Il mio ultimo libro, in distribuzione per Garfagnana editrice: http://www.garfagnana-editrice.it/index.php/Distribuzione
il Blog di Normanna Albertini - Insegnante e scrittrice. "Ogni persona brilla con luce propria fra le altre. Ci sono persone di un fuoco sereno, che non sente neanche il vento e persone di un fuoco pazzesco, che riempie l'aria di scintille. Alcuni fuochi, fuochi sciocchi, né illuminano né bruciano, ma altri si infiammano con tanta forza che non si può guardarli senza esserne colpiti, e chi si avvicina si accende." (Eduardo Galeano)
domenica 23 novembre 2014
SCOPRI L'ARTE E METTILA DA PARTE - RACCONTO GIALLO FINALISTA AL CONCORSO "GARFAGNANA IN GIALLO 2014"
Arrancare
verso il Passo di Pradarena respirando il gas di scarico d’un indolente e
scoppiettante camioncino
“Trasporto animali vivi” non è esattamente come
correre in Formula Uno, ma mi tocca. Volevano un asino? I bambini volevano un
somarello vero da accarezzare? Se una si mette in testa di costruire un
agriturismo con attività di fattoria didattica, certo che poi deve procurarsi questo
benedetto somaro.
Due
viaggi fin nel reggiano, sulle colline matildiche, lì a due passi da quattro
colli che paiono quattro mammelle d’una cinghiala gigante, sovrastati da due
castelli, o forse tre, o forse quattro. Non avevo avuto il tempo di controllare,
ma so che sono castelli della Gran Contessa.
Sì,
proprio lei: Matilde di Toscana. Donna tosca e tosta come me.
Lì, e
solo lì, a Salvarano di Quattro Castella, si trovano tutti gli asini e le
asinerie che si desiderano; voglio dire: trovate pure il latte d’asina, che è
uguale al latte materno, e poi salumi d’asino, formaggi d’asino e creme di
bellezza al burro asinino.
Così li
ho poi acquistati, gli asini: ne ho presi due; si faranno compagnia; non potevo
rischiare che uno solo, in isolamento, s’ammalasse di depressione. Che dopo
avrei dovuto comprargli un animale da compagnia, magari un’oca starnazzante e
scagazzante.
Via,
dai, camioncino, muoviti! A furia di pigiare il freno, m’è venuto un crampo al
piede, ma ormai ci siamo; Borsigliana non è lontana. Il camioncino davanti a
me, infatti, rallenta e mette la freccia a sinistra. Mi aspetto che s’avvii per
la salita con tutta la spinta possibile, e lo incoraggio pure, apostrofandolo
tra me e me con termini irripetibili - e anche un po’sconci - invece no: si
ferma.
Non
vorrà mica scaricarmi gli asini lì? Accosto e scendo.
Per la
miseria! C’è la macchina del prete in mezzo alla strada con una portiera aperta
e qualcuno riverso fuori. Sì, sì, è proprio quella del nostro prete.
La
riconosco per un adesivo, lo stemma di un coro di alpini, appiccicato dietro. Il
nostro prete ha una vera passione per i cori, i balli e la musica molto molto
popolare. Diciamo che gli piacciono il ritmo e il rumore, più che altro.
Scendo;
è sceso anche l’autista del camioncino, mentre i somari, dentro, fanno i
somari: scalciano e ragliano a più non posso. “Oh, ma questo chi è?”, fa
l’autista – reggiano purosangue - un pochino impensierito e con una faccia
leggermente schifata, “Non mi sembra mica tanto italiano questo qui, sa? Sarà
meglio non toccare niente e chiamare la polizia e l’ambulanza, che dice lei?”
Rimango
lì come una statua di gesso del presepe serbato nella sagrestia di Borsigliana,
tra un organo malridotto e polverosi candelabri, guardo il tipo penzolante dal
sedile, esamino l’interno dell’auto, dove alcune bottiglie di vino da messa
sono ruzzolate sui tappetini, provo a mettere in fila le cose da fare, prendo
il cellulare, penso a chi chiamare, penso a cosa sarà successo, ripenso a chi
chiamare, rimetto in fila le cose da fare, noto che una delle bottiglie era
aperta e ha disseminato il suo contenuto in giro, respiro odore di vino, poi mi
monta dentro una paura tale che non riesco nemmeno a digitare il 113 o il 118.
Gli
asini continuano a ragliare a più non posso, irritando i cani dei dintorni - i
quali replicano abbaiando come indemoniati - e le galline di un pollaio vicino,
mentre l’autista picchia con il pugno contro il camioncino: “E basta,
bestiacce! Basta o vengo dentro e dopo vedrete che state zitti!”
È un
omino piccolo e grassottello, l’autista, con due baffetti hitleriani, enormi
orecchie a sventola e pochi capelli neri incollati dal sudore e dall’unto a una
capoccia perfettamente sferica.
Pare un
omino di neve, anche per il lungo naso carico di brufoli, rosso come una carota;
mi scruta e sbotta: “Ma chi è quest’africano?”
Mi
riprendo, osservo l’uomo ferito (o morto?), ma le mie mani insistono a tremare,
tanto che fatico - maledetta tastierina da gnomi! - a digitare i numeri sullo
smartphone. Però lo identifico senza dubbio alcuno: “È padre Prince Lugard
Mensah, il nuovo parroco di Borsigliana. È di origini ghanesi. Il vescovo l’ha
mandato qui neanche un anno fa.”
L’omino
di neve, autista reggiano di “Trasporto animali vivi”, scuote il capo: “Pensavo
che i ghanesi fossero finiti tutti a Reggio, in via Turri, insieme a cinesi e
nigeriani. Un prete poi…mah… ac lavuùr con tutta ‘sta gente che viene da
fuori, povera Italia a gambe all’aria!”
Finalmente
riesco a chiamare sia l’ambulanza sia la polizia. Poi stiamo lì in attesa,
mentre gli asini tirano calci dentro al camioncino e pare che si metta pure a
piovere.
Però,
per la miseria, sarà mica morto, il nostro padre Prince?
Non ho
il coraggio di verificare; i morti mi hanno sempre fatto impressione. Anche
nelle camere mortuarie mi fa schifo entrare. Tutto quel grigio freddo
contornato da fiori puzzolenti mi attorciglia lo stomaco. La morte è proprio
brutta. Aspettiamo.
Un tipo
così allegro, padre Prince Lugard Mensah, allegro e vivace, giovane, con un
fisico da calciatore, aveva portato una ventata di novità e giocondità
nell’anziana e striminzita popolazione di queste parrocchie garfagnine. Le
vecchiette lo adoravano. Da quando era arrivato lui, pareva che ci fosse la
gara a partecipare a più messe e rosari e vespri possibile.
Pareva
che le vecchiette si litigassero i primi posti nei banchi in chiesa. Pareva che…
bene come lui: la messa, la predica, i rosari, la visita ai malati in ospedale,
l’accoglienza ai bisognosi, nessuno mai.
Che
fosse “colorato”, padre Prince Lugard Mensah, dopo il primo ruvido impatto, una
volta capito che amava il vino, il pecorino e le vecchissime canzoni di chiesa
(quelle tipo “Immacolata/vergine bella/ di nostra vita/ tu sei la stella…”),
non interessava a nessuno. Era come fosse nato e vissuto da sempre in
Garfagnana; uguale uguale.
In
conclusione, a messa lì a Borsigliana e nelle altre sue chiese, ci s’andava più
volentieri, e c’era chi veniva apposta per lui fin da Piazza al Serchio, o
addirittura da Castelnuovo. Anche donne giovani, c’erano, che mai s’erano viste
prima così giovani e così pimpanti.
domenica 17 agosto 2014
"TRIBULUM", TREBBIARE E TRIBOLARE. LA MACCHINA DA BATTERE
Solenne
come un ligneo, epico cavallo di Troia, verniciata di rosso arancio, aveva
l’aspetto di un
monumentale carrozzone, una diligenza del west, una robusta struttura
da guerra, ma pure di un fortilizio da scalare e sottomettere. In realtà, era
solo un grande cassone di legno di forma trapezoidale posto su un carro a quattro
ruote lungo all’incirca sei metri; sui fianchi si protendevano delle stanghe
che sorreggevano le pulegge. Tutta dipinta di quel tipico, brillante arancione,
con le targhette ottonate riportanti il nome della ditta costruttrice, gradualmente
ogni anno perdeva un po’ di colore, assumendo quello più consono della polvere
e del grano maturo.
Gli
uomini la piazzavano; “piazzare” era proprio il termine utilizzato per definire
le interminabili azioni - tra urla, imprecazioni più che colorite, ordini dati
a destra e a manca - attraverso le quali il ciclopico macchinario veniva bloccato
al suolo, pronto per la battitura. Si vede che la trebbiatrice doveva essere
“piazzata” in modo da non spostarsi nemmeno di un millimetro, tanto da poter
sostenere le più potenti vibrazioni.
Era una
festa, per noi bambini, ma anche un’avventura quando da lontano captavamo il
rimbombare potente del trattore - a cingoli, o anche a ruote - che trainava la
macchina da battere. Più forte, sempre più forte (e se c’erano i cingoli
stridenti sulla ghiaia della strada il fracasso era davvero assordante), la
carovana e l’allegra brigata della macchina da battere annunciava così la sua
venuta a Soraggio.
Imboccata
la ripida, stretta stradina che allora conduceva in paese e arrivati nel primo cortile,
iniziava la messa in bolla del bestione rosso. Messa in bolla, certo, che la macchina
doveva essere assolutamente allineata e ferma. Mi pare che si chiamasse
Arnaldo, l’addetto al posizionamento, e che fosse il marito dell’Irene, una
simpaticissima e bella signora che era stata per tanti anni a servizio in quel
di Milano e che, a quei tempi, risiedeva, con il marito, in una bella casa
isolata in mezzo ai boschi prima di Zuccognago.
Irene,
però, mica aveva smesso di lavorare: faceva, disfaceva e rifaceva materassi,
coperte imbottite, cuscini. Bastava chiamarla ed ecco che lei raggiungeva, a
piedi e con tutti i suoi utensili, le famiglie che la richiedevano. Somigliava
un po’ a Katharine Hepburn, ma era più dolce, più morbida: i capelli rossi
gonfi, il volto dai lineamenti fini, con le labbra piene e sensuali, un gran
sorriso e un bel corpo. “Guarda che belle gambe ho ancora!”, disse una volta a
mia madre tirandosi su la gonna, mentre era lì che trafficava con il lungo ago
da materassaia, e poi strizzò l’occhio: “Sapessi che scherzo ho fatto stanotte
ad Arnaldo! Ho preso una zampetta morbida del coniglio che avevo spellato e me
la sono messa addosso, e lui, quando ha allungato la mano…” e scoppiò a ridere.
Era
così, Irene, era capace di fare tutto, brava a cucire, a lavorare a maglia, a
cucinare, e poi era intraprendente, intelligente, spiritosa, dissacrante. Quelle
volte che ce la ritrovavamo per casa era sempre occasione di grandi risate.
Il
marito, invece, era più taciturno; mi pare che lavorasse senza troppo alzare la
testa quando era lì con le stanghe e la “binda” - un sollevatore - a piazzare la trebbiatrice. Lui e gli altri,
con tavole, cunei e leghe a scatto, alla fine trovavano la posizione giusta, poi
andavano a rimorchiare la pressa da porre all’uscita della paglia; la pressa
era quel “cavallo con il becco” che inghiottiva la paglia e la trasformava in balle
legate con il fil di ferro.
Ma non
era finita, poiché dopo c’era da mettere in tensione la cinghia che collegava
alla trebbiatrice la puleggia posta dietro al trattore. La tensione doveva
essere quella giusta o la cinghia poteva staccarsi, costituendo un serio pericolo,
oltre a sollevare un gran polverone, se fosse caduta come un’enorme frusta addosso
a chi era lì intorno.
La
macchina da battere veniva “piazzata” (“impiasâr” era il verbo in dialetto),
cominciando dalla prima casa, in ogni aia di Soraggio, il che significava tutte
le volte un lavoro madornale di montaggio e smontaggio. La nostra famiglia era
l’ultima a battere e la nostra aia era l’ultima ad accogliere la trebbiatrice. Dopo
di noi, la carovana con la sempre più allegra brigata della battitura - ormai
anche molto alcolica - sarebbe lentamente caracollata giù per la discesa
ripidissima che conduceva a Case Ferrari.
Da
laggiù, solo il cielo poteva aver idea di quando la comitiva sarebbe risalita,
ma tutti eravamo sicuri che nessuno sarebbe tornato lucido e saldo sulle
proprie gambe; come si diceva una volta, i più li avremmo visti rientrare a
fatica in “gatûn”, perché il vino di Case Ferrari, chissà perché (qualcuno, per
motivare la ciucca, vociferava di pallini di piombo da caccia aggiunti nei
recipienti!) fregava anche il più avvezzo bevitore.
sabato 26 luglio 2014
Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)
Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)
15 luglio 2014
di Normanna Albertini
Tremolano le organze sotto carnali blandizie di folate torride
che le finestre complici lasciano fluire
finché la sera pigramente calma la passione
refrigerandola.
Così, le tende si svolgono, s’allargano, sbrogliano l’eccitazione
maturata dai leggeri tocchi, sciolgono l’amplesso ambiguo
del vento,
ora che i maggiolini percuotono, insistenti, i vetri chiusi
fino a morirne.
Imprigionata in casa una falena si libra e ruzzola dal sipario
sciorinato delle tende alla lumiera, disegnando sui veli ghirigori
di polvere bruna; che voi, tende, siete teatro e tela del pittore.
https://vibrisse.wordpress.com/tag/normanna-albertini/
Tremolano le organze sotto carnali blandizie di folate torride
che le finestre complici lasciano fluire
finché la sera pigramente calma la passione
refrigerandola.
Così, le tende si svolgono, s’allargano, sbrogliano l’eccitazione
maturata dai leggeri tocchi, sciolgono l’amplesso ambiguo
del vento,
ora che i maggiolini percuotono, insistenti, i vetri chiusi
fino a morirne.
Imprigionata in casa una falena si libra e ruzzola dal sipario
sciorinato delle tende alla lumiera, disegnando sui veli ghirigori
di polvere bruna; che voi, tende, siete teatro e tela del pittore.
https://vibrisse.wordpress.com/tag/normanna-albertini/
mercoledì 25 giugno 2014
TRE LIRICHE: GIOCHI POETICI IDEATI E CURATI DA GIULIO MOZZI
La stufa a legna (Le cose che ci sono in casa, 19)
Di Giulio Mozzi
di Normanna Albertini
Oh tu, Stufa ospitale, bollore
avvolgente di vampa, oh riparo qual roccia
a cui far ritorno, come militi dalle trincee
agli ospedali da campo, percossi, sfregiati,
soldati, volti esangui di livido ghiaccio
in contesa percossi: oh tu che gradisci
ciocchi riarsi di quercia e robinia
di faggio crocchiante, fiamma e danza
di ubriaco sbilenco per strade notturne,
e di essi ti nutri finché fuori è nevischio
farinoso, o è diluvio, o vento infiacchente
o cupezza brumosa disfacente le ossa
rabbuiando l’anima che vagheggia la luce, colore
di corolle e boccioli; oh fiato vitale di fuoco
tu che m’aspetti, e calda m’accogli, intendimi!
Tu, nel cui ventre, nell’utero celato
di cotta terra incrinata, le fiamme cospicue
produci e custodisci e rendi al cielo:
rendi il fumo bianco del faggio
della robinia e della quercia – più ferrigno
del castagno – al vento e al bosco, e a me il calore
come coltre premurosa che mi cinge
mi soccorre e mi rinfranca, tu doni senza costo,
senza sosta, tu, Stufa matrona della mia cucina.
Vorrei tanto, come nella fanciullezza,
la tinozza d’acqua calda accanto a te e dentro
immergermi – anche il capo – e risorgere
avvoltolarmi in quei teli candidi
intiepiditi sui tuoi fianchi in cerchio
oh calda Stufa! Che nulla può l’inverno.
Edgar Lee Masters meets Alessandro Manzoni / Gertrude
Di Giulio Mozzi
di Normanna Albertini
Prima ancora di sapere ch’ero femmina,
prima ancora di vedermi
e darmi un nome, mio padre
mi decretò scarto;
ch’io non intaccassi mai
il patrimonio di famiglia.
Che una femmina non vale quella cifra.
Fui badessa da subito, e per ninnoli
tetre monache di pezza.
Due righe a un paggio innamorato
e fu esilio tra le mura odiose.
Despota mi feci, per le educande,
feroce. E peccai; il piacere presi
da un uomo, senza freno.
Se solo mio padre
m’avesse stretta a lui,
avrei più tardi compreso l’inganno.
Non avrei parlato, no.
Avrei taciuto.
Avrei cacciato quell’uomo dal convento.
A lui, che tanto aveva osato,
risposi invece, io, la sventurata.
Lodi del corpo maschile / Le cosce
Di Alessandra Celano
di Normanna Albertini
Quando ben vigorosi
vedo lustri cavalli
salir sgroppando i colli
e i muscoli nervosi
guizzar lor sottopelle,
ecco il cuor che s’agita,
e grida su alle stelle
che bramo le tue belle
cosce d’ambra solida.
Oh, come vivo in pena,
oh, quei massi ruvidi,
baluardi sempr’impavidi
di bruciante rena!
In pena, mio diletto:
da te son separata
e sogno il tuo stretto
ghermirmi abbandonata
e avvolgermi nel letto.
venerdì 20 giugno 2014
venerdì 11 aprile 2014
LA META' DEL MONDO NON SA COME VIVE L'ALTRA META' - LA CULTURA DELLO SCARTO
“La metà del mondo non sa
come vive l’altra metà.“
È la trasposizione in italiano del libro “How the Other Half
Lives” (1890), un testo basilare per la storia della fotografia, e in più un
testo indispensabile per capire la storia della città di New York, oltre alla
storia sociale in generale. Scritto da Jacob A. Riis, un giornalista del “New
York Tribune” di origine danese, il libro si occupa delle condizioni di vita e
di lavoro delle comunità d’immigrati (italiani e del resto d’Europa, ma pure
cinesi) che trascinavano le loro fatiche nella metropoli newyorkese durante gli
ultimi decenni del
diciannovesimo secolo. Riis era dunque danese, nato a Ribe,
in Danimarca, in una famiglia di ben quindici fratelli. Tanti figli e poco
pane, e poi la crisi. Emigrare fu obbligo e urgenza, non scelta, non possibilità.
Fu l’unica possibilità. Jacob varcò l’Oceano e giunse negli Stati Uniti, dove
si immerse nella marea spersonalizzante di centinaia di migliaia di emigranti;
poveri disperati che nuotavano ogni giorno contro le correnti spaventose della
miseria. Trovò finalmente impiego come reporter presso la “New York Tribune” e,
nel 1877 cominciò a lavorare per la Associated Press. Scese allora nelle
baraccopoli, quelle che ben conosceva: una congerie di alcolizzati, prostitute,
di banditi e delinquenti di ogni genere, di bambini disperati, affamati, soli; un
accumulo di modi di agire e di vivere molesti per le “persone bene” che mal
tolleravano e nemmeno conoscevano (o volevano vedere) questa parte malandata di
persone abbandonate dalla società. La “massa sobrante” di tanti Paesi del mondo
d’oggi; gli esuberi, gli inutili; il popolo in esilio dei miseri. Erano italiani,
irlandesi, ebrei messi fuori dalla storia, ai margini. Segregati in un limbo
fatto di lavori occasionali, sfruttamento, violenza, sopraffazione, fame,
mancanza di diritti. “In un solo isolato di caseggiati che totalizzava 132
stanze, vivevano 1.324 italiani emigrati, per lo più uomini, operai siciliani
che dormivano in letti accastellati a più di dieci persone per camera, per un
intero isolato”.
Riis scese in quelle strade, entrò in quei caseggiati e li
fotografò; fu il primo ad usare la fotografia e il giornalismo con l’intento di
aiutare i poveri, soggetto principale delle sue opere. Il sottobosco dell’East
Side di Manhattan, tanto molesto per l’alta società, emerse violento nelle sue
fotografie, ma anche nelle sue statistiche, nei disegni e nelle descrizioni
grafiche. “La metà del mondo non sa come vive l’altra metà.”
lunedì 27 gennaio 2014
DAL MIO ROMANZO "SHEMAL", CHIMIENTI EDITORE, 2004
Capit. 2
LA PESTE ERETICA
Il profumo intenso della
vita nei campi gialli di tarassaco. La primavera è vita tenace, che rinasce e
tracima e inonda e offende. Il profumo, nel vento violento d’aprile, è dei
fiori, dell’erba, della terra bagnata. È pieno e sensuale, pungente e
selvatico, insistente. La vita è vita e fluisce, scorre, importuna e dà
scandalo. Non si può reggere all’insistenza del suo risorgere, quando allaga i
campi, i boschi, le acque, i corpi. Fermarla, bisogna fermarla. O, perlomeno,
si dovrebbe educarla.
Nel buio della prigione
Elvira ha gli occhi chiusi. La cella è un pozzo umido e maleodorante, lontano
dalla luce e dal vento di quei primi giorni d’aprile; un tunnel per l’inferno.
Elvira ha gli occhi chiusi, i polsi e le caviglie stretti nei ferri, piagati e
sanguinanti. Il terrore che la pervade le paralizza i pensieri, scindendo la
mente dal corpo, squartandole l’anima e riducendola a brandelli. Elvira non si
percepisce: non ha più carne, spirito, cervello, non riesce ad aprire gli
occhi, a muovere le braccia, le gambe, a parlare, gridare, piangere.
L’hanno rivestita? L’avranno
rivestita? In ginocchio aveva implorato i suoi torturatori di spiegarle cosa
volevano che confessasse. Quieti, paterni, come si conviene a chi opera in nome
di Dio per la salvezza delle anime, si erano limitati a suggerirle di
dichiarare la verità, perché
conosceva bene il suo peccato, Elvira
del Campo, o se lo conosceva! N'erano certi, i due domenicani, e sapevano che
non avrebbe tardato a rivelarlo in tutta la sua sozzura. Bastavano pochi giorni
di garrotta e strappado.
In fondo, la vita è così
insolente e scandalosa che va per forza
rieducata; il Signore Dio non può essere lasciato solo a combattere contro il
peccato di questa sua creazione così imperfetta, va aiutato e consigliato,
perché, a volte, sembra quasi non rendersi conto di quante brutture gli siano
sfuggite di mano il sesto giorno.
Non l’hanno rivestita; sente
appena il calore di un rivolo di sangue che, dal collo, le cola giù, sul seno.
Sente il freddo del muro sulla schiena. L’umiliazione della propria nudità
violata è talmente dolorosa che la scuote dal torpore e le consente di
riprendere, almeno parzialmente, il controllo del proprio corpo.
Le zaraguelles, i panni delle vergogne, almeno quelle gliele hanno
messe. Anche a Cristo coprono le parti intime con un cencio bianco, quando lo
raffigurano negli affreschi e nei quadri. Possibile che i boia romani si
dessero la briga di usare tanto pudore con i condannati a morte simili a Gesù,
sobillatori del popolo, contestatori, pericolosi per la stabilità dell’Impero?
giovedì 2 gennaio 2014
SCENDEVAMO A VILLABERZA -IL MONTE BATTUTA CHE UNIVA
Il Monte Battuta che univa. I sentieri e le carraie di un tempo, oggi
recuperati dal Cai; la cattura degli uccellini con le panie. Con un ricordo di
don Walter Aldini e don Battista Zini.
![]() |
| Chiesa parrocchiale di Villaberza |
Mia nonna Jusfina (anzi: la mia
bisnonna), afferrava gli anelli di legno della borsa di stoffa nera, si legava
per bene il fazzoletto sulla nuca, incrociava lo scialle di lana sul petto, se
era freddo, fermandolo con l’immancabile grembiule – che con il cappotto e con
le giacche non ci andava d’accordo - poi ci chiamava e via. Si partiva per la
bottega.
Da Predolo, proprio nel mezzo
dell’aia, correva giù, a quei tempi, una carraia comoda a sufficienza per il movimento
dei carri, cioè dei birocci trainati dalle vacche.
Scendeva verso Villaberza (che
era un paese vero, mica due case in croce come Predolo), dove c’erano la chiesa
parrocchiale, il bar dell’Irene e la bottega di Malagoli.
Perché, se si voleva andare alla
bottega, da Soraggio e da Predolo era necessario andare a piedi fino al
Fariolo, da quella dei Santi, o a Roncroffio; Gombio era assurdamente distante,
però aveva la “cooperativa” (bar e rivendita di alimentari vari che io pensavo
si chiamasse “comperativa”) e la “palta”, dove si potevano acquistare i
francobolli e il tabacco.
Gombio, come il Fariolo, aveva
pure la fiera una volta all’anno – tre bancarelle in croce, ma anche il
“calcinculo”, credo di ricordare, quella giostra su cui, per paura, non sono
mai salita - tuttavia era davvero impegnativo camminare fino laggiù.
Così, a Gombio ci andavo soltanto
a scuola e a messa, affrettandomi dietro al passo svelto di mio nonno Carlo (che
piuttosto che mancare alle funzioni religiose lasciava bagnare il fieno nei
campi), ed era già un bel camminare.
Scendevamo a Villaberza, dunque,
io e mio zio Giuseppe (bimbo come me) con la nonna, saltellando su è giù per le
scarpate, che non eravamo mai stanchi; sorpassavamo la fontana del “Pusùn” (il
pozzone), dove le donne di Predolo, della Scasola, della Bocca e della Battuta
sciacquavano i panni e attingevano l’acqua potabile e, superato il Casotto, finivamo
alla chiesa; poi giù, fino alla bottega.
In quella chiesa, i miei genitori
si erano sposati. Li aveva uniti in matrimonio don Battista Zini, che più
avanti mi aveva battezzata.
| Davanti alla chiesa, all'uscita da messa; anni Settanta |
Trovavo affascinante quella
chiesa, con il buffo campanile basso basso lì davanti, tanto basso che potevo
toccare le campane, le due abitazioni dei mezzadri un tutt’uno con l’edificio
sacro, il monte dietro rivestito di campi lavorati, ripido e spelacchiato, e un
grande spazio verde aperto sul davanti.
Aveva qualcosa di incantato.
Bello, il luogo: esposto a mezzodì, assolato e rigoglioso.
Perfino il cimitero, lì a due
passi, pareva allegro, forse a causa del sole che lo riscaldava per buona parte
del giorno e dell’anno.
Io non ho conosciuto don Battista
Zini, o forse non lo ricordo, ma nei racconti di mio padre è una figura
talmente viva che mi pare familiare. Un bel tipo.
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