giovedì 22 ottobre 2020

LA CAPRA BIANCA DELLE FATE

 

La capra bianca delle fate


Le fate vestono di bianco e hanno bisogno dell’acqua corrente per lavare ogni giorno i loro panni, perciò, di solito, vivono nei pressi di un fosso, dove un tempo c’erano i mulini.

Le fate sono incorporee; si nascondono nelle grotte e capita di scorgerle danzare sulla cima delle alture, anche lassù sul Ventasso, e paiono nuvole. Lassù, possono viverci soltanto i falchi, le poiane, le aquile. Potrebbero anche salirci le capre.

Lassù, si è inerpicato Umberto, appassionato di fotografia naturalistica, con l’amico Marco, con Giovanni, bravo reporter, con Roberto, Bruno e altri. Tutti alla ricerca di un animale diventato leggenda, quasi uscito da una fiaba. Tutti stregati da questa speciale creatura.

Nemmeno i caprioli e i lupi osano arrampicarsi su quelle “grotte” (ripe scoscese), solo le capre potrebbero abitarci. E le fate.

D’altra parte, lo scrittore Carlo Lorenzini sapeva bene che le fate possono trasformarsi in caprette. È lei, la fata dai capelli turchini a regalare al Grillo Parlante la casetta dove poi si riparano Pinocchio e Geppetto fuggiti dal ventre del Pescecane.

Carlo Lorenzini nacque a Collodi, in quella Toscana non lontana dalla valle del Serchio abitata dalle fate e da altre fiabesche creature. Sapeva delle fate, Lorenzini, forse pure di quelle che si trasformano in capre.

Le fate vivono anche qui, sull’Appennino reggiano: “in t’el fade”, su uno dei versanti del Monte Ventasso, e in altri luoghi. Dalle rocce di “in t’el fade”, sopra Busana, scende il rio Riccò, dove un tempo c’era un mulino e dove oggi c’è un agriturismo: quello del signor Vincenzo.



Da queste parti sono state ritrovate misteriose pietre incise e del ritrovamento ci dà notizia “Mingh”, Domenico, altro componente del gruppo di ricerca della capra.

Anni fa, il padre di Vincenzo, Sergio, era a caccia e, sedendosi, notò una grossa pietra con delle incisioni. Più avanti, anche “Mingh”, s’imbattè in quel sasso, così ne parlò con la studiosa e storica Rosi Manari, la quale contattò il linguista Adolfo Zavaroni.

Questi, analizzò e decifrò i graffiti, attribuendoli ai Liguri Friniati che permasero sulle nostre montagne fino al 100 a.C circa. Zavaroni afferma che un’iscrizione trovata al centro del Frignano, testimonia che gli antichi Friniati chiamassero se stessi Umbri, sebbene Tito Livio li avesse definiti Ligures. Altre scritte in grafìa e lingua friniate sono state rinvenute dallo stesso linguista sul Monte Valestra e sotto la Pietra di Bismantova.

POESIE FINALISTE AL CONCORSO NAZIONALE "ESSERE DONNA OGGI" 2020

 

Non hai dimenticato


Tutto è nel tuo grido: la selva,

l’acqua, le fiamme

la resistenza del mondo, le gemme,

la fame e la quiete della belva.


Ogni gesto d’amore, le voci,

e le farfalle ad ogni primavera,

le lacrime a irrorare la semina

per uscire viva dalla bufera.

Non hai dimenticato mai la libertà,

donna, fiera: lei è ciò che illumina.


Tuo grido, forza che contamina,

carne partoriente

che dal naufragio fugge dirompente

e l’universo protegge, e salva.













Diffida dei demoni


Diffida sempre delle stelle ardenti

dell’infinità procace dei mari

della purezza di boschi accoglienti.


Diffida di realtà commoventi,

di ombre infelici, di luci spavalde,

non fidarti dei demoni dormienti:


solo fidati delle parole salde

che piano l’anima sussurra, calde.






SCRIVO POESIE

 

Scrivo poesie perché tu non lo fai,

per strapparmi dall’anima le spine 

e far saltar le idee come bambini,

come fili danzanti sugli arcolai

o gazze e passeri a beccar susine.

Lo so: lei è isola alla deriva

in onda distruttiva

d’impulsi programmati, frivolezze, 

zapping, social e schermi di miserie;

rispunta tra macerie,

eppure, la poesia, e amarezze,

musa che incede, disturba, sorprende, 

ribelle amica che mai s’arrende.


Era il raro, il poeta, era il ritròso 

il parassita; era l’innamorato

di un linguaggio inutile, per pochi,

per gli amanti del dire acquitrinoso,

e tagliava erbacce, accendeva fuochi

tra le parole con dita efficienti

aspirando frammenti

di luci e tenebre, di urla, rottura

e spigoli, di volti sfilacciati. 

Non più così: paura

ha oggi, il poeta, poiché acclamati

sono i ritmi tecnologici, il rumore

l’ovvietà, le grida, lo squallore.


Poesia, tu non implori 

il permesso, non dai spiegazioni. 

Apro la porta ai tuoi colpi distorti, 

al divenire, alle sorti:

celebro il non sapere, le abdicazioni,

celebro l'eccesso e la perplessità

e ti scrivo, poesia, con felicità.



lunedì 12 ottobre 2020

NON DIRE NIENTE - RACCONTO VINCITORE DEL PREMIO LETTERARIO NAZIONALE "ESSERE DONNA OGGI" 2020

Non dire niente

Aveva provato a chiamare la sala operativa della questura, poi, alla risposta dell’agente, – una donna, che si era qualificata come “Angela” – era riuscita soltanto a sussurrare: «Mi chiamo Veronica Vieste. Lui ha detto che mi ammazza… aiutatemi!»

Aveva chiuso in fretta la telefonata, dopo averlo sentito forzare la maniglia del bagno, poi era uscita in salotto. Per fortuna, il suo aguzzino non aveva intuito nulla; stava imprecando, tentando di trovare le chiavi di casa, quindi l’aveva afferrata per un braccio e le aveva ordinato di prendere solo la borsa, una bottiglia d’acqua e di salire alla svelta sul camper.

Sarebbero partiti. Destinazione ignota. Ma lei sapeva.

Sentiva che da quel viaggio rischiava di non tornare viva.

Questa volta, Daniele aveva probabilmente esagerato con la coca, era in uno stato di agitazione tragico e non era nemmeno in grado di comprendere ciò che, con calma, la ragazza provava a spiegargli: che lei doveva andare al lavoro, che era mattina; che sì, lui era stato in giro tutta la notte, ma che questo non scusava ciò che le stava imponendo: «Tu, oggi non esci, non esci, hai capito? Tu, quello non lo devi vedere più! Basta! In ditta non ci vai più… Basta, o ti ammazzo. Lui e te: vi ammazzo tutti e due!»

Veronica aveva fatto in tempo a nascondere il suo cellulare nella borsetta ed era salita sul camper senza opporsi, gli occhi bassi e l’aria docile per non indurre reazioni nel compagno. Aveva imparato, con il tempo, che quella era l’unica possibilità per salvarsi.

Non aveva idea di dove lui volesse dirigersi, non aveva idea di quali fossero i suoi piani; sapeva soltanto di essere in pericolo, in grave pericolo e sapeva che doveva mantenersi calma il più possibile.

A scatenare il tutto, la solita gelosia morbosa di Daniele nei confronti di un nuovo, bravo manager da poco arrivato in ditta: un giovane compagno di Veronica del liceo.

Nulla c’era tra di loro, ma chiarirlo non era servito, anzi: aveva acuito ancor più la collera e la violenza del ragazzo.

Ora, il camper si era immesso in autostrada; lei riuscì solo a leggere la direzione “Firenze – Roma”, poi, la velocità troppo elevata la intimorì a tal punto che le si annebbiò la vista e si sentì mancare.

«Hai una caramella o dello zucchero?» Domandò con cautela e tono dolce: «Ho un calo ipoglicemico e, se dobbiamo viaggiare per molti chilometri, non vorrei svenire e crearti problemi…»

Lui non replicò. Schiuse il portaoggetti del cruscotto, ne estrasse una merendina al cioccolato e gliela porse: «Mangia questa, ma non ho altro. Quindi, datti una calmata e stai zitta!»

«Sì, scusami. Vedrai che mi passa tutto. Cerca di essere prudente, però… lo so che sei un bravo autista, ma in giro c’è gente che alla guida è una sciagura e poi tu lo sai che io in autostrada vado comunque nel panico».

Viaggiavano ormai da un’ora e le automobili sfrecciavano intorno, tentando sorpassi azzardati. Erano troppe e troppo veloci. Sembrava che tutti avessero fretta, in quella limpida mattinata.

Troppi, per il suo stato d’animo, anche gli spazi aperti oltre il guardrail: campi di girasole a perdita d’occhio, stoppie dove si era trebbiato il grano, rotoballe di fieno e paglia.

Il disordine di una terra che era ancora terreno coltivato, violata, tuttavia, da autostrade, superstrade, circonvallazioni e dal grigio dei parallelepipedi di cemento, obbrobri di industrie ormai in declino.

Troppi i rumori, dai barriti degli autocarri al frinire stizzoso delle vecchie utilitarie scolorite.

Troppo l’azzurro, in alto: scuro, come è degli abissi marini; troppa la vita in pericolo.

Veronica provò a concentrarsi sulle nuvole sfrangiate che correvano via sopra la sua testa e sulla sagoma di un aereo quasi certamente decollato da qualche aeroporto nei dintorni, ma non riusciva a calmarsi.

Il suo compagno guidava meccanicamente, come un robot, in silenzio, eppure pareva più tranquillo. L’effetto della droga stava scemando. Ora, forse, sarebbe stato possibile ragionare con lui.

La ragazza si sciolse la coda di cavallo e distese i capelli sul petto, accarezzandoli; lo faceva sempre quando era nervosa, e li annusava per calmarsi. Erano gesti che sua madre non accettava e che le costavano sberle e punizioni, da bambina.

All’improvviso, le immagini di un episodio che l’incoscio aveva sepolto – rimosso? - le apparvero in tutta la loro spietatezza. Come poteva averlo dimenticato?

Sua madre? Era stata sua madre?


Era piccola, piccolissima. In età da scuola materna. La madre l’aveva afferrata per i capelli e, dopo averla strattonata tanto da strappagliene un bel pugno, l’aveva trascinata su per le scale, fino alla porta del solaio. Lei l’aveva implorata, avevo puntato i piedi contro ogni gradino, strillando come un animale portato al macello, ma quella donna, sua madre, con il foulard che le era scivolato sulle spalle, scoprendole i capelli scompigliati, era stata inflessibile.

«Ora ti faccio vedere io chi comanda, brutta schifosa! Ora la paghi, così impari a obbedire!»

Era sempre stata bella, sua madre, ma ora le sopracciglia nere parevano tremarle sul viso, in una smorfia di repulsione, come non fosse sua figlia quella che stava maltrattando, ma una pericolosa vipera da schiacciare.

Con la poca forza dei suoi quattro anni, la bambina si ero aggrappata allo stipite della porta, inorridita dal buio e dalle ombre che intravedeva nella stanza. Sul collo, la sua maglietta a righe rosse e bianche si era leggermente scucita e lasciava intravedere i graffi dovuti allo scontro con la mamma.

«Faccio la brava… Non lo faccio più… te li lavo i piatti, te li asciugo… Te lo prometto!»

Uno schiaffo rabbioso l’aveva stordita, tanto che avevo mollato la presa e la donna, svelta, l’aveva spinta dentro, richiudendo la porta a chiave dietro di lei.

La piccola riprese a urlare, ma i singhiozzi le impedivano ormai di articolare le parole, il fiato le moriva in gola, mentre il cuore batteva all’impazzata. Intorno, fiotti di luce penetrati dalle crepe delle persiane balenavano come coltelli, mostrando profili e sagome di mostri, lunghe zampe di ragni, teste di rospi, bisce saettanti, diavoli.

«Mamma… mamma… apri… apri… Non lo faccio più…»

Era ancora lì, sua madre? Era dietro la porta e godeva nel farla soffrire? Certo, era stata una bambina disubbidiente: invece di aiutare in cucina, era uscita in cortile a giocare a pallone con i cugini e gli altri maschi del borgo. I maschi potevano divertirsi. Le bambine no.

Era ancora lì? «Mamma… apri, ho paura!»

Tremava e i singulti le spezzavano le parole. La porta si aprì.

La madre la osservò con gli occhi spenti, con una pezzuola le deterse il volto, controllò i segni bluastri della sua manata sulla guancia, i graffi sul collo, poi le sussurrò: «E adesso taci, non dire niente a tua nonna, né a tuo padre, capito? Dì che hai tirato la coda al gatto…»

Annuì, la piccola, e scese con lei in cucina.

«Questa qui era andata in solaio e si era chiusa dentro, non riusciva più a uscire…», provò a spiegare la madre, poi tornò alle faccende domestiche. Non una carezza a rincuorare la bimba, solo un cupo sguardo di biasimo.

La nonna, però, l’aveva presa in disparte e le aveva detto: «Tua madre è nervosa, sai… il raschiamento… l’emorragia… è stata in ospedale, ricordi?»

Quella parola, “raschiamento”, l’aveva udita diverse volte, ma solo da adolescente ne aveva poi capito il significato.


Quando fu lui, il suo compagno, a prenderla per i capelli e a strapparglieli, scaraventandola contro il muro, per Veronica fu quasi naturale. Fu come tornare a salire quelle scale e precipitare nel buio della soffitta. Lui l’aveva spinta in casa con fermezza crudele, tirandole la treccia, incurante dei suoi lamenti.

Lei aveva alzato gli occhi, ne aveva rapidamente indagato lo sguardo, sorpesa, stordita: in fondo, era uscita soltanto un attimo per salutare un vecchio amico che non vedeva da anni.

Riuscì appena a sussurrare: «Perché?», quando lui la colpì in pieno viso.

Uno schiaffo, poi un manrovescio potente, tanto da farla sobbalzare, la testa spinta all’indietro e il sangue che usciva da un orecchio. Non cadde, perché lui continuava a tenerla per i capelli. Allora, finse di perdere le forze e crollare, tanto che l’uomo mollò la presa.

Lei provò a balzare verso la porta, ma lui la raggiunse e le sferrò un pugno nello stomaco talmente violento da farla piegare in due; poi, le slogò un ginocchio con un calcio e, unendo le mani, la colpì sul capo, facendola stramazzare a terra. Con un ultimo rabbioso calcio, le fratturò un braccio, infine restò lì a guardarla, le mani penzoloni, finché afferrò la giacca e, dopo aver bestemmiato e averla ricoperta di epiteti infamanti, uscì sbattendo la porta.

Lei era rimasta così, stesa a terra, chissà per quanto tempo.

Era svenuta, percepiva l’esigenza di recuperare le forze e la lucidità, tuttavia, si ritrovò sprofondata fino alle voragini di un ovattato delirio.

La parte cosciente di lei non voleva saperne di abbandonarsi a quella immaterialità onirica, a tutta quella serie di immagini che le scorrevano davanti.

La sua anima si agitava, voleva uscire, risalire dal limbo dell’incoscienza e ritrovare il possesso del corpo. Invece no. L’anima scivolò sempre più in basso ed entrò in una sorta di allucinazione visionaria. Sapeva di sognare, eppure soffriva come se fosse vero.

Era di fronte alla porta della camera dei suoi e li osservava, seduti sul letto. Si baciavano e suo padre accarezzava mamma sul volto, sul collo, le scioglieva i capelli e lei diceva no, che doveva andare, che non aveva tempo, che non erano soli: c’era la bambina…

Veronica si era spaventata, aveva provato a chiudere la porta, ma la madre l’aveva vista e si era alzata: «Che vuoi? Perché non sei a fare i compiti? Brutta strega: vai subito in camera tua!»

Le parole del padre, allora, le erano giunte in soccorso: «Dai, lasciala in pace, Marta, vedi che non ha fatto niente di male. Ora l’aiuto io a studiare».

Aveva parlato con la sua bella voce profonda, sollevando un po’ il sopracciglio destro e storcendo leggermente il naso, poi si era scostato i capelli ondulati dal viso e si era messo in piedi, infilandosi la camicia. Era un bel papà, con un portamento energico e uno sguardo che dava sicurezza.

Nel sogno, Veronica pensò che, una volta adulta, avrebbe cercato un marito come lui.

Eppure, c’era quella parola, “raschiamento”, che le creava disagio.

Ricordava anche la nonna che toglieva le lenzuola dal letto dei genitori: erano rosse di sangue… «Emorragia…», aveva sussurrato.

domenica 28 giugno 2020

RECENSIONE DI "PERCEZIONE IMPERFETTA DEI PERICOLI" - POESIE NEL TEMPO DEL "GRANDE CONTAGIO"


“Finito di stampare al tempo del grande contagio, nel mese di aprile dell’anno 2020”, così si legge nell’ultima pagina della raccolta di poesie di Normanna Albertini, opera fresca di stampa.
Sicuramente un azzardo - tutto era già praticamente fermo, librerie e distributori – far uscire un libro in questo periodo, ma la casa editrice Tralerighe, di Andrea Giannasi, ha deciso di continuare, di non fermarsi e di far uscire tre libri su tre temi differenti. Uno è questo.
Sotto il titolo “Percezione imperfetta dei pericoli”, troviamo due sillogi poetiche (anzi: quasi tre), che l’autrice ha scritto nel corso di qualche anno. La prima, “Nel soffio materno della terra”, ha ottenuto una menzione speciale al “Premio nazionale Ossi di seppia 2019”, oltre che essere giunto in finale al “Festival della scrittura 2019” di Venezia. Poesie che trattano del rapporto conflittuale, spesso trasformato in una vera e propria guerra, dell’essere umano con la natura, o meglio: contro la natura. Accanto a liriche in versi liberi, ci sono poesie che riprendono la metrica e la struttura del sonetto, del madrigale, delle canzoni. “Cercavo la poesia perfetta e giusta”, dice l’editore nella postfazione, “e alla fine ho trovato ottanta pagine di poesie ‘sbagliate’. Di figure private, taglienti, a tratti impressionanti, indecise, con una potenza unica. Qui non c’è la maestria della poetessa di professione – come se ne vedono tante in giro che sfornano libri precisi con poesie pulite, perfette, senza una figura fuori luogo – ma c’è la vera poesia. Quella che emerge dalle cicatrici e dalle rughe”. La seconda silloge si intitola Rovine ed è nata dall’incontro dell’autrice con le belle fotografie di Emanuela Rabotti, una dei volontari che operano ai castelli di Canossa e Rossena.

“IL VOLO DI MELUSINA” INTERVISTA DI ANDREA GIANNASI EDITORE



Torna in libreria con una raccolta di racconti. Secondo lei questa frase le si addice: "Normanna Albertini è una scrittrice di crinale, con un piede avanti e uno indietro, con una mano verso l'altro e una stretta, come per custodire una terra difficile, che però è unico elemento e destino dell'uomo. Quella terra che è alla fine proscenio di ogni sua storia".

Sì, mi ci ritrovo: “I piedi bene dentro la propria terra e la testa tra le nuvole, magari fino a sfiorare la luna”, avrebbe detto Giuseppe Pederiali, grande scrittore di Finale Emilia.
Io, però, diversamente da lui, pur essendo emiliana, sono montanara. I narratori d’Appennino credo abbiano peculiarità ben riconoscibili. La montagna è terra difficile, è margine, distanze, solitudini. In montagna s’impara subito a intuire più che a vedere, regolando lo sguardo verso e oltre i rilievi, fino al mare, fino alla pianura. S’impara a immaginare l’oltre. S’impara a salire e scendere, con ritmi sinuosi, circolari, lenti, sia che si cammini a piedi, sia che si usi un mezzo di trasporto. E, intanto, si ha il tempo per pensare. S’impara a non perderlo, il tempo, perché l’inverno è lungo e perché la vita sociale finisce con il declinare del giorno. In montagna s’impara a fare i conti con la scarsità o assenza dei servizi, con le depredazioni continue in favore della pianura e della città, con lo spopolamento inarrestabile, con la crescente eliminazione degli spazi di cittadinanza, con il presagio continuo della rovina e della fine, del deserto. Chi vive in Appennino (e scrive) sa considerare e osservare i dettagli, la diversità, la varietà, le differenze, sia pure in spazi tanto ridotti. Pluralità di luoghi ed esseri umani. Entra nella storia arcaica del territorio, richiamata da castelli, pievi, ruderi, borghi, evocata dai suoni di dialetti che serbano reminescenze di antiche lingue, celebrata dai piatti di una cucina più o meno povera, ma sempre gustosa. Il narratore d’Appennino, in fondo, è smaliziato: non crede alla presunzione di chi si erge a ombelico culturale del mondo, perché ne riconosce la profonda ignoranza, tipica di chi concepisce la propria realtà come l’unica, quella giusta, votata al profitto, quella da imporre. Quella ratificata dal potere. È vero: in ogni mia storia c’è la terra e c’è la montagna. Poi c’è il cammino, l’andare e il tornare, quello che, per millenni, ha caratterizzato gli abitanti dei monti. Lo sapevano, loro, che non esiste un solo modo di vivere, un solo universo, un solo modello culturale. Sapevano che camminare e incontrarsi è il destino dell’uomo. Camminare, incontrarsi, suonare, cantare, mangiare insieme. Ridere. Altrimenti non è vita.



Chi è Melusina che dona il titolo a questo libro?

IL FIGLIO DI LINDA - LA VITA BREVE DI SILVIO D'ARZO (Recensione)

A fianco di Linda, si cammina per una Reggio post unitaria, dove ancora si respira il Risorgimento e dove, via via, fanno la loro comparsa lo spirito socialista di Camillo Prampolini e i primi segnali di un pericoloso nazionalismo. Linda è venuta al mondo nel 1882, in via Mura di Porta Castello, da Agostino Comparoni, nato a Castelnovo ne’ Monti nel 1841, e Maria Rossi, di Reggio Emilia.
La neonata, in realtà, viene battezzata come Rosalinda, ma preferirà poi farsi chiamare “Linda”, ritenendolo un nome più agile e moderno. La bambina ha radici in quel di Cerreto Alpi, dove il nonno Andrea si guadagnava da vivere come guardia daziaria, prima di spostarsi con la famiglia a Castelnovo per meglio seguire i propri affari.
A fianco di Linda, ormai ragazza, che perde la madre a dieci anni e il padre a ventidue – restando con la sorella maggiore Ida - ci si immerge nella vita di una città dove gli avvenimenti del mondo si inseriscono e toccano da vicino la vita delle persone.
Come la guerra, la terribile Grande Guerra che sconvolge tutto, con il suo contorno di dolore e disagi. Fin dagli inizi, fin da quando ancora ci si divideva tra interventisti e neutralisti (com’era Prampolini), la guerra fa da sfondo alle vicende delle due sorelle che, intanto, lavorano sodo per mantenersi. Si definivano “irredentisti” coloro che volevano entrare nel conflitto armato, come si trattasse della continuazione del Risorgimento, non potendosi considerare compiuta l’unità nazionale e conquistate le “terre irredente”. A Reggio, quasi certamente, Linda seguì con apprensione il comizio del socialista irredentista Cesare Battisti al politeama Ariosto, sfociato in tumulti e repressione con due morti e molti feriti.
La sorella Ida vedrà poi partire il fidanzato Francesco per il fronte, dal quale non tornerà mai. Intanto, in città arriva il colera e le due giovani si impegnano in iniziative assistenziali coordinate da Viginia Guicciardi Fiastri, scrittrice, e dal suo “Comitato di preparazione civile”. Per Linda, un incontro importante quello con la dinamica e colta signora della borghesia reggiana, come fondamentale sarà l’incontro con Giovanni Zibordi, riformista turatiano, originario di Padova e arrivato a Reggio nel 1904, convinto che la città fosse “il principale laboratorio di vita socialista”.

mercoledì 6 maggio 2020

PERCEZIONE IMPERFETTA DEI PERICOLI - RECENSIONE

Percezione imperfetta dei pericoli

di Normanna Albertini

Recensione di Stefano Pioli*

Quel che distingue il poeta dallo scienziato lo si scopre partendo dalla questione opposta: cosa li accomuna? Entrambi escono da sé e vagano nel mondo alla ricerca di quel che è in atto. Il secondo tratta fenomeni spazio-temporali, assoggettati a leggi ferree, ma in continua evoluzione: quel che vale oggi sarà contraddetto domani.
Entrambi dicono quello che vedono, sentono, provano, mescolando sé al mondo, senza soluzione di continuità.
Il limite principale della fisica moderna è l’impossibilità di separare l’osservatore dall’oggetto osservato, per cui non può esservi alcuna determinabilità assoluta di alcunché.
Lo stesso accade al poeta, ma senza che di ciò egli sia crucciato.
E non mi pare che Normanna mostri di dispiacersene nei versi di questa raccolta.
Ah, dimenticavo di dire che lo scienziato deve mirare la sua attenzione a un fenomeno alla volta, e solo quello che si può attestare.
Il poeta è libero di librare a piacere, e dappertutto, anche oltre la realtà concreta.
Questa è la prima reazione che mi dona la lettura della raccolta di poesie di Normanna.
Se lei afferma che “sibila il vento tra gli aghi del pino” significa che lei è là, tra quegli aghi, e da ognuno di essi sente sibilare il vento.
Magari si trova seduta alla scrivania di casa, e l’avvenimento è occorso in un altro tempo, tanto la sua storia personale entra ed esce che è un piacere, fra un carme e l’altro.
Ogni atto descritto è stato vissuto, ieri, oggi e a volte domani, e il tempo ha smarrito il suo senso, come capita alle particelle che compongono la luce, per cui esso risulta nullo.
Il fotone, privo di massa, può essere costì e al contempo colà, tanto che qualcuno ipotizza che ve ne sia uno solo che scorrazza spensierato in tutto il cosmo. Lo stesso capita al poeta.
Questo accade alla fantasia dell’uomo, secondo Borges, che ipotizza un unico libro, da cui consegue un unico scrittore e lettore.
Vaneggio?
Può essere, ma qui sono d’accordo con Andrea Giannasi, che nel Tentativo di una postfazione giunge a dire che, a suo vedere, “La poesia… non è e non deve essere figurina o fotografia, ma solo miccia, accensione detonatore, per fare deflagrare l’anima del lettore.” 
È una frase forte che condivido a metà: può essere figurina o fotografia, ma non fine a se stessa, ché non deve mai concludere il suo percorso, ma continuare Altrove, in uno dei tanti rivoli che compongono il Delta Cosmico.
È energia che diventa massa, e che si trasforma di nuovo in energia, in un’eterna permutazione, nel rispetto dell’Unità, come illustrato dal principio secondo cui l’energia di un mondo rimane costante.
“Se l’albero cade”, nulla andrà perso perché “cibo diverrà per tanti, e casa, e calore e rinnovamento.” È l’Eternità che lo promette. E che sia sempiterno lo sancì un poeta, non uno scienziato, inglese, non Newton, ma Keats, quando scrisse il verso divino “a thing of beauty is a joy for ever.”
Non tutti i fatti cantati da Normanna sono belli, e forse nessuno lo è in assoluto, perché tutto è relativo a chi concorre alla Vita. E qui si gioca l’apparente contraddizione: se è bello per Normanna, che altrimenti non l’avrebbe inserito nella silloge, e non lo è per me, in che senso la gioia del poeta è assoluta?
Il lettore deve raggiungere alla consapevolezza del processo che è capitato nell’atto di poetare, della sua genuinità, e deve farlo suo, dimenticando gusti personali e scelte edonistiche. Quel che conta è la sincerità della ricerca della bellezza da parte di quell’Essere, che ha compiuto il sacrificio che l’ha poi condotto a scrivere e a comunicare.
L’avverbio poi non deve ingannare: per chi ha scritto è stato un tempo unico; per chi legge è un altro tempo: questo crea l’illusione del fluire dei processi fisici, uno appresso all’altro, ma qui vorrei ricordare che secondo alcuni “time has ended”: ormai soltanto un’utile quanto pia illusione.
Vi sono numerose poesie politiche, in cui Normanna risulta collegata alla polis, all’ambiente sociale in cui vive.
‘Maschera di plastica’, non so con quanta consapevolezza, profetizza le scene che capitano agli odierni cittadini di questo luogo tragico in cui ora si vivono ‘ste assurde giornate casalinghe.
La nostra esistenza pare governata da un dio illusorio, non per questo meno temibile, che decide le sorti di ognuno, sogghignante da dietro la sua “maschera di plastica e decadenza”.
Si tratta di una distopia che è oggi banale vita quotidiana, in cui si è tutti condannati all’isolamento da un quid che non si riesce a definire, se non come irreale, forse artificiale, o forse conseguenza di un’arcigna Nemesis, che fa scontare in un’unica soluzione le nostre colpe, oppure naturale conseguenza delle nostre scelte inumane.
A volte i ricordi è un carme che m’entra nell’anima e la scuote, perché mostra di conoscermi a fondo. Quante volte sono stato prossimo a gettare nella campana della carta, anziani documenti di origine paterna o materna (antichi accertamenti medici, vecchi appunti, pregresse bollette degli anni della mia giovinezza, stagionati cedolini stipendiali) e poi ho deciso di salvarli dall’annullamento, dalla loro trasformazione ecologica, non volendo rinunciare a quel pezzettino di anima che ancora è racchiusa in quella porzione d’umanità cartacea!
“Ci vengono incontro parole e volti… di chi ci ha…”, donato se stessi, come noi stiamo facendo per gli altri.
È un discorso assurdo, anch’esso irreale ma, se continuo ad ascoltarlo, mi si perdoni, è perché non riesco a evitarlo.
Perché l’anima racchiusa in quei brani di cellulosa alla fine equivale a quella che geme nei brandelli dei ricordi, come se fossero parole ancora pronunciate da chi non c’è più, ma non è meno caro per questo.
Come la frase che disse (e sta ancora dicendo) la mamma alla domanda che le rivolge Normanna, su cosa facesse quand’era disperata: “Alzavo gli occhi, e guardavo le montagne.”
La poetessa ha salvato per sempre quest’atto religioso compiuto giornalmente, che rimarrà fissato in un unico ed eterno attimo.
Per sempre, in Figli per il mostro, il giovane destinato a morire in guerra, lontano da casa, per l’eternità dirà alla madre della necessità del suo sacrificio per amore della patria: quel figlio che “non c’è più” non cesserà mai di salutare la madre alla partenza  e d’essere da lei rimpianto.
In Prima della soglia, Normanna dichiara la sua paura, quando è cosciente di vivere in un mondo in cui ci si ferma “alle parole”, resi infelici da una finta spiritualità, fondata sul commercio e sull’inganno.
È un mondo, quello descritto in Percezione imperfetta dei pericoli, in cui si tagliano gli alberi, adducendo timori assurdamente umani, che sconvolgono la natura, a cui si tolgono le risorse che dovrebbero aiutarla a renderci il mondo più vivibile.
In Evoluzione è descritto l’odore moderno, “di benzina e gasolio, di rifiuti in decomposizione” che ci nega gli antichi effluvi che variavano “a seconda delle stagioni” e che resta costante tutto l’anno.
In Nostalgia delle pareti, la poetessa non ci sta e continua a inseguire quel che ancora riesce a disperdersi per tutti, ma non per lei, che ne continua ad aver coscienza imperitura: “I semi danzano e vanno, volano, orientati dal cosmo”.
La pietra e l’albero coglie un altro mio sentimento: quella pietra, ma anche quel ramo, tutto quel che pare immobile, e lo è da prima che lo si scorga, e tale rimarrà per tanti ancora, avrà coscienza del mio fissarlo e nel riconoscere quel che è suo? Avrà il diritto a un’esistenza che per alcuni non ha alcun senso?
Egli rimarrà per centinaia di anni, in cui assisterà, non al disprezzo, peggio: all’indifferenza dei morituri, di chi ogni volta gli passeranno accanto, per cui scomparire di lì appresso, senza mai scorgerlo.
Neve di febbraio racconta il nostro timore “di morire di quiete” e dell’“ascolto della mente” che ci conduce a fuggire il silenzio che una nevicata febbraiola offre a quest’animale inquieto e incapace di apprezzarne la ricchezza.
Cadono, i ponti: ecco un esempio di quelle che Andrea definisce “poesie ‘sbagliate’”, potenti, ma sgraziate, irregolari e che sorgono “dalle cicatrici, dalle rughe”.
Non è affatto una poesia bella, né essa offre quella promessa d’eternità di cui si diceva. Il suo valore è qui ed ora: è una denuncia che la poetessa lancia in faccia al potere economico che ha causato la morte e la distruzione dell’esistenza umana, causata da “infiltrazioni d’odio… infiltrazione nervose e marcescenti di infelicità…”.
In L’erba spigarella, Normanna torna a inseguire i “pollini” che “volano – invisibili – non curandosi dei confini.” Non si può mica passare la vita a imprecare contro l’uomo: c’è ancora parecchio da gioire!
Per ultimo vorrei commentare le poesie Il fico d’India e Il cactus, la prima perché ho imparato ad amare questa pianta da adulto, da quando l’ho conosciuta in paesi remoti: un Essere che acquista la massima sua bellezza al tramonto, quando il sole, declinando, s’insinua in un anfratto pentagonale creato dalle sue sinuosità, e pare per un attimo prigioniero: tempo poche ore ed esso risorgerà ancora più fulgido.
De Il cactus ho apprezzato il sogno che esula dal suo essere una pianta povera, il cui “fiore dura solo un giorno”, grazie a cui egli può augurarsi l’impossibile, anche quello che non avrà mai: “la pelle liscia delle mani”.
Questa la magia dei sogni: creano una realtà alternativa. Ed è questo che muove la poetessa, il desiderio d’incontrare un mondo, ove le leggi sono sì ferree, ma impalpabili.
Questi sono i carmi che più m’hanno condotto a reagire. Ad ognuno i suoi…
La poesia di Normanna sa essere ligia alle regole metriche, con qualche sapiente rima; altre volte è adottato il verso libero, quando la rabbia e l’impeto della condanna non cessa di ribollire nell’intimo.
L’essenziale è che lei sia sempre capace di donare se stessa, in sacrificio, a chi è disposto a continuare dentro di sé, per parecchio tempo, anche lui ora sognando, la propria esistenza.
E ora a te.

* Stefano Pioli vive a Reggio Emilia. Attualmente è un  ispettore Inps. È nato in via Gondar, quartiere delle Reggiane, ex industria bellica dove lavorava il padre, famosa per una occupazione nel ‘51 contro i licenziamenti. Nel corso dell'occupazione fu progettato e prodotto un trattore chiamato R60 per dimostrare che l'azienda poteva riconvertire la propria produzione da bellica a macchinari per l'agricoltura.). Si divide fra Reggio e Amalfi, dove la moglie insegna e si è trasferita tre anni fa.




mercoledì 1 aprile 2020

LA CIVILTA' COMINCIO' CON UN FEMORE ROTTO - RIFLESSIONI IN TEMPO DI COVID19


Foto di Emanuela Rabotti
Non ho mai dormito così tanto e così bene.
Mi sveglia la litania tenue, piacevole, filtrata dai muri divisori, del rosario di Radio Maria, abitudine mattiniera della mia vicina.
Al contempo, si apre il concerto delle gazze, unito al baccano delle cornacchie e al grido di una pappagallina che, da mesi, staziona da queste parti, dopo essere sfuggita al propietario.
Lei libera, io in gabbia.
Le mura di casa come orizzonte: il bianco ormai opaco delle pareti che avrebbero bisogno di diverse mani di tempera. Per fortuna, vi ho appeso molti quadri e foto incorniciate, così copro il brutto color “Isabella” e, ogni tanto, mi soffermo a pensare “to’, quello l’ho disegnato a scuola quando insegnavo a Gatta”, “ve’, quella foto l’ho scattata ai miei figli quando, a carnevale, ci fu una bufera di neve”.
La mente va, si tuffa nei ricordi, sorride.
Io che insegnavo a Costa de’ Grassi, dove abitavo, quando un’improvvisa, terribile nevicata, sostenuta da un vento furioso, quasi ci impedì di percorrere le poche decine di metri fino a casa. Arrancai in mezzo alla neve, senza vedere niente, con i miei figli per mano. Era tutto assurdo ed era successo nell’arco di forse mezz’ora.
Il paese bloccato, mura di neve ovunque. Era la fine di febbraio, o forse era marzo, perché poi la neve si sciolse presto e tutto tornò alla normalità.
Ora non è la neve a bloccarmi in casa. Magari fosse così: basterebbe il sole a liberarmi.

E per fortuna, ho la portafinestra di cucina rivolta a Sud, verso il tramonto, verso la Pietra di Bismantova e il Monte Ventasso, e la vedo, la neve, sul Monte Casarola e penso che lassù in mezzo c’è Valbona, il paese d’origine del mio bisnonno materno pastore.
Gente abituata a camminare, gente che si spostava dietro le greggi fino al Po o verso il Mar Tirreno. Devo aver conservato dentro qualcosa di quelle transumanze. Dentro: in qualche parte profonda di me, perché l’immobilità (anche di pensiero) fatico a sopportarla.
L’occhio umano ha bisogno di luce e di verde, ha bisogno di orizzonti lontani, ha bisogno di spazi su cui vagare.
Non siamo diventati homo sapiens nel buio dell’inverno polare: veniamo dall’Africa, dalle savane, dalle immensità delle praterie e, in quei luoghi, i nostri occhi impararono a misurare il tempo e lo spazio, a respirare l’infinito. Imparammo a sollevare gli occhi al cielo e a lasciarsi accompagnare dalle stelle.
Siamo creature con gambe e piedi predisposti per camminare.
L’immobilità, come bene ci insegnano con la loro irrequietezza i bambini – che noi costringiamo per anni, e per ore e ore, ogni giorno, su una sedia – non è adatta ai nostri corpi, ancor meno al nostro spirito e alla nostra mente.
Siamo fatti per viaggiare, e per viaggiare in gruppo, fraternizzando l’uno con l’altro, sostenendoci se cadiamo, dividendo il cibo in modo che nessuno abbia fame. Non fosse questa la nostra vera natura, oggi non saremmo quasi dieci miliardi sulla terra.

È questa la nostra vera natura; prova a ricordarcelo il terribile virus venuto dall’Oriente (da Oriente, come tanto male e tanto bene, nei millenni). Ci prova in tutti i modi, rivelando i crimini del neoliberismo sfrenato, mostrandoci i danni di una politica asservita, prona, schiava del capitale.
Ci prova, sbugiardando i propugnatori delle “razze” superiori, delle “civiltà” superiori, ora costretti ad accettare l’aiuto di popoli definiti “canaglie”.   
La civiltà, come disse uno studioso, non comincia con la ruota o con il fuoco: comincia con il primo femore rotto e curato.
La vera civiltà è occuparsi del bene di tutti e tutti insieme.
Intanto, in uno dei Paesi “civili”, un diciassettenne viene lasciato morire di Covid19 perché non ha l’assicurazione.

domenica 23 febbraio 2020

LA MORTE NERA – DAL ROMANZO “PIETRO DEI COLORI”

Stralcio dal capitolo "La morte nera"
 
Disegno di Sara Davalli

– Ah, Lucrezia, Lucrezia, abbi pietà, almeno tu. – riprese a strepitare Rodolfo. – Vieni, aiutami, tanto non ti lasceranno mai uscire, non possono. Morirai qui dentro, chiusa qui con me. Ah, mio Dio! Un medico, fate venire un medico.
Far venire un medico? Lucrezia immaginava le orecchie, le labbra, la parte terminale delle mani e dei piedi e la schiena di suo marito coperti di chiazze e lividi, violacee e scure, così come il naso. Immaginava il suo volto prendere un aspetto raccapricciante, drammatico; prima scarlatto, poi nero cianotico, mentre gridava, con parole che uscivano spezzate e la lingua, sicuramente, pendente tra le labbra, come quella di un cane idrofobo.
Quale medico avrebbe voluto esaminarlo? 
Il fumo fetido dei falò dove, sul prato a ridosso della chiesa, stavano bruciando i maiali morti di peste, si infiltrava dalla finestra e si mischiava all’odore della calce viva sparsa nei dintorni e al puzzo di escrementi, vomito e putrefazione proveniente dalla stanza di Rodolfo. L’odore stesso della morte.
– Un medico, chiamate un medico. – singhiozzava l’uomo con voce sempre più flebile.
Lucrezia strinse tra le braccia la statua del Bambin Gesù e la cullò amorevolmente, osservando, fuori, i becchini con la maschera a forma di lungo rostro, il cappello, il mantello e i guanti di cuoio che, con un bastone, raccoglievano le carogne di cani e gatti disseminate nei dintorni per gettarle nel fuoco. Sarebbe bastato il loro lavoro per fermare la peste a Borsigliana?
Lucrezia Fina sapeva che nessuno l’avrebbe soccorsa: sarebbe rimasta chiusa in quella casa con Rodolfo fino alla fine e, difficilmente, sarebbe sopravvissuta.
Perché curare gli ammalati, fornendo loro cibo e acqua, significava morire con loro.
Sapeva che nelle città, per l’abitudine alla peste, i cuori si erano induriti al tal punto che il lutto non usava più, quando non succedeva che i cadaveri venissero sommariamente interrati in fosse comuni fonte di orribile puzzo. L’odore stesso della morte.
Spesso, i becchini non bastavano a seppellirli, e allora i morti rimanevano per strada, insepolti, agghiacciante e funebre spettacolo per i vivi.
Certo, qualcuno guariva; succedeva quando non c’era febbre, quando il bubbone veniva fuori rapidamente e appuntito e, se inciso con il fuoco, lasciava cascare subito la superficie dura, dalla quale usciva il liquido marcio, mentre il tessuto sotto emergeva sano e roseo.
– Mi guardi? – sussurrò Lucrezia Fina al Bambinello. – Capisci il mio dolore? Mi guardi? Mi salverai, vero? Come la calce sparsa qui intorno, sconfiggerai il male.
Non voleva più morire, era presto, troppo presto. Non aveva nemmeno conosciuto l’amore di un uomo, soltanto aveva appena sfiorato l’amore del suo Pietro.
In effetti, aveva sfidato la morte tante volte, Lucrezia, con i suoi prolungati digiuni, ma non l’aveva mai guardata realmente in faccia.
Ora sì, e ne aveva paura, per la prima volta. Ingoiò una mandorla di theriaca.
La tenerezza del Bambino e la corona di spine del Cristo adulto, lo sguardo affettuoso di Maria e la spada che le feriva il cuore divenivano un tutt’uno nei suoi pensieri. Amore, dolore e morte.
Depose Gesù nella culla e cercò tra le pieghe del vestito la tasca dove serbava la faccia di luna.
Un grido le risuonò ancora nelle orecchie: “Devi far paura…”
In realtà, era lei ad avere paura, un terrore cupo. Fissò con attenzione la pietra scolpita e, all'istante, dallo specchio di fronte, emerse il volto niveo dell’ostessa sotto la chioma fulva e scarmigliata:
– Hai paura, vero? Non devi, non temere.
 – Tu, ancora… E dici che non devo aver paura. Ma la morte è qui, dietro quella porta. Senti? Senti il pianto di Rodolfo?
– Oh, lo so. Ma tu stringi forte la luna tra le mani. È lei che rende fertili i campi aleggiando su di essi per nutrirli. Quante volte l’avrai vista aggirarsi con il mantello bianco somigliante a nebbiolina sparsa. Vuoi che non soccorra te che sei femmina come lei? Ma devi farti forza, perché la luna non sopporta la pigrizia delle donne. 
La luna era la maga che andava nelle case per esaminare con cura conocchie e arcolai, cercando fiocchi di lana sciupati e che, se ne trovava, puniva la filatrice colpevole.
Era una donna con i lunghi capelli arruffati, gli abiti consumati e la faccia rugosa, tuttavia dagli occhi bellissimi. La luna dalla pelle impura che tutte le filatrici temevano, le spingeva a non perdere nemmeno un filo di lana.
La pigrizia delle donne le era intollerabile. La pigrizia delle donne, piegate al loro destino, le reprimeva in una servitù perenne che la luna non voleva.
Uno sbraitare agitato allontanò Lucrezia Fina dallo specchio e la fece accostare alla finestra. Era quasi buio, ma riconobbe frate Mauro, laggiù, e altra gente, e uno dei becchini, o forse un medico, con la maschera dal becco imbottito di erbe officinali.
– Aiutatemi, se potete, – gridò lei sporgendosi dal davanzale, – non sento più Rodolfo, forse per lui è finita. Mi lasciate morire qui?
La maschera odorava di angelica e di lavanda, era fastidiosa sul viso, ma il lungo naso zeppo di erbe era l’unica protezione contro il morbo; Pietro lo sapeva bene, per questo aveva chiesto di poterla indossare per andare a recuperare, nelle stanze della casa, il trittico della Vergine ormai completato. Ma ora era un’altra l’idea che gli balenava in testa.
– Che vorresti fare? – gli chiese preoccupato frate Mauro. – Togliti la maschera, lavati con acqua e aceto e andiamocene da qui. Vuoi sì o no rivedere tuo nonno?
– Il libro misterioso vi interessa più della vita di madonna Lucrezia? – domandò Pietro con sarcasmo. – Se è così, sono pronto, ce ne andiamo.
– Benedetto ragazzo. – sospirò il frate scuotendo il capo. – Vado a verificare le condizioni dei muli. Domattina, all’alba, partiremo per il passo di Pradarena.
Alzò lo sguardo verso la finestra e vide che la giovane si era ritirata. Con un groppo alla gola si avviò verso la stalla; non poteva farci niente: Lucrezia Fina sarebbe morta o sopravvissuta indipendentemente dalle sue azioni o da quelle di Pietro. Non c’era cura per la morte nera.   
Angelica, theriaca, lavanda, olio di scorpione: tanti medicamenti, ma pochi risultati.
Era intervenuto persino l’arcangelo Raffaele, “Dio che guarisce”, angelo della guarigione e custode dell’umanità, che aveva svelato le virtù benefiche dell’angelica agli esseri umani. Era apparso in sogno ad un uomo in un paese flagellato dal morbo, informandolo sul potere della pianta; la popolazione, disperata, aveva seguito i suoi consigli e l’erba aveva riscosso grande successo, ma chi poteva giurare che fosse un credibile rimedio?
Mentre, la mattina seguente, frate Mauro predisponeva i muli per la partenza, vide quattro becchini, con maschera e cappello, entrare nella casa di Rodolfo. Si sforzò di pensare al mappamondo da completare, al paradiso terrestre da sistemare vicino all’India, in una regione sconosciuta, all’estremo limite della terra bagnata dall’oceano che tutto circonda. Come già avevano fatto i cartografi Andrea Bianco e Giovanni Leardo. Si sforzò di pensare al Corpus Ermeticum trafugato a Costantinopoli e nascosto a Costa de’ Grossi, nelle terre dei Lombardi. Ma il suo pensiero andava continuamente alla povera Lucrezia Fina, segregata sola con la morte. 
Ancora scosse il capo e mormorò:
– Che santa Fina ti protegga dal male, piccola innocente.