domenica 17 agosto 2014

"TRIBULUM", TREBBIARE E TRIBOLARE. LA MACCHINA DA BATTERE

  
La piazzavano al centro dell’aia, proprio davanti alle finestre della nostra cucina.
Solenne come un ligneo, epico cavallo di Troia, verniciata di rosso arancio, aveva l’aspetto di un
monumentale carrozzone, una diligenza del west, una robusta struttura da guerra, ma pure di un fortilizio da scalare e sottomettere. In realtà, era solo un grande cassone di legno di forma trapezoidale posto su un carro a quattro ruote lungo all’incirca sei metri; sui fianchi si protendevano delle stanghe che sorreggevano le pulegge. Tutta dipinta di quel tipico, brillante arancione, con le targhette ottonate riportanti il nome della ditta costruttrice, gradualmente ogni anno perdeva un po’ di colore, assumendo quello più consono della polvere e del grano maturo.
Gli uomini la piazzavano; “piazzare” era proprio il termine utilizzato per definire le interminabili azioni - tra urla, imprecazioni più che colorite, ordini dati a destra e a manca - attraverso le quali il ciclopico macchinario veniva bloccato al suolo, pronto per la battitura. Si vede che la trebbiatrice doveva essere “piazzata” in modo da non spostarsi nemmeno di un millimetro, tanto da poter sostenere le più potenti vibrazioni.
Era una festa, per noi bambini, ma anche un’avventura quando da lontano captavamo il rimbombare potente del trattore - a cingoli, o anche a ruote - che trainava la macchina da battere. Più forte, sempre più forte (e se c’erano i cingoli stridenti sulla ghiaia della strada il fracasso era davvero assordante), la carovana e l’allegra brigata della macchina da battere annunciava così la sua venuta a Soraggio.
Imboccata la ripida, stretta stradina che allora conduceva in paese e arrivati nel primo cortile, iniziava la messa in bolla del bestione rosso. Messa in bolla, certo, che la macchina doveva essere assolutamente allineata e ferma. Mi pare che si chiamasse Arnaldo, l’addetto al posizionamento, e che fosse il marito dell’Irene, una simpaticissima e bella signora che era stata per tanti anni a servizio in quel di Milano e che, a quei tempi, risiedeva, con il marito, in una bella casa isolata in mezzo ai boschi prima di Zuccognago.
Irene, però, mica aveva smesso di lavorare: faceva, disfaceva e rifaceva materassi, coperte imbottite, cuscini. Bastava chiamarla ed ecco che lei raggiungeva, a piedi e con tutti i suoi utensili, le famiglie che la richiedevano. Somigliava un po’ a Katharine Hepburn, ma era più dolce, più morbida: i capelli rossi gonfi, il volto dai lineamenti fini, con le labbra piene e sensuali, un gran sorriso e un bel corpo. “Guarda che belle gambe ho ancora!”, disse una volta a mia madre tirandosi su la gonna, mentre era lì che trafficava con il lungo ago da materassaia, e poi strizzò l’occhio: “Sapessi che scherzo ho fatto stanotte ad Arnaldo! Ho preso una zampetta morbida del coniglio che avevo spellato e me la sono messa addosso, e lui, quando ha allungato la mano…” e scoppiò a ridere.
Era così, Irene, era capace di fare tutto, brava a cucire, a lavorare a maglia, a cucinare, e poi era intraprendente, intelligente, spiritosa, dissacrante. Quelle volte che ce la ritrovavamo per casa era sempre occasione di grandi risate.
Il marito, invece, era più taciturno; mi pare che lavorasse senza troppo alzare la testa quando era lì con le stanghe e la “binda” - un sollevatore -  a piazzare la trebbiatrice. Lui e gli altri, con tavole, cunei e leghe a scatto, alla fine trovavano la posizione giusta, poi andavano a rimorchiare la pressa da porre all’uscita della paglia; la pressa era quel “cavallo con il becco” che inghiottiva la paglia e la trasformava in balle legate con il fil di ferro.
Ma non era finita, poiché dopo c’era da mettere in tensione la cinghia che collegava alla trebbiatrice la puleggia posta dietro al trattore. La tensione doveva essere quella giusta o la cinghia poteva staccarsi, costituendo un serio pericolo, oltre a sollevare un gran polverone, se fosse caduta come un’enorme frusta addosso a chi era lì intorno.
La macchina da battere veniva “piazzata” (“impiasâr” era il verbo in dialetto), cominciando dalla prima casa, in ogni aia di Soraggio, il che significava tutte le volte un lavoro madornale di montaggio e smontaggio. La nostra famiglia era l’ultima a battere e la nostra aia era l’ultima ad accogliere la trebbiatrice. Dopo di noi, la carovana con la sempre più allegra brigata della battitura - ormai anche molto alcolica - sarebbe lentamente caracollata giù per la discesa ripidissima che conduceva a Case Ferrari.
Da laggiù, solo il cielo poteva aver idea di quando la comitiva sarebbe risalita, ma tutti eravamo sicuri che nessuno sarebbe tornato lucido e saldo sulle proprie gambe; come si diceva una volta, i più li avremmo visti rientrare a fatica in “gatûn”, perché il vino di Case Ferrari, chissà perché (qualcuno, per motivare la ciucca, vociferava di pallini di piombo da caccia aggiunti nei recipienti!) fregava anche il più avvezzo bevitore.

sabato 26 luglio 2014

Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)

 

 

 

 

 

 

 

 

Le tende (Le cose che ci sono in casa, 63)


15 luglio 2014
di Normanna Albertini

Tremolano le organze sotto carnali blandizie di folate torride
che le finestre complici lasciano fluire
finché la sera pigramente calma la passione
refrigerandola.

Così, le tende si svolgono, s’allargano, sbrogliano l’eccitazione
maturata dai leggeri tocchi, sciolgono l’amplesso ambiguo
del vento,

ora che i maggiolini percuotono, insistenti, i vetri chiusi
fino a morirne.

Imprigionata in casa una falena si libra e ruzzola dal sipario
sciorinato delle tende alla lumiera, disegnando sui veli ghirigori
di polvere bruna; che voi, tende, siete teatro e tela del pittore.


https://vibrisse.wordpress.com/tag/normanna-albertini/

MINIRACCONTI - NARRANTI ERRANTI - SETTIMANE 28 E 29 - 2014





mercoledì 25 giugno 2014

TRE LIRICHE: GIOCHI POETICI IDEATI E CURATI DA GIULIO MOZZI

La stufa a legna (Le cose che ci sono in casa, 19)

Di Giulio Mozzi
di Normanna Albertini



Oh tu, Stufa ospitale, bollore
avvolgente di vampa, oh riparo qual roccia
a cui far ritorno, come militi dalle trincee

agli ospedali da campo, percossi, sfregiati,
soldati, volti esangui di livido ghiaccio
in contesa percossi: oh tu che gradisci

ciocchi riarsi di quercia e robinia
di faggio crocchiante, fiamma e danza
di ubriaco sbilenco per strade notturne,


e di essi ti nutri finché fuori è nevischio
farinoso, o è diluvio, o vento infiacchente
o cupezza brumosa disfacente le ossa

rabbuiando l’anima che vagheggia la luce, colore
di corolle e boccioli; oh fiato vitale di fuoco
tu che m’aspetti, e calda m’accogli, intendimi!

Tu, nel cui ventre, nell’utero celato
di cotta terra incrinata, le fiamme cospicue
produci e custodisci e rendi al cielo:

rendi il fumo bianco del faggio
della robinia e della quercia – più ferrigno
del castagno – al vento e al bosco, e a me il calore

come coltre premurosa che mi cinge
mi soccorre e mi rinfranca, tu doni senza costo,
senza sosta, tu, Stufa matrona della mia cucina.

Vorrei tanto, come nella fanciullezza,
la tinozza d’acqua calda accanto a te e dentro
immergermi – anche il capo – e risorgere

avvoltolarmi in quei teli candidi
intiepiditi sui tuoi fianchi in cerchio
oh calda Stufa! Che nulla può l’inverno.





Edgar Lee Masters meets Alessandro Manzoni / Gertrude
Di Giulio Mozzi


di Normanna Albertini


Prima ancora di sapere ch’ero femmina,
prima ancora di vedermi
e darmi un nome, mio padre
mi decretò scarto;
ch’io non intaccassi mai
il patrimonio di famiglia.
Che una femmina non vale quella cifra.
Fui badessa da subito, e per ninnoli
tetre monache di pezza.
Due righe a un paggio innamorato
e fu esilio tra le mura odiose.
Despota mi feci, per le educande,
feroce. E peccai; il piacere presi
da un uomo, senza freno.
Se solo mio padre
m’avesse stretta a lui,
avrei più tardi compreso l’inganno.
Non avrei parlato, no.
Avrei taciuto.
Avrei cacciato quell’uomo dal convento.
A lui, che tanto aveva osato,
risposi invece, io, la sventurata.


Lodi del corpo maschile / Le cosce
Di Alessandra Celano
di Normanna Albertini



Quando ben vigorosi
vedo lustri cavalli
salir sgroppando i colli
e i muscoli nervosi
guizzar lor sottopelle,
ecco il cuor che s’agita,
e grida su alle stelle
che bramo le tue belle
cosce d’ambra solida.

Oh, come vivo in pena,
oh, quei massi ruvidi,
baluardi sempr’impavidi
di bruciante rena!
In pena, mio diletto:
da te son separata
e sogno il tuo stretto
ghermirmi abbandonata
e avvolgermi nel letto.

venerdì 11 aprile 2014

LA META' DEL MONDO NON SA COME VIVE L'ALTRA META' - LA CULTURA DELLO SCARTO


 “La metà del mondo non sa come vive l’altra metà.“

È la trasposizione in italiano del libro “How the Other Half Lives” (1890), un testo basilare per la storia della fotografia, e in più un testo indispensabile per capire la storia della città di New York, oltre alla storia sociale in generale. Scritto da Jacob A. Riis, un giornalista del “New York Tribune” di origine danese, il libro si occupa delle condizioni di vita e di lavoro delle comunità d’immigrati (italiani e del resto d’Europa, ma pure cinesi) che trascinavano le loro fatiche nella metropoli newyorkese durante gli ultimi decenni del
diciannovesimo secolo. Riis era dunque danese, nato a Ribe, in Danimarca, in una famiglia di ben quindici fratelli. Tanti figli e poco pane, e poi la crisi. Emigrare fu obbligo e urgenza, non scelta, non possibilità. Fu l’unica possibilità. Jacob varcò l’Oceano e giunse negli Stati Uniti, dove si immerse nella marea spersonalizzante di centinaia di migliaia di emigranti; poveri disperati che nuotavano ogni giorno contro le correnti spaventose della miseria. Trovò finalmente impiego come reporter presso la “New York Tribune” e, nel 1877 cominciò a lavorare per la Associated Press. Scese allora nelle baraccopoli, quelle che ben conosceva: una congerie di alcolizzati, prostitute, di banditi e delinquenti di ogni genere, di bambini disperati, affamati, soli; un accumulo di modi di agire e di vivere molesti per le “persone bene” che mal tolleravano e nemmeno conoscevano (o volevano vedere) questa parte malandata di persone abbandonate dalla società. La “massa sobrante” di tanti Paesi del mondo d’oggi; gli esuberi, gli inutili; il popolo in esilio dei miseri. Erano italiani, irlandesi, ebrei messi fuori dalla storia, ai margini. Segregati in un limbo fatto di lavori occasionali, sfruttamento, violenza, sopraffazione, fame, mancanza di diritti. “In un solo isolato di caseggiati che totalizzava 132 stanze, vivevano 1.324 italiani emigrati, per lo più uomini, operai siciliani che dormivano in letti accastellati a più di dieci persone per camera, per un intero isolato”.
Riis scese in quelle strade, entrò in quei caseggiati e li fotografò; fu il primo ad usare la fotografia e il giornalismo con l’intento di aiutare i poveri, soggetto principale delle sue opere. Il sottobosco dell’East Side di Manhattan, tanto molesto per l’alta società, emerse violento nelle sue fotografie, ma anche nelle sue statistiche, nei disegni e nelle descrizioni grafiche. “La metà del mondo non sa come vive l’altra metà.”

lunedì 27 gennaio 2014

DAL MIO ROMANZO "SHEMAL", CHIMIENTI EDITORE, 2004

Capit. 2



LA PESTE ERETICA

Il profumo intenso della vita nei campi gialli di tarassaco. La primavera è vita tenace, che rinasce e tracima e inonda e offende. Il profumo, nel vento violento d’aprile, è dei fiori, dell’erba, della terra bagnata. È pieno e sensuale, pungente e selvatico, insistente. La vita è vita e fluisce, scorre, importuna e dà scandalo. Non si può reggere all’insistenza del suo risorgere, quando allaga i campi, i boschi, le acque, i corpi. Fermarla, bisogna fermarla. O, perlomeno, si dovrebbe educarla.
Nel buio della prigione Elvira ha gli occhi chiusi. La cella è un pozzo umido e maleodorante, lontano dalla luce e dal vento di quei primi giorni d’aprile; un tunnel per l’inferno. Elvira ha gli occhi chiusi, i polsi e le caviglie stretti nei ferri, piagati e sanguinanti. Il terrore che la pervade le paralizza i pensieri, scindendo la mente dal corpo, squartandole l’anima e riducendola a brandelli. Elvira non si percepisce: non ha più carne, spirito, cervello, non riesce ad aprire gli occhi, a muovere le braccia, le gambe, a parlare, gridare, piangere.
L’hanno rivestita? L’avranno rivestita? In ginocchio aveva implorato i suoi torturatori di spiegarle cosa volevano che confessasse. Quieti, paterni, come si conviene a chi opera in nome di Dio per la salvezza delle anime, si erano limitati a suggerirle di dichiarare la verità, perché conosceva bene il suo peccato, Elvira del Campo, o se lo conosceva! N'erano certi, i due domenicani, e sapevano che non avrebbe tardato a rivelarlo in tutta la sua sozzura. Bastavano pochi giorni di garrotta e strappado.
In fondo, la vita è così insolente e scandalosa che va per forza rieducata; il Signore Dio non può essere lasciato solo a combattere contro il peccato di questa sua creazione così imperfetta, va aiutato e consigliato, perché, a volte, sembra quasi non rendersi conto di quante brutture gli siano sfuggite di mano il sesto giorno.
Non l’hanno rivestita; sente appena il calore di un rivolo di sangue che, dal collo, le cola giù, sul seno. Sente il freddo del muro sulla schiena. L’umiliazione della propria nudità violata è talmente dolorosa che la scuote dal torpore e le consente di riprendere, almeno parzialmente, il controllo del proprio corpo.
Le zaraguelles, i panni delle vergogne, almeno quelle gliele hanno messe. Anche a Cristo coprono le parti intime con un cencio bianco, quando lo raffigurano negli affreschi e nei quadri. Possibile che i boia romani si dessero la briga di usare tanto pudore con i condannati a morte simili a Gesù, sobillatori del popolo, contestatori, pericolosi per la stabilità dell’Impero?

giovedì 2 gennaio 2014

SCENDEVAMO A VILLABERZA -IL MONTE BATTUTA CHE UNIVA


Il Monte Battuta che univa. I sentieri e le carraie di un tempo, oggi recuperati dal Cai; la cattura degli uccellini con le panie. Con un ricordo di don Walter Aldini e don Battista Zini.

Chiesa parrocchiale di Villaberza
Mia nonna Jusfina (anzi: la mia bisnonna), afferrava gli anelli di legno della borsa di stoffa nera, si legava per bene il fazzoletto sulla nuca, incrociava lo scialle di lana sul petto, se era freddo, fermandolo con l’immancabile grembiule – che con il cappotto e con le giacche non ci andava d’accordo - poi ci chiamava e via. Si partiva per la bottega.
Da Predolo, proprio nel mezzo dell’aia, correva giù, a quei tempi, una carraia comoda a sufficienza per il movimento dei carri, cioè dei birocci trainati dalle vacche.
Scendeva verso Villaberza (che era un paese vero, mica due case in croce come Predolo), dove c’erano la chiesa parrocchiale, il bar dell’Irene e la bottega di Malagoli.
Perché, se si voleva andare alla bottega, da Soraggio e da Predolo era necessario andare a piedi fino al Fariolo, da quella dei Santi, o a Roncroffio; Gombio era assurdamente distante, però aveva la “cooperativa” (bar e rivendita di alimentari vari che io pensavo si chiamasse “comperativa”) e la “palta”, dove si potevano acquistare i francobolli e il tabacco.
Gombio, come il Fariolo, aveva pure la fiera una volta all’anno – tre bancarelle in croce, ma anche il “calcinculo”, credo di ricordare, quella giostra su cui, per paura, non sono mai salita - tuttavia era davvero impegnativo camminare fino laggiù.
Così, a Gombio ci andavo soltanto a scuola e a messa, affrettandomi dietro al passo svelto di mio nonno Carlo (che piuttosto che mancare alle funzioni religiose lasciava bagnare il fieno nei campi), ed era già un bel camminare.
Scendevamo a Villaberza, dunque, io e mio zio Giuseppe (bimbo come me) con la nonna, saltellando su è giù per le scarpate, che non eravamo mai stanchi; sorpassavamo la fontana del “Pusùn” (il pozzone), dove le donne di Predolo, della Scasola, della Bocca e della Battuta sciacquavano i panni e attingevano l’acqua potabile e, superato il Casotto, finivamo alla chiesa; poi giù, fino alla bottega.
In quella chiesa, i miei genitori si erano sposati. Li aveva uniti in matrimonio don Battista Zini, che più avanti mi aveva battezzata.
Davanti alla chiesa, all'uscita da messa; anni Settanta
Trovavo affascinante quella chiesa, con il buffo campanile basso basso lì davanti, tanto basso che potevo toccare le campane, le due abitazioni dei mezzadri un tutt’uno con l’edificio sacro, il monte dietro rivestito di campi lavorati, ripido e spelacchiato, e un grande spazio verde aperto sul davanti.
Aveva qualcosa di incantato. Bello, il luogo: esposto a mezzodì, assolato e rigoglioso.
Perfino il cimitero, lì a due passi, pareva allegro, forse a causa del sole che lo riscaldava per buona parte del giorno e dell’anno.
Io non ho conosciuto don Battista Zini, o forse non lo ricordo, ma nei racconti di mio padre è una figura talmente viva che mi pare familiare. Un bel tipo.

mercoledì 1 gennaio 2014

DA "NOVE GALLINE E UN GALLO - RACCONTI E RICETTE TRA SECCHIA E CROSTOLO"

Rosalba, anzi, no: Rosa Maria. O forse solo Rosa.

Pare che tutto ciò abbiamo intorno - e che siamo - sia soltanto un inganno della mente; un’illusione perenne, un errore di percezione. Pare che ciò che comprendiamo con i sensi non corrisponda a quello che è; come quando osserviamo il cielo, dove le stelle ci appaiono come modeste luminarie di Natale, mentre, al contrario, ognuna è un sole. Pertanto, noi non possiamo vedere tutto, non conosciamo tutto: né l’infinitamente piccolo, né l’infinitamente grande.
In ogni modo, cosa sarebbe l’oggetto di quest’inganno cosmico? Cos’è che, del Creato, ci rimane nascosto? Particelle non identificate, cioè “materia oscura”, come la definiscono i fisici?
Pare che i cervelloni che frequentano e studiano l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande ne abbiano dimostrazioni: dai suoi effetti gravitazionali sulle galassie, le stelle e i pianeti, per esempio.
Certo che vivere in un universo che è, se non altro per metà - o forse più, - impenetrabile e oscuro, significa vivere in un mondo e in un tempo davvero senza confini, illimitato, dove sussisterebbero illimitate alternative di mondi.
Mia figlia Anna in Secchia con suo padre
Io non so cosa sia la “materia oscura”, ma mi piace pensare che sia l’amore, l’essenza stessa del Creatore, chiunque esso sia. Materia oscura come altra faccia dell’universo, spazio tempo in cui, prima o poi, torniamo tutti a nasconderci. E penso che i bambini (i figli, per esempio), arrivino da lì e conservino, per un po’, la scienza segreta e la potenza di quella dimensione.
L’ho pensato quando ho avuto tra le braccia per la prima volta mio figlio appena nato; un piccolo, meraviglioso prodigio, bello, buono e vivo come il pane in lievitazione. Materia cosmica e divina.
Forse perché vengono da là, i neonati, laggiù o lassù dove la materia oscura dà forma a mondi paralleli, non hanno paura di nulla; essi sanno più di noi quanto l’universo ci sia madre.
Si affidano a noi, si affidano al Creato tutto. Mia figlia, per esempio.

Come vedeva una pozza d’acqua, la streghetta ci si tuffava. Non era una bambina: era un pesce, o forse una ranocchietta; sta di fatto che, quando si andava al fiume, si doveva sorvegliarla senza sosta e riacciuffarla velocemente, appena spariva a faccia in giù nell’acqua.
E aveva sì e no due anni, la streghetta; anche uno, le prime volte che scendevamo al fiume Secchia, ma poi dovemmo limitarci, perché quella, quasi stesse morendo di fame, afferrava belle manciate di sabbia e se le metteva in bocca, tutta felice. Che dire: era fatta così.Veniva dalla materia oscura dove facilmente anche la sabbia era nutrimento.
Forse, in un’altra vita, o in quello spazio sconosciuto dell’universo, la mia figliola era stata una creatura marina, o di fiume o di lago. Trovava gustosa la sabbia e l’apnea le risultava naturale, quasi avesse ancora il cordone ombelicale a ossigenarla.

martedì 24 dicembre 2013

COMBATTERE PER L'ACQUA A LIGONCHIO NEL VENTENNIO - DONNE RESISTENTI

Articolo pubblicato su Tuttomontagna dicembre/gennaio 2013/2014




Era stato definito “meschinissimo”, il luogo dove avvenne il fattaccio; era stato dipinto come “freddo e povero, ricco soltanto di armenti” da Filippo Re. Lassù, in alto, a quei tempi, in effetti più che persone c’erano animali. C’erano, più o meno, cinque, seimila pecore, oltre alle mucche e ai maiali: una popolazione di bestie capace di tosare a zero le erbe e i cespugli del crinale, ma anche bisognosa di acqua per abbeverarsi. Una situazione economica di agricoltura e allevamento, dove i sudati frutti del lavoro erano scarsi, non corrispondenti all’immenso sforzo speso per produrli. Veccia, grano, segale, castagne, ostinatamente ricavati dai pendii scoscesi di rilievi quasi alpini, erano insufficienti per permettere una giusta prosperità. Tra gli abitanti, gli uomini – i maschi adulti – erano pastori che praticavano la transumanza, abbandonando a casa, in autunno, le donne, i vecchi e i bambini. Ecco: se non si parte da questo complesso di elementi, è impossibile capire la ribellione, negli anni Venti, delle donne di Ligonchio. La rivolta e la battaglia per l’acqua. Bisogna proprio partire dal fatto che quelle donne erano venute su ben addestrate a gestire da sole le incombenze di casa e della campagna per buona parte dell’anno; in autonomia, con la supervisione del “nonno” (il più vecchio della famiglia), si occupavano, da sempre, dei lavori primaverili nei campi, come la raccolta delle pietre e il trasporto del letame; con le sole loro forze riparavano le siepi, accudivano le vacche nella stalla, mungevano, facevano nascere i vitellini. Donne, in qualche modo, padrone di sé e abituate a prendere decisioni che potevano significare vita o morte per gli animali o per i loro cari. Toccava a loro decidere; non potevano contare sul marito o sui fratelli. Cresciute così: aspre e forti come la montagna, in famiglie numerose, in case misere, dove in una sola camera dormivano anche quattro o cinque persone, senza bagno, senza acqua corrente, avevano sviluppato una saggezza, una coscienza dei loro doveri e diritti, una capacità di sopportazione e resilienza uniche. L’acqua c’era, e tanta, lì intorno: la zona compresa tra il Cusna e il passo del Lagastrello è una delle più piovose d’Italia. C’erano i ruscelli, lì intorno. Acqua preziosa, innanzitutto, proprio per le bestie. Difficile comprenderlo, oggi, ma era dalle pecore, dalle vacche e dai maiali che si poteva ricavare il cibo per vivere, e gli animali richiedevano molta acqua. Niente acqua, niente cibo, in conclusione. Bisogna partire da questo per addentrarsi a fondo nelle motivazioni dei fatti che sconvolsero Casalino di Ligonchio nel dicembre 1928. “Sono tutte imputate di ribellione alla forza pubblica, - scrisse dopo il processo il giornale ‘Il Solco Fascista’ -  per impedire che la società idroelettrica dell’Ozola eseguisse i lavori di immissione delle acque del Rio Samagna nel canale di derivazione… le suddette donne, che si erano all’uopo riuninte, armate di bastoni, usavano minacce ai carabinieri, che avevano loro ingiunto di allontanarsi, ed avevano tentato financo di disarmare della sciabola il tenente Lella Vito, di Castelnovo Monti…”

Ma cos’era successo? Una ribellione di donne in pieno Ventennio fascista sui nostri monti? E com’è che una notizia tanto grande e tanto grave non ebbe poi, in seguito, nessuna eco? E chi l’ha recuperata, questa notizia? L’artefice della riscoperta è Esterina Fioroni di Casalino di Ligonchio, insegnante della scuola primaria con la passione della ricerca storica locale, non nuova ad approfondimenti di eventi del passato. Nel dvd “Acqua chit ven”, il documentario di Marco Mensa ed Elisa Merenghetti, prodotto da Ethnos, Esterina racconta i fatti emersi da questa sua ultima indagine.