericolo, in grave pericolo e sapeva che doveva mantenersi calma il più possibile.

A scatenare il tutto, la solita gelosia morbosa di Daniele nei confronti di un nuovo, bravo manager da poco arrivato in ditta: un giovane compagno di Veronica del liceo.

Nulla c’era tra di loro, ma chiarirlo non era servito, anzi: aveva acuito ancor più la collera e la violenza del ragazzo.

Ora, il camper si era immesso in autostrada; lei riuscì solo a leggere la direzione “Firenze – Roma”, poi, la velocità troppo elevata la intimorì a tal punto che le si annebbiò la vista e si sentì mancare.

«Hai una caramella o dello zucchero?» Domandò con cautela e tono dolce: «Ho un calo ipoglicemico e, se dobbiamo viaggiare per molti chilometri, non vorrei svenire e crearti problemi…»

Lui non replicò. Schiuse il portaoggetti del cruscotto, ne estrasse una merendina al cioccolato e gliela porse: «Mangia questa, ma non ho altro. Quindi, datti una calmata e stai zitta!»

«Sì, scusami. Vedrai che mi passa tutto. Cerca di essere prudente, però… lo so che sei un bravo autista, ma in giro c’è gente che alla guida è una sciagura e poi tu lo sai che io in autostrada vado comunque nel panico».

Viaggiavano ormai da un’ora e le automobili sfrecciavano intorno, tentando sorpassi azzardati. Erano troppe e troppo veloci. Sembrava che tutti avessero fretta, in quella limpida mattinata.

Troppi, per il suo stato d’animo, anche gli spazi aperti oltre il guardrail: campi di girasole a perdita d’occhio, stoppie dove si era trebbiato il grano, rotoballe di fieno e paglia.

Il disordine di una terra che era ancora terreno coltivato, violata, tuttavia, da autostrade, superstrade, circonvallazioni e dal grigio dei parallelepipedi di cemento, obbrobri di industrie ormai in declino.

Troppi i rumori, dai barriti degli autocarri al frinire stizzoso delle vecchie utilitarie scolorite.

Troppo l’azzurro, in alto: scuro, come è degli abissi marini; troppa la vita in pericolo.

Veronica provò a concentrarsi sulle nuvole sfrangiate che correvano via sopra la sua testa e sulla sagoma di un aereo quasi certamente decollato da qualche aeroporto nei dintorni, ma non riusciva a calmarsi.

Il suo compagno guidava meccanicamente, come un robot, in silenzio, eppure pareva più tranquillo. L’effetto della droga stava scemando. Ora, forse, sarebbe stato possibile ragionare con lui.

La ragazza si sciolse la coda di cavallo e distese i capelli sul petto, accarezzandoli; lo faceva sempre quando era nervosa, e li annusava per calmarsi. Erano gesti che sua madre non accettava e che le costavano sberle e punizioni, da bambina.

All’improvviso, le immagini di un episodio che l’incoscio aveva sepolto – rimosso? - le apparvero in tutta la loro spietatezza. Come poteva averlo dimenticato?

Sua madre? Era stata sua madre?


Era piccola, piccolissima. In età da scuola materna. La madre l’aveva afferrata per i capelli e, dopo averla strattonata tanto da strappagliene un bel pugno, l’aveva trascinata su per le scale, fino alla porta del solaio. Lei l’aveva implorata, avevo puntato i piedi contro ogni gradino, strillando come un animale portato al macello, ma quella donna, sua madre, con il foulard che le era scivolato sulle spalle, scoprendole i capelli scompigliati, era stata inflessibile.

«Ora ti faccio vedere io chi comanda, brutta schifosa! Ora la paghi, così impari a obbedire!»

Era sempre stata bella, sua madre, ma ora le sopracciglia nere parevano tremarle sul viso, in una smorfia di repulsione, come non fosse sua figlia quella che stava maltrattando, ma una pericolosa vipera da schiacciare.

Con la poca forza dei suoi quattro anni, la bambina si ero aggrappata allo stipite della porta, inorridita dal buio e dalle ombre che intravedeva nella stanza. Sul collo, la sua maglietta a righe rosse e bianche si era leggermente scucita e lasciava intravedere i graffi dovuti allo scontro con la mamma.

«Faccio la brava… Non lo faccio più… te li lavo i piatti, te li asciugo… Te lo prometto!»

Uno schiaffo rabbioso l’aveva stordita, tanto che avevo mollato la presa e la donna, svelta, l’aveva spinta dentro, richiudendo la porta a chiave dietro di lei.

La piccola riprese a urlare, ma i singhiozzi le impedivano ormai di articolare le parole, il fiato le moriva in gola, mentre il cuore batteva all’impazzata. Intorno, fiotti di luce penetrati dalle crepe delle persiane balenavano come coltelli, mostrando profili e sagome di mostri, lunghe zampe di ragni, teste di rospi, bisce saettanti, diavoli.

«Mamma… mamma… apri… apri… Non lo faccio più…»

Era ancora lì, sua madre? Era dietro la porta e godeva nel farla soffrire? Certo, era stata una bambina disubbidiente: invece di aiutare in cucina, era uscita in cortile a giocare a pallone con i cugini e gli altri maschi del borgo. I maschi potevano divertirsi. Le bambine no.

Era ancora lì? «Mamma… apri, ho paura!»

Tremava e i singulti le spezzavano le parole. La porta si aprì.

La madre la osservò con gli occhi spenti, con una pezzuola le deterse il volto, controllò i segni bluastri della sua manata sulla guancia, i graffi sul collo, poi le sussurrò: «E adesso taci, non dire niente a tua nonna, né a tuo padre, capito? Dì che hai tirato la coda al gatto…»

Annuì, la piccola, e scese con lei in cucina.

«Questa qui era andata in solaio e si era chiusa dentro, non riusciva più a uscire…», provò a spiegare la madre, poi tornò alle faccende domestiche. Non una carezza a rincuorare la bimba, solo un cupo sguardo di biasimo.

La nonna, però, l’aveva presa in disparte e le aveva detto: «Tua madre è nervosa, sai… il raschiamento… l’emorragia… è stata in ospedale, ricordi?»

Quella parola, “raschiamento”, l’aveva udita diverse volte, ma solo da adolescente ne aveva poi capito il significato.


Quando fu lui, il suo compagno, a prenderla per i capelli e a strapparglieli, scaraventandola contro il muro, per Veronica fu quasi naturale. Fu come tornare a salire quelle scale e precipitare nel buio della soffitta. Lui l’aveva spinta in casa con fermezza crudele, tirandole la treccia, incurante dei suoi lamenti.

Lei aveva alzato gli occhi, ne aveva rapidamente indagato lo sguardo, sorpesa, stordita: in fondo, era uscita soltanto un attimo per salutare un vecchio amico che non vedeva da anni.

Riuscì appena a sussurrare: «Perché?», quando lui la colpì in pieno viso.

Uno schiaffo, poi un manrovescio potente, tanto da farla sobbalzare, la testa spinta all’indietro e il sangue che usciva da un orecchio. Non cadde, perché lui continuava a tenerla per i capelli. Allora, finse di perdere le forze e crollare, tanto che l’uomo mollò la presa.

Lei provò a balzare verso la porta, ma lui la raggiunse e le sferrò un pugno nello stomaco talmente violento da farla piegare in due; poi, le slogò un ginocchio con un calcio e, unendo le mani, la colpì sul capo, facendola stramazzare a terra. Con un ultimo rabbioso calcio, le fratturò un braccio, infine restò lì a guardarla, le mani penzoloni, finché afferrò la giacca e, dopo aver bestemmiato e averla ricoperta di epiteti infamanti, uscì sbattendo la porta.

Lei era rimasta così, stesa a terra, chissà per quanto tempo.

Era svenuta, percepiva l’esigenza di recuperare le forze e la lucidità, tuttavia, si ritrovò sprofondata fino alle voragini di un ovattato delirio.

La parte cosciente di lei non voleva saperne di abbandonarsi a quella immaterialità onirica, a tutta quella serie di immagini che le scorrevano davanti.

La sua anima si agitava, voleva uscire, risalire dal limbo dell’incoscienza e ritrovare il possesso del corpo. Invece no. L’anima scivolò sempre più in basso ed entrò in una sorta di allucinazione visionaria. Sapeva di sognare, eppure soffriva come se fosse vero.

Era di fronte alla porta della camera dei suoi e li osservava, seduti sul letto. Si baciavano e suo padre accarezzava mamma sul volto, sul collo, le scioglieva i capelli e lei diceva no, che doveva andare, che non aveva tempo, che non erano soli: c’era la bambina…

Veronica si era spaventata, aveva provato a chiudere la porta, ma la madre l’aveva vista e si era alzata: «Che vuoi? Perché non sei a fare i compiti? Brutta strega: vai subito in camera tua!»

Le parole del padre, allora, le erano giunte in soccorso: «Dai, lasciala in pace, Marta, vedi che non ha fatto niente di male. Ora l’aiuto io a studiare».

Aveva parlato con la sua bella voce profonda, sollevando un po’ il sopracciglio destro e storcendo leggermente il naso, poi si era scostato i capelli ondulati dal viso e si era messo in piedi, infilandosi la camicia. Era un bel papà, con un portamento energico e uno sguardo che dava sicurezza.

Nel sogno, Veronica pensò che, una volta adulta, avrebbe cercato un marito come lui.

Eppure, c’era quella parola, “raschiamento”, che le creava disagio.

Ricordava anche la nonna che toglieva le lenzuola dal letto dei genitori: erano rosse di sangue… «Emorragia…», aveva sussurrato.