il Blog di Normanna Albertini - Insegnante e scrittrice. "Ogni persona brilla con luce propria fra le altre. Ci sono persone di un fuoco sereno, che non sente neanche il vento e persone di un fuoco pazzesco, che riempie l'aria di scintille. Alcuni fuochi, fuochi sciocchi, né illuminano né bruciano, ma altri si infiammano con tanta forza che non si può guardarli senza esserne colpiti, e chi si avvicina si accende." (Eduardo Galeano)
mercoledì 22 febbraio 2012
lunedì 20 febbraio 2012
QUANDO LA LINGUA ERA IL DIALETTO - Noi, che dicevamo “vieni otro”.
Credo in chiesa, dove il prete, Donvalerio (pronunciato
tutto attaccato, visto che solo verso i sei anni compresi che si trattava di
“don” seguito da “Valerio”), celebrava la messa in latino ma predicava in
italiano. La nuova lingua, appunto.
Avevo imparato a memoria tutte le risposte dopo quell’ “Introibo ad altare Dei…”,
partendo da “ad Deum qui laetificat juventutem meam” e via con tutto il
dialogo.
In italiano c’era solo la predica e Donvalerio predicava
davvero come mangiava (e come mangiava!), con semplicità e affetto; lo capivamo
tutti.
Lo capivo anch’io, che l’italiano non lo sapevo.
Oppure, la nuova lingua l’avevo ascoltata alla radio, quando
mio nonno, dopo pranzo, si sedeva accanto all’apparecchio di legno e metallo
dorato (ottone?) appoggiato in alto su una mensola (nuova divinità del
focolare), estraeva il pacchetto di moro e le cartine, si arrotolava la seconda
delle tre o quattro sigarette che fumava durante il giorno; infine, dopo il
cinguettio di un uccellino radiofonico, ascoltava il “Bollettino”.
Lo chiamavano in quel modo probabilmente dal tempo di
guerra: “Bollettino”, oppure “Comunicato”, ma era semplicemente un giornale
radio.
E guai a parlare, noi bambini, durante il “Bollettino”!
SULLA MORTE, SENZA ESAGERARE - (Wislawa Szymborska)
![]() |
| La poetessa Wislawa Szymborska recentemente scomparsa |
Non s'intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
sabato 18 febbraio 2012
RIDIAMO FUTURO E DIGNITA' AI PROFUGHI DELLA GUERRA IN LIBIA
PAOLO LAMBRUSCHI
Alla vigilia del viaggio di Mario Monti in Libia, è urgente
porre alle nuove autorità di Tripoli la questione dei richiedenti asilo
subsahariani giunti in Italia nel 2011 a seguito della primavera nordafricana.
Sono meno della metà di tutti quelli sbarcati. La Camera, con il voto
dell'altro giorno, ha già impegnato il governo a chiedere ai libici il rispetto
dei diritti umani di profughi e migranti, evitando il ricorso ai respingimenti
in mare. Ora le organizzazioni umanitarie mettono sul tappeto il tema della
particolare condizione di questi profughi che, se non verrà risolta, potrebbe
provocare situazioni drammatiche e avere pesanti ricadute sociali sui nostri territori.
Senza contare che si commetterebbe una colossale ingiustizia. Proviamo a
riassumere. Secondo il Cir, Consiglio italiano per i rifugiati, sono in tutto
circa 62mila i profughi provenienti dal Nordafrica. La cifra include i tunisini
sbarcati prima del 6 aprile. Ma sono invece 28 mila i subsahariani giunti dalla
Libia, quelli che il colonnello Gheddafi utilizzò come «bombe umane» per
rispondere agli ordigni lanciati dalla Nato. Persone che magari da 10-15 anni
risiedevano e lavoravano, spesso in nero, in un Paese ricco di petrolio che,
con neanche cinque milioni di abitanti, aveva bisogno di importare manodopera.
Il rais li fece imbarcare a forza dai suoi miliziani su sgangherate carrette
del mare puntando per ritorsione il timone su Lampedusa e le coste siciliane.
Morirono in mare circa 2.200 persone, per quel che ne sappiamo. I
sopravvissuti, una volta giunti in Italia perlopiù contro la loro volontà e
dopo aver perso quel poco che avevano guadagnato, non volevano rimpatriare né
potevano tornare nella Libia in guerra.
mercoledì 15 febbraio 2012
PROFUGHI: "DEPORTATI" DALLA LIBIA, TENUTI NEL LIMBO SENZA LO STATUS DI RIFUGIATI
![]() |
| I ragazzi profughi con gli amici di Casina |
sabato 11 febbraio 2012
QUANDO CAMMINAVAMO SULLA NEVE
http://www.redacon.it/2012/02/11/amarcord-la-neva-i-frin-farlott-e-quel-candore-speciale/
| Io negli anni settanta a far finta di sciare |
Da Soraggio, nel ’62, quando ho iniziato le elementari, si andava a scuola a Gombio; seguendo il tracciato della Provinciale che va a Trinità sono circa tre chilometri. Tuttavia, noi bambini prendevamo gli “scurtoni” in mezzo ai boschi. Un reticolo di sentieri e carraie che conoscevamo bene perché, allora, i bambini seguivano gli adulti fin da quando cominciavano a camminare: anche le mamme e le nonne lavoravano nei boschi a fare la legna, pulire i castagneti, raccogliere le castagne, e i figli erano con loro.
Dunque, il tragitto per Gombio lo conoscevamo bene e, ogni mattina, si partiva in gruppo.
C’era chi aveva già sui 15 anni (bocciato e ribocciato) e chi solo sei; il viaggio era un’avventura e credo che i bambini, davvero come gli ubriachi, abbiano un santo che prega per loro, visto che, a parte qualche bernoccolo in testa per guerriglia di sassate, nulla di veramente grave è mai successo. Quando pioveva, le mamme, ovviamente a piedi, ci venivano incontro con quei grandi ombrelli neri che gli ombrellai, ogni tanto, passavano ad aggiustare. Noi, ai piedi, calzavamo stivali di gomma neri (pure quelli) con dentro due o tre paia di calze di lana fatte a mano; erano due o tre numeri in più, perché altrimenti mica ci stavano le calze; così, magri com’eravamo, sembrava che avessimo dei piedi enormi.
Poi nevicava. La maestra Antonietta abitava a Gombio e non aveva problemi.
La maestra Alda, invece, che prima veniva dal Feriolo con la vespina (spesso pure a piedi!) si fermava a Gombio a pensione presso una famiglia, ma noi continuavamo il nostro tragitto in assoluta normalità. Si fa per dire.
Certo, quando nevicava, mica ci si andava a scuola!
Troppo pericoloso anche per degli adulti rischiare di perdersi in mezzo alle “gonsedre”, quelle specie di dune di neve ammassata dal vento che potevano raggiungere anche due metri e più, figuriamoci per i bambini!
Si stava a casa e si mettevano in giro i “frin” per prendere gli uccellini… che poi non è che ci fosse molto da mangiare in quei poveri passeri, ma non erano male con la polenta.
venerdì 10 febbraio 2012
DECRESCITA E MIGRAZIONI - MAURIZIO PALLANTE
Il nuovo libro di Maurizio Pallante, Decrescita e migrazioni, è un pamphlet tanto sintetico quanto incisivo, che spiega come le società basate sulla crescita economica a tutti i costi implichino necessariamente una crescita delle migrazioni di una sempre maggiore quantità di persone.
Un tema molto scottante e molto attuale, in cui nella maggior parte dei casi si bada solo alle fasi “finali” di queste problematiche (parlando di accoglienza piuttosto che di espulsione, ad esempio), senza minimamente curarsi delle cause, dell’origine di questi fenomeni.
Un sistema economico fondato sulla crescita del prodotto interno lordo deve aumentare in continuazione il numero dei produttori e consumatori di merci. Di conseguenza deve indurre, con le buone o con le cattive, con la persuasione o con la forza, un numero crescente di contadini tradizionali ad abbandonare l'autoproduzione di beni, cioè l'agricoltura di sussistenza dove la vendita è limitata alle eccedenze, per andare a produrre merci e guadagnare in cambio il denaro necessario a comprarle. Questo passaggio implica l'abbandono delle campagne e il trasferimento nelle città con costi sociali e ambientali elevatissimi. Sociali se si considera, ad esempio, l’impatto fra le diverse culture quando migliaia di persone si spostano in massa dal sud al nord del mondo (o dall’est all’ovest); ambientali se si pensa che oggi più della metà della popolazione mondiale vive ammassata nelle grandi metropoli.
Uno stile di vita non omologato sui modelli consumistici, oltre a migliorare la qualità della vita di chi lo pratica, può contribuire a rimuovere le cause che inducono a emigrare in misura superiore a quanto comunemente si pensi; seppure sia a volte difficile, e delicato, far capire a chi non ha avuto mai niente (materialmente parlando) che la soluzione ai suoi problemi non è l’acquisto di merci, ma che anzi ne è la causa.
giovedì 9 febbraio 2012
BELLE E SELVATICHE, ELOGIO DELLE ERBACCE - PATRIZIA CECCONI
| Patrizia Cecconi con Ermanno Beretti |
Ha fondato in Sabina, praticamente tra erbe e ulivi, l’associazione culturale “Germogli”. Eppure è cittadina, nata e cresciuta a Roma, dove, oltre aver lavorato alla Banca d’Italia con Antonio Fazio, ha insegnato economia negli istituti superiori. L’aver messo “le mani nella terra”, dopo aver acquistato un uliveto, ha fatto scoprire a Patrizia Cecconi gli odori, i colori e i sapori dimenticati. Il tutto non contro, ma al di là delle mode, per ritrovare l’origine dei vari cibi e preparazioni. Piatti una volta considerati poveri, ma proprio poveri poveri, tratti dalla terra incolta, quelli che, per usare le parole di una vecchietta della Sabina, hanno impedito “…a chi canoscìa l’erbe de lu monte de morissi de fame”. Nel 2008 ha pubblicato, con l’editore Chimienti di Taranto, il libro “Belle e selvatiche - Elogio delle erbacce”, di cui è uscita nei mesi scorsi la seconda edizione, libro che nasce proprio dal considerare la vegetazione spontanea, quella calpestata ed estirpata, come un bene comune. Perché è ancora troppo lontana l’idea di riconoscere un valore a ciò che non ne ha di prontamente misurabile in moneta. Tanto che il nostro linguaggio, i nostri gusti, purtroppo anche il nostro pensiero, si adattano al pre-giudizio. Così troviamo brutto lo stesso cespuglio che, se messo in mostra col cartellino del prezzo, andiamo a comprare. Patrizia Cecconi è stata invitata a presentare il suo libro a Carpineti, durante una serata veramente affollata, arricchita anche dall’intervento di Ermanno Beretti, appassionato conoscitore di erbe selvatiche e del loro uso nella storia. Un incontro che si è concluso con l’“assaggio” di piatti a base di spontanee, sorprendenti per gusto e aspetto. A Patrizia abbiamo posto alcune domande.
Come nasce questa passione per le “erbacce”?
Circa dodici anni fa ho comprato un uliveto. Gli ulivi, regalo di Atena agli uomini, sono simbolo concreto di unione tra città e campagna, oltre che tra uomo e natura. L'ulivo non blocca la crescita di altre specie botaniche, anzi cresce bene pure in consociazione arborea e lascia crescere ai suoi piedi ogni tipo d’erba. Richiede cure adeguate per produrre di più ma, anche in stato di abbandono, offre i suoi frutti e migliora la qualità dell’aria.
martedì 7 febbraio 2012
ALGURT E GHILD - ROMANZO DI PIERDARIO GALASSI
Le case sembravano spuntate per miracolo dal terreno come gli alberi. Era impossibile pensare che qualcuno avesse potuto costruire delle abitazioni in questi posti.Le case erano fatte di pali di legno, di muri a secco, ma qualche volta anche di pietre e calce con i tetti coperti di paglia o di piagne ed erano perfettamente amalgamate al paesaggio tanto che viste da lontano a fatica si potevano distinguere.
La gente era rimasta ignara, lontana dalle notizie, dagli eventi e dalle mode.
Nessuno si interessava a questi luoghi ne alle persone che vi abitavano, non vi erano regole, ma vigeva il buon senso naturale a scandire i ritmi della vita, e l'inesorabile passare del tempo non aveva alcun peso.
Qui le giornate si presentavano sempre come spazi nuovi da conquistare, dove tutto poteva succedere e tutto poteva essere possibile.
Vivevano sospesi nel tempo, come entità invisibili al resto del mondo e... forse lo erano.
lunedì 6 febbraio 2012
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