sabato 28 settembre 2019

IL VOLO DI MELUSINA - RACCONTI

Reale e fantastico sono due aspetti dell'esperienza che l'animo umano ha imparato a distinguere ed a gestire separatamente. Con il primo si vive al quotidiano, ci si guadagna il pane e, venuto il momento, si muore. Con il secondo si sogna, si fan castelli in aria e, venuto il momento, si comincia una nuova avventura da anima come per Platone, da cadavere come in Agatha Christie o da zombie come per Mary Shelley. Nel reale si muore il più delle volte nel proprio letto, in un incidente o, talvolta, per un crimine indagato dalla "scientifica". Il corpo è lì, lo si esamina, lo si interra e non se ne parla più. Nel fantastico invece i morti sorgono a nuova vita. Giocano a nascondino, si volatilizzano e riappaiono,  ritornano a darci i numeri del lotto o a rivendicare i loro diritti. I primi ci lasciano dei ricordi, i secondi dei misteri, delle leggende e dei miti.
Per noi, smaliziati cittadini del mondo, la distinzione è chiara. Non si legge "Gargantua e Pantagruel" o "Il Visconte dimezzato" nello stesso spirito con cui si legge "Una vita violenta" o "Germinale". Anche per i bambini la differenza è evidente: c'é il telegiornale che guarda il papà, e ci sono le favole che racconta la nonna.
Ma le cose non sono sempre così semplici. Perché di tanto in tanto spunta fuori in letteratura un alchimista come Garcia Marquez o E.A. Poe (ce ne sono altri) che si diverte a mescolare i generi nei suoi alambicchi ed a servirceli nello stesso boccale.
Normanna Albertini, almeno in questi racconti sparsi fra boschi, paesini e montagne tra cui tutto si immagina fourché un delitto, è nella loro scia. Con lei il fantastico sfumato dalle tinte dell'arcobaleno prende il  colore di una vecchia Panda sgangherata. Scompaiono maghi, principi e fate. Compaiono farmacisti, antiquari e brigadieri. Tuttavia, con lei ci si scopre a credere nei ponti del diavolo (quelli le cui intersezioni fra le pietre non formano mai una croce), o nelle sirene a due code di tradizioni ancestrali.

TALADA TERRA DI SAN MICHELE - GIUSEPPE GIOVANELLI

Lo spostamento della viabilità moderna con la costruzione di nuove strade, adatte al movimento delle automobili e degli altri veicoli su ruota, ha fatto sì che molte borgate, nei secoli precedenti collegate tra loro e ai centri più grossi, perdessero di importanza e ne venisse in gran parte dimenticata anche la storia. Addirittura si fatica a capire come potessero apparire terre appetibili per i nobili che, abitualmente, se le contendevano.
È nel 1315 che compare nel “Libro dei fuochi” (che sarebbe poi il registro, estimo, dei capi famiglia del distretto di Reggio), l’elenco dei nomi di quelli di Talada, comune composto da tre borghi: Casale, Ca’ Ferrari, Talada.
In quel periodo i signori Dalli di Piolo, con i signori di Vallisnera, di Bismantova, con i Fogliani e i Canossa, avevano l’incarico di garantire la sicurezza delle strade di montagna, compresa quella di Talada, sulle quali si muoveva il commercio tra Lucca e Reggio e persino quello tra Venezia e Genova. Nel settembre del 1315, per esempio, in alta Val Secchia una carovana di mercanti veneziani venne assalita dai banditi e ci furono morti, feriti e, ovviamente, furti.
A Simone da Dallo il comune di Reggio darà poi, cinque anni dopo, l’autorizzazione a imporre un pedaggio sulle merci in transito lungo la via regale della Lunigiana. Non è difficile capire il perché si cercasse di avere il controllo su queste vie di comunicazione e quanto fosse ragguardevole il ritorno economico. Un ramo dei Dalli, longobardi provenienti dalla Garfagnana, dopo Piolo si insedierà a Busana, come risulta da un diploma ducale del 1442.
I feudi di Busana, Crovarola, Quara e Gova vennero formalmente investiti ai conti Galasso e Luigi (Aloixe) Dalli nel 1453; per Crovarola, si intende proprio Talada. 
Il 15 settembre 2019, in occasione del millenario di questa minuscola parrocchia di montagna, è uscito il pregevole libro di Giuseppe Giovanelli “Talada terra di San Michele” - dedicato a monsignor Giovanni Costi nel sessantesimo della sua ordinazione sacerdotale - frutto di un’immane lavoro di ricerca tra i manoscritti degli archivi e le pubblicazioni reggiane dei secoli scorsi.
Da questo notevole volume sono tratte le notizie che riportiamo, con l’invito a leggere il libro per completare il quadro storico.
Un toponimo unico in Italia: un nome longobardo, Talada, perché è ai Longobardi che si deve la sua nascita. Nella lingua dei Longobardi, “tal” (o thal) significa “valle”, dunque, il nome di luogo “Talada” significherebbe “vallata”.
Viene dunque a cadere l’ipotesi di “calada” in ricordo di una enorme frana che, secoli addietro, avrebbe dato origine a quel breve tratto pianeggiante su cui sorge la borgata.

LETTERE DALLA ROCCA DI MINOZZO - LIBRO DI GIUSEPPE GIOVANELLI

Chi fa ricerca storica e poi la diffonde deve, in ogni caso, essere anche un abile scrittore, con una cura speciale per la forma comunicativa, i metodi narrativi, le scelte stilistiche e il linguaggio utilizzato. Ci riesce benissimo il professor Giuseppe Giovanelli, storico di primario valore, allievo di monsignor Francesco Milani, che dalle carte degli archivi, spulciate e accantonate negli anni, riesce a ricavare testi divulgativi di piacevole, facile lettura, eppure di grande impatto culturale. Autore del nostro Appennino, Giovanelli ha alla spalle una produzione di almeno una ventina di libri e la partecipazione a molte altre opere, come la storia della Diocesi di Reggio e Guastalla. Due anni fa, sollecitato da alcuni amici di Minozzo, ha pubblicato un volume che è un affresco coinvolgente degli anni tra il 1426 e il 1448, non solo del territorio minozzese, ma di tutta quella parte di montagna facente parte del Ducato estense, comprendente anche la Garfagnana, con relazioni in Lunigiana. Il libro si intitola “Lettere dalla rocca di Minozzo” e l’autore lo introduce così: “Le lettere, oltre a dare una collocazione precisa nel tempo ad alcuni eventi storici fondamentali, descrivono, con una lingua semplice e ancor quasi dialettale, la vita quotidiana dei Minozzesi di allora, il loro rapporto di fraterna convivenza con i Garfagnini, le modalità – non sempre entusiastiche come vorrebbe la vulgata ufficiale – della loro sottomissione agli Estensi, la loro voglia di libertà e autonomia, il loro sentirsi Chiesa allo stesso modo in cui si sentivano comunità civile.”
Senza l’instancabile lavoro di indagine, studio e decifrazione degli originari atti d’archivio, non avremmo “la storia”. “Lettere dalla rocca di Minozzo” è frutto di questo certosino lavoro di ricerca e ci conduce in un mondo, quello della montagna del basso medioevo, sottovalutato dai più, sconosciuto, dimenticato. Innanzitutto, però, quando si tratta di storia “locale”, dovremmo comunque ricordare che definire una volta per tutte i fatti umani è pura utopia, perché sempre nuovi documenti e notizie ci giungono dal passato a scompaginare le nostre conoscenze. Forse anche quest’opera qualche dubbio lo instilla, creando desiderio di ulteriore conoscenza.
In una lettera del 5 giugno 1426 riportata nel libro, per esempio, il podestà di Felina, Conte dei Costabili, responsabile in montagna della guerra contro i Fogliani, scrive, a proposito degli armigeri delle rocche: “Questi uomini non possono comperarsi neppure il pane e voi volete che vi paghino il sale? E se anche avessero i soldi – come voi credete che abbiano – volete che corrano anche il pericolo di venir giù a portarveli? A mio avviso è stata una villania incarcerare quell’uomo di Berzana. Non c’è tempo per queste faccende, gli uomini si sentono oppressi, non risarciti come è stato fin qui. Credetemi se vi dico che si induriscono e si disperano. Vi prego, vi prego, messer Vicario, messer Massaro, rimettete in libertà quel povero uomo, lasciategli quel po’ di soldi che la guerra gli lascia, ne ha un gran bisogno. Quando i tempi saranno migliori, si potranno riscuotere sali e dazi con comodo…” Insomma: non è che le guardie delle rocche e gli stessi castellani se la passassero poi tanto bene. Nel 1443, alle Scalelle viene sostituito il castellano Franceschino da Ramusana con Giovanni di Polo da Monzone, detto Giovannello. Ebbene: a quest’ultimo viene anticipato uno stipendio di due mesi da restituire a rate nei primi sei mesi successivi.

domenica 24 marzo 2019

RICATTARE UN SANTO IN MANCANZA DI NEMBO KID - CANTIERI

Cantieri oggi, annonaria ieri

Lavori in corso, cantieri aperti un po’ ovunque nel bel mezzo dell’estate: fibre per interrare le quali si deve rompere l’asfalto, catrame a ricoprire i solchi di cemento lasciati in bella vista dagli operai delle fibre, fogne che esondano a ogni temporale tropicale (anche se non siamo ai tropici), campi arati che riversano fiumi di fango in mezzo alle case, operai a sturare le fogne e a ripulire l’asfalto dal fango dei campi arati. I mesi di luglio e agosto sono andati via così, con mia madre ogni giorno a osservare, criticare, descrivere i cantieri disseminati lungo il percorso, all’andata e al ritorno dal Centro diurno della Residenza sanitaria assistenziale (lode e benedizione su di essa).
«Oh, ma c’è un peso, ma un peso su quel camion… Non vedi? Come si fa a portare in giro un peso così?» Dice, riferendosi a un enorme escavatore dondolante sull’autoarticolato che ci precede.
«Oh, ma se cade, oh, ma sai che peso?»
«Sì, mamma, se cade ci ammazza, lo so», dico io, toccandomi l’abbondanza apotropaica che ho sul torace, «ma vedrai che l’avranno legato bene…»
Lei si aggrappa con tutte e due le mani alla maniglia in alto - sembra davvero nel panico - poi sbotta:«Eh, se ci ammazza pazienza, così la finiamo tutti di tribolare».
Se prima, a queste sue uscite, rispondevo con impulsività, ottenendo un suo irrigidimento e l’immediata recrudescenza della sua innata testardaggine, oggi lascio correre, anzi: le do ragione.
Inutile sprecare fiato ed energie. Inutile dare la stura all’adrenalina, che poi mi si riversa nel sangue, alza i livelli di cortisolo, aumenta il colesterolo, la pressione e dopo mi obbliga a imbottirmi di pillole. Ormai, ne prendo più io di lei.
Soprattutto (per impedire a tutte le pillole di bucarmi lo stomaco), devo mandar giù subito, al mattino, la pastiglietta protettrice. Gastrite cronica, dice il dottore. Da nervoso, dico io.
Poi, leggo che il cortisolo, sollecitato dagli alti livelli di stress, provocherebbe le demenze. Allora mi immagino tra vent’anni ridotta come lei, per cui, sì, forse sarebbe meglio che quell’escavatore ci piombasse sull’auto.

mercoledì 9 gennaio 2019

LA STORIA DI TERZO E ROSALBA - QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

Quando fecero il loro ingresso a San Piero a Grado, dalle parti di una millenaria pieve in quel di Pisa, la popolazione uscì in strada, prima incredula, poi divertita, e cominciò ad applaudirli. Dopo ben quarantun anni, era la prima volta che, dal 1926 (data della loro partenza da Genova per l’Argentina), Terzo e Rosalba Rubertelli tornavano in Italia. Scesi all’aeroporto di Pisa, invece di prendere un taxi, avevano optato per una delle carrozze trainate dai cavalli di solito usate dai turisti. Con quello spettacolare mezzo, si presentarono perciò alla porta di Palmira Santini, la sorella di lei, da anni residente con la famiglia a San Piero a Grado.
In quella casa, ben incorniciata ed esposta, c’era la fotografia del loro imbarco. Palmira non aveva mancato, nel corso degli anni, di indicare al suo figlioletto quei due viaggiatori piccoli piccoli, con il braccio alzato: gli zii d’Argentina che salutavano da lassù, sul transatlantico Giulio Cesare.
Rosalba era nata a Valbona di Collagna nel 1902, figlia del pastore Luigi e di Domenica Santini, i quali si erano poi trasferiti a Predolo di Villaberza, luogo di sosta nella transumanza verso il mantovano, dove erano via via nati gli altri figli.
Terzo Antonio, invece, era nato a Gombio, allora nel comune di Ciano d’Enza, martedì 26 settembre del 1905, figlio di Attilio e di Emma Tommasi, ed era stato battezzato solo sette ore più tardi dal parroco don Enrico Mailli.
Terzo e Rosalba erano partiti dopo il matrimonio, celebrato da don Battista Zini il 6 maggio del 1926 nella chiesa di Villaberza. L’Argentina era un miraggio, la possibilità di una vita migliore che già altri emigranti della montagna avevano inseguito.
Un certo Egidio Ferrari, fratello dei due partigiani di Casa Ferrari che poi vennero trucidati nel ’44 sul Monte Battuta, era partito anni prima e, dai racconti dei parenti, pare che laggiù facesse il “vaquero”, praticamente il cow boy.
Forse, i due novelli sposi avevano preso contatto con lui? O con qualche altro conoscente? Anche un Pedroni, di Soraggio, era finito laggiù e non s’era mai rivisto, esattamente come il Ferrari.
Presa la decisione, preparati i documenti, i due giovani raggiunsero Genova.
C’è chi racconta che, in attesa della partenza, gli sposi si fossero fermati in una bettola del porto, dove li avrebbero derubati di tutti i soldi. Cosa abbastanza consueta in quel contesto. Comunque, alla fine, salparono.
La nave era la stessa su cui, tre anni dopo, si sarebbero imbarcati i nonni paterni e il padre - allora ventunenne - di papa Francesco.
In Argentina, già da decenni, gli italiani avevano formato associazioni e dato vita a giornali con i quali cercavano di costruire oasi di italianità. Le celebrazioni per le feste civili italiane spesso vedevano una quantità di bandiere tricolore tanto grande da far sembrare Buenos Aires una città italiana. Già nel 1895, infatti, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani.

lunedì 31 dicembre 2018

ESAI DELLE RONDINI - FAVOLA


 ESAI DELLE RONDINI

C’era una volta una mamma che viveva vicino a una sorgente, ai limiti del deserto.
Aveva appena messo al mondo il suo bambino, il piccolo Esai (che significa ‘dono’), e se ne stava, tutta sola, in una povera capanna di paglia e fango, addossata a una palma da datteri, insieme alle pecore, alle caprette, ai colombi, a una mucca, un gallo, due galline e un gatto rosso.
Il marito era dovuto partire prima che il bimbo nascesse: il suo mestiere richiedeva spostamenti e, da mesi, era andato a prestare la sua opera come carpentiere al palazzo del re.
La reggia era molto distante, nella grande città capitale del reame, e l’uomo sarebbe ricomparso solo a lavoro concluso. La moglie aveva una vecchia madre, tuttavia questa viveva lontano, sulle rive del lago dall’altra parte del deserto, insieme alla figlia più giovane e al genero che, di mestiere, faceva il pescatore. Era partito con il pianto nel cuore, il falegname, perché sapeva quanto sarebbe stato difficile per la moglie, finalmente incinta, occuparsi di tutto e in perfetta solitudine.
Soltanto dopo diversi anni e tante preghiere, tante suppliche all’Altissimo perché concedesse loro il dono della vita, Esai era comparso nel grembo della mamma e il sogno si era avverato.
Era nato con lunghi capelli rossi, del tutto identici al pelo del gatto, e grandi occhi blu.
Sorrideva sempre. Guardava la sua mamma e sorrideva. «Ridi, ridi, piccolo mio, mio tesoro. Sei venuto da lassù, e il cielo ti è rimasto negli occhi», lo vezzeggiava lei, mentre lo allattava, legato nella fascia, e, intanto, attingeva l’acqua alla fonte.

La capanna era piccola, con una larga tenda dinanzi che la riparava dal sole. Sotto quella tenda, tre pietre costituivano il focolare su cui poter preparare i cibi. Bathsheva, la mamma di Esai, cuoceva ogni giorno il suo pane sulle pietre, prima di portare le bestie al pascolo e poi ad abbeverarle alla fonte. Con il marito Hadas, aveva potuto costruire la propria abitazione vicino all’acqua in cambio di una promessa agli esattori del re: i due sposi, oltre a occuparsi del pascolo, avrebbero irrigato anche un campo di grano, dopo averlo arato e seminato, per poi portarne tutto il ricavato alla reggia.
Perfino il letame della mucca, ben essiccato, la giovane Bathsheva doveva ammonticchiarlo e poi consegnarlo agli esattori, perché sarebbe stato utilizzato come combustibile per le cucine della reggia. A ogni primavera, nell’umile capanna arrivavano le rondini. Fabbricavano tanti nidi sotto il tetto di paglia e sapevano che nessuno si sarebbe lamentato per la loro presenza, sapevano di essere ospiti gradite. Sapevano che i padroni della casupola non le avrebbero allontanate a causa dei bisognini dei loro piccoli che imbrattavano di bianco le pareti. Bathsheva avrebbe semplicemente ricoperto di fango quegli schizzi e le avrebbe salutate alla loro partenza, non come il re, che dal palazzo le aveva cacciate:«Forza, uccidete quei maledetti uccellacci!», aveva ordinato alle guardie, «Sporcano i miei marmi preziosi! Via!» Così, le guardie avevano distrutto tutti i nidi, e le rondini erano fuggite nel deserto.

giovedì 13 settembre 2018

TRE POETI - POESIE DEI FINALISTI DEL PREMIO LUCIANO SERRA


Alcune delle mie poesie presenti nel volume




















 Elissa

Vanno e tornano,
le onde; danzano,
lisciano la riva; la mordono
e consumano. Limano
le asperità sue,
incompiute.
La insaporiscono d’alghe morte
e sale.
E qui giungesti profuga,
Elissa, che Sicharbas, l’anima
del tuo amato
– vai, vai lontano –
t’aveva detto.
E tu dormivi.

Più debole appare la donna
nel sonno, nel dolore; 
le parlano, placati,
numi e spiriti,
quando in altro modo (vili?),
la ignorano.

- Vai, vai lontano – e tu fuggisti
con le navi e Anna e gli averi
del tuo Sicharbas, trucidato dal re,
e di Tiro i cittadini a te fedeli.

Ideasti, nella terra dell’approdo,
di nastri una cornice
limitante
ventidue stadi;
pelle di bue a strisce, a fili:
il perimetro
della bella Cartago. 

Pensava, il sovrano Iarba,
d’ingannarti
di farti sua.
(E tu ingannasti lui)

Andavano, tornavano
(i principi numidi e Iarba, il re)
insistevano.
Possederti era l’intento,
intaccando
le tue increspature,
levigando volontà e coraggio,
revocando la tua libertà.

Avanzano e ripiegano,
i frangenti del tuo mare,
insistenti.
- Sì, sarò tua sposa – hai detto.
(l’hai truffato, Iarba, ancora)

S’aggirava, gonfio il petto,
a gloriarsi:
predatore, tu preda;
il dominio, la vittoria,
il piacere dell’abuso
eran ghigno sul suo viso.

(E il poeta t’abusò, poi,
ancora,
mentendo - narrando,
per cancellarti com’eri -
la tua passione per Enea,
e di te disperata
e di te, non voluta,
che peristi)

Affrancata vivevi, Elissa Didone,
come le onde,
e pur l’aveva appreso, Virgilio
il menzognero.

Fiera,
respirasti il tuo mare,
la risacca e i bianchi flutti
e l’ostro salino.

A fondo ficcasti la spada
nelle viscere tue.
- Eccomi, vengo da te, mio Sicharbas-

(e lui, che, t’amava, t’attendeva)


Sidereus nuncius

È solo abbaglio la purezza degli astri.
Questo aveva afferrato
il suo occhio
studiando i cieli
dal cristallo di vetro.

Eccoli allora i tutori della verità, i chierici:
- Non puoi tu divulgare contro la Bibbia teorie empie -
A Roma, lo reclamarono,
lo citarono in giudizio.

Da lontano, al confino sul colle
di Arcetri, guardò ancora le stelle
e guardò il mondo ottuso;
incapace di riconoscere

il dono.



Diciotto anni

Insolito monumento
di cupa solitudine.
Sono morti troppo bene
questi diciott’anni
troppo bene.

Di fiori, le strade vestite
e di fontane ai bordi;
d’angosciosi dilemmi
colmi
i giorni.
(Hai visto? Che t’avevo detto?)

Vuote le pagine:
bianche
deserto
sgomento
e pochi minuti soltanto
pochi anni per riempirle.

Progettare un effetto di spazio
o soffocare
in assenza totale
d’aria
di colore
d’arcobaleni e mattini.

Noia (magma che assedia
e fagocita)
da intaccare, almeno.

E in ottobre le case
giaceranno abbandonate
tra cascate di nebbia,
e gli zingari accenderanno i fuochi
e un vecchio se ne andrà tremante
per un viottolo di foglie secche.


ROVINE - RACCOLTA DI POESIE DEDICATE AI CASTELLI DI MATILDE


Alcune delle poesie presenti nel libro















Nostalgia delle pareti

Le bufere non hanno atterrato
gli aceri e le querce:
di leggiadrìa sacra, i tronchi
non temono il vento
né la nebbia. 
I semi danzano e vanno,
volano, orientati dal cosmo, 
fin sulle pietre alte
torreggianti,
dove la luna
sorveglia l’insonnia dei gufi.
Hanno assunto il vivere
rasente l’abisso
gli alberi e i cespugli,
anche se costa e fa male.
Per nostalgia delle pareti,
delle travi sorelle
a difesa, o per sete millenaria,

che le tormente non fermano.



Sul confine

L’azzurro è limite, è il confine,
linea smerlata del precipizio,
infinito nel cielo e oltre.
L’universo riversa melodia
nell’utero del castello,
nel nostro grembo.
Quanto sangue, sui muri,
e quanti baci, nella luce azzurra
oltre il margine infranto.
Ogni pena, nella vita,
tutto il male che ci offende
si riordina e sbiadisce
sul confine.
Riprendere fiato a fondo
dobbiamo,
e odorare le foglie, la neve,
le viole e i narcisi.

Odorare la calendula
e i minuti secondi che ci restano.
 


In attesa

Nelle ore smorte di certi giorni
si attende chi non arriva
tra le pietre,
e si celebra ogni assenza,
ogni rimpianto,
con battesimi di pioggia fine.
Di sasso in sasso, sui gradini,
l’umidità scioglie la solitudine,
dilava dal volto la ruggine bruna
del rancore, la stilettata dolente,
irritante,
di vecchi abbandoni.
La pioggia è innocente, è compagna.
È confidente sicura, come i laterizi
delle scalinate, e le tegole rosse
figlie di arcaiche fornaci.
Colano invisibili le lacrime
sotto la pioggia
nell’attesa di chi non arriva.

Siamo tutti in cerca di un villaggio,
in attesa inquieta di un incontro.



L’inverno dell’anima

Fiocchi di neve smarriti,
ammassati nelle strettoie,
collane di perle abbandonate,
abbozzano marosi di spuma.
Muraglie come grovigli
di fauci nevose
labirinti dove l’anima
cristallizza, pietrifica,
si fa diamante
e solleva tra le braccia
il bambino ferito
della propria interiorità.
E gli mostra, a ponente,
i poggi estivi

dove sbocceranno i papaveri.





  Canossa

C’era un nido sulla vetta piana,
su questa pietra riparata, fragile,
bianca, consumata,
come certi inverni di gennaio,
quando onde brune di scirocco
smembrano le nevi.
C’era una roccaforte
altera, bellicosa
sullo scoglio, sull’isola
dai riflessi di sale,
sovrana dei calanchi;
fortezza, ora, bruciata dal fulmine,
abbaglio di ieri, sembianza che sfugge
tra le rovine,
tra residui macchiati di malinconia:
illusione spezzata per sempre.
Eppure, quel nido disfatto
non è pietra abbattuta,
ma un sentiero da imboccare
a piedi nudi.
Proseguiamo sui passi di chi,
nel fondale del crepuscolo,
proietta da secoli lontani

le nostre ombre.

  

Lei

Si può solo tacere, qui
davanti al cuore del mondo
e rimanere sazi di bellezza
come una corolla in faccia al sole.
Non si ha voglia di alzarsi
dal fresco dell’erba
dove riposa il sogno dell’estate.
Ci si scopre rapiti da una festa limpida,
sotto il quieto blu 
che avvolge i colli.
Dolce terra, consacrata, protetta
con la pazzia di un grande amore, 
da Lei, che ancora cammina,
lungo strade e sentieri
e mai accetterà l’esilio.
Cammina superba e libera semi
nel terreno rigoglioso

dove tutto ebbe inizio.



giovedì 29 marzo 2018

NEVE DI FEBBRAIO - POESIA

Neve di febbraio

Foderato il bosco, il suolo: fronde e tronchi
gonfi e agghindati
in raccolto torpore;
in parabole nere, corvi gracchianti
a lamentare l’assenza
tra le chiome
di prede e noci, e di ripari ospitali.
Impone, la natura, inerzia all’uomo,
riposo
silenzio. Dei pensieri ascolto.

Contrastiamo – indocili - ogni tregua,
invece,
anche quella, bianca, della neve,
come il pettirosso affamato
volato
a ripulire briciole sui balconi.

Che forse temiamo di morire
di quiete.

Noi, che paventiamo
l’ascolto della mente.

venerdì 16 marzo 2018

DISTILLO SILENZIO - CICLI

Cicli

Poi ci si abitua ai vortici
di nuvole festose
districanti sul blu
fronzoli di vapore.

Poi ci si abitua ai vortici
di fumo e profumo
di legna e castagne
e nebbioso muschio.

Poi ci si abitua ai vortici
di rosso vermiglio e oro
e ruggine e bruno
dei pampini caduti.

Poi ci si abitua ai vortici
puliti e ipnotizzanti
di tenere falde nugolo
a silenziare la terra.

Poi aspetterò i vortici
dei fiori dei ciliegi,
del prugnolo selvatico,
del biancospino.

E sarà un turbinio
di bianco lungo le siepi
nel tempo delle nozze

e delle prime comunioni.