martedì 3 dicembre 2013

HOLBA - MIO RACCONTO PUBBLICATO SUL LIBRO "NOVE GALLINE E UN GALLO" ED. CDL (GIANLUCA BORGATTI)



Holba, ovvero: d’odore non si muore.



Adam pubblica ogni giorno immagini su facebook. Di Parigi, di lui davanti alla tour Eiffel, sorridente, con i più strani copricapi in testa e dei cinturoni da cow boy che più kitsch non si può.
E commenta in francese. Finalmente.
Adam ce l’ha fatta. È arrivato dove voleva e ora studia, in Francia, in un liceo professionale.
Tuttavia, a me pare di vederlo ancora lì, in classe con gli altri, appiccicato al termosifone, a soffrire in silenzio, come me, per lo strano, terribile odore che, in alcuni momenti, ci soffocava.
Non saprei come rendere l’impressione del sentirsi morire per un odore troppo forte; il bisogno di spalancare le finestre anche se fuori la temperatura è sotto zero; il sapore acre in gola e il naso che si chiude e nemmeno riesci a sternutire.
Si potrebbe definire “effetto stalla”. Diverse ore rinchiusi in una stanza ed ecco che aumenta il calore e aumentano gli effluvi. Niente da fare.
Nonostante i saponi e i deodoranti, il corpo umano suda. E puzza. Così, l’impressione di morire soffocati per un odore intollerabile tocca non solo i bovari che lavorano con le trecento vacche di uno "stallone", ma anche gli insegnanti.
...a destra, Adam
Perché bisogna ammetterlo: l’“effetto stalla” riguarda pure i bambini. L’intervallo a scuola è uno di quei mirabili momenti olfattivi, quando i piccoli mostri rientrano e si mettono seduti, spazzandosi la cioccolata dalla bocca (o l’unto di gnocco, pizza e patatine) e impiastricciandone i banchi. Un odoraccio sgradevole di cibo ciancicato, di scarpe da ginnastica, di mani sporche e capelli sudaticci; un odore che va acutizzandosi via via che i piccoli mostri crescono e via via che aumentano e si diversificano i loro ormoni. Per diventare stomachevole in quinta, alle soglie della pubertà ormai ampliamente anticipata.
Però, senza l’ “holba” l’effetto stalla è niente.

Perché gli odori di una classe di adulti (“holba” inclusa) sono piuttosto l’ouverture di un girone infernale. Cos’è l’ “holba”? L’ho imparato a mie spese.
Intanto, la parola è araba. Me l’ha insegnata Malika. E mi ha anche portato un vasettino, lei, contenente la misteriosa, olezzante sostanza: piccoli semini color cacca che della cacca hanno, appunto, l’odore. Cacca in perle, tipo rimedio omeopatico?
Però, che gentile la mia Malika. Un po’ rumorosa, forse. Dire che Malika era frastornante, all’interno della classe, è dire poco. No, non si tratta di una bambina, intendiamoci: si tratta di una donna, e marocchina e in Italia da quasi un lustro.
Malika chiacchierona, vivace, capace di far ridere anche il più scorbutico dei compagni creando sempre un po’ di parapiglia.
Una classe di adulti stranieri che son lì per imparare l’italiano è un bel microcosmo di colori, sorrisi, voci, suoni, profumi. E odori mica sempre sopportabili. “Holba” complice.
E mica perché sono stranieri; semplicemente perché sono umani, e il corpo umano suda… e puzza, per l’appunto.
E poi c’è l’”holba”, dicevamo, molto spesso in supplemento a chiuderti il respiro.
Ma procediamo con calma; la calma marocchina. Calma che riguarda forse tutti i Sud del mondo e che ci farebbe bene acquisire, almeno in parte, anche qui al Nord.
A tale proposito, Malika arrivava continuamente in ritardo, però meno in ritardo di altre signore marocchine, per le quali se tu dici che si comincia alle nove, la loro idea di puntualità interpreta alle dieci, o alle undici, o persino a mezzogiorno meno un quarto, ed è inutile che tu spieghi loro che la lezione finisce a mezzogiorno e che – in più - non possono star lì a contarsela su per un buon quarto d’ora, mentre si danno il cambio al bagno che pare che la pipì scappi a tutte proprio quando bisogna andare a casa.

Sante donne! L’insegnante deve andare a fare la spesa, perlomeno a prendere il pane prima che i negozi chiudano e che il marito non opti per il divorzio o scappi con una badante.
“Buongiorno, Malika!”, la salutavano i ragazzi africani, fuoriusciti dalla Libia sotto il bombardamento della Nato e caricati a forza sulle navi alla volta di Lampedusa dagli armigeri di Gheddafi. Neri, bellissimi, alti e dai corpi perfetti, con sorrisi luminosi che creavano brividi nelle ragazze di ogni provenienza ogni volta che si presentavano in classe perché, alla faccia di tutti i razzismi, gli africani belli sono affascinanti sopra ogni immaginazione, altrochè.
“Buongiorno, Malika!”, la salutavano gli adolescenti degli istituti superiori, moldavi e albanesi, ben felici di vederla arrivare (un bell’espediente per rilassarsi un po’, la sua presenza) e mettersi a chiacchierare e sghignazzare a tutto spiano, con lei nel mezzo a raccontare chissà quali barzellette arabe, ovviamente in italiano. Un tantino anche sconce, le barzellette di Malika.
 “Buongiorno a tutti!”, ribatteva lei con il più grande dei sorrisi, fermandosi a salutare e a baciare (sistematicamente per quattro volte, due per guancia) le altre marocchine, ogni tanto più puntuali di lei. Certo che dieci minuti non bastavano per arrivare dall’ingresso al banco, dovendo, in musicale arabo “darijia”, dar notizia e raccontarsi chissà cosa tra un bacio e l’altro, gridolini e scoppi di risa appena appena sguaiati.
Chiacchiere, pettegolezzi infiniti di simpaticissime donne marocchine di cui, ogni tanto, coglievo qualche parola (che a furia di sentirle le ho imparate) e capivo il senso. Che poi noi ci immaginiamo queste donne tutte “casa e chiesa” (pardon: moschea) e invece sono delle burlone capaci di linguaggi neanche tanto allusivamente spinti, e come ci ridono su.
“Sciuia sciuia”, (“piano piano” in arabo), Malika si sedeva e tirava fuori il quaderno, la penna e pure il manuale di teoria della patente, giacché persino quel corso stava frequentando.
“Io non capisco niente dei quiz”, diceva, “troppo difficile questo italiano e io non sono studiata!” Inutile spiegarle che il verbo studiare non poteva essere usato in quella forma, ormai l’aveva imparato così. E inutile dirle che era tenuta come tutti a seguire la lezione sui verbi riflessivi scritti alla lavagna, invece di chiedere in giro se doveva dare o meno la precedenza a un incrocio immettendosi su una determinata strada.
“Ma perché tu non porti il velo?”, le chiedeva ogni tanto Adam, profugo del Darfur, curioso come una comare e un po’ sconvolto dai nostri usi e costumi: dalle donne che girano senza uomini a proteggerle, dalle ragazzine che si sbaciucchiano con i morosi in corriera, dalle braccia nude e bianchissime di Karolina, un’allieva polacca, che gliele presentava sotto al naso in tutta naturalezza, e lui, poveretto, che volgeva lo sguardo altrove, quasi abbacinato da tanto nudo biancore.
“Da noi, in Polonia, gli uomini neri piacciono molto”, diceva Karolina con il suo fare sempre pacifico, rilassato, “piacciono perché noi siamo curiosi nei confronti di tutte le altre culture, mentre voi italiani siete più chiusi, più diffidenti. Vieni in Polonia, Adam? Troveresti subito una ragazza!” “No, no, no”, si schermiva Adam tutto intimidito, “io adesso studio, imparo italiano, poi voglio lavorare.”. E poi Karolina era cristiana, cattolica, e Adam faticava a capire questa faccenda del scegliersi liberamente una moglie e del non doverla pagare: “Come si fa, come si fa, come si fa a sposare una donna qui in Italia? Quanto si paga una moglie?” Gli rispondevo che non si paga niente, che i due si scelgono liberamente, ovviamente per le leggi dello Stato, perché poi ogni religione – per esempio quella musulmana – segue le proprie usanze anche qui in Italia. “Allora io sposo un’italiana anche cristiana”, diceva Adam tutto contento, “così non pago niente”. Che poi, a dirgliela tutta, non è proprio vero che non si spende niente… ma non volevo deluderlo.
E poi c’era Bamba, ragazzo appena dicottenne del Mali - profugo pure lui scappato dalla Libia – a precisare: “Da noi, in Mali, quando uomo vuole moglie, padre suo va a prenderla. Lui cammina, va da famiglia di ragazza, parla con padre di lei e, se lui dice sì, fanno matrimonio. Però serve tante mucche per sposarsi.” “Mucche?”, chiesi a Bamba, vedendo gli occhi strabiliati delle ucraine, delle moldave e delle albanesi presenti, “Mucche, dici? Una moglie si paga con le mucche?” La risata di Janefy, altro profugo, stavolta del Ghana, mi confermò che l’usanza è africana a tutto tondo, e che non riguarda solo il Paese di Bamba, né ha a che fare con una religione in particolare. “Dieci mucche”, precisò Janefy, “dieci se donna è bella, giovane; ma tre se non bellissima, o dare tanti soldi invece di mucche… e puoi sposare tante mogli se tu hai soldi.” “Tante mogli?”, ribattei io, “Ma tu non sei cristiano, Janefy? Non sei della Chiesa Evangelica? Come puoi sposare tante mogli?” “Oh, se tu ha soldi, fa niente religione”, rise lui, “in Ghana così: se uomo ha soldi sposa tante mogli.” Bene, anche questa mancava all’insegnante. Così impara a pensare che tutto si trovi sui libri.
“Tu musulmana? Ma perché non porti il velo?”, continuava intanto a chiedere Adam, curioso come non mai, pure a un’altra marocchina appena arrivata da Casablanca, truccata e vestita all’occidentale, che laggiù, pare, ormai le giovani vanno così; oppure, mi dicono, ci sono quelle che girano col burqa e i guanti, roba mai vista in Marocco. Perché i salafiti impazzano e predicano anche nelle moschee sunnite, purtroppo, introducendo una visone dell’Islam molto integralista prima sconosciuta in quel bellissimo Paese.
Fatima, la non velata, all’insistente domanda di Adam si tacque, mentre Malika, in arabo, tentò di spiegare al ragazzo i motivi di quei capelli scoperti. E un po’biondi tinti, le due eretiche!
Tuttavia non aveva fatto i conti con Soundous, la cara Malika, che Soundous il velo lo portava, e anche bello stretto sulla fronte e, dall’alto di tutta la sua sbandierata conoscenza del Corano, con la finta sicurezza dei suoi venticinque anni, la brava, religiosissima sposa musulmana cominciò a inveire in arabo contro le due poverette.
Mettendo in affanno non poco l’ignara, benevola, aperta, benintenzionata, preparata al dialogo inteculturale e premurosa insegnante.
Ci sarebbe da spiegare che, in genere, quando si odono sbraitare dei marocchini, in realtà questi stanno solo parlando – un po’ come i napoletani, - stanno solo scambiando qualche opinione.
Li avete mai sentiti quelli delle bancarelle al mercato? Sembra che si scannino, invece stanno probabilmente raccontandosi quel che hanno mangiato a colazione. Però in una classe, davanti a indiani e cinesi allibiti (per non parlare degli inglesi, che restano esterefatti), la discussione di alcune donne marocchine sembra il preludio a una guerra mondiale. Un putiferio senza pari.
La povera insegnante – benintenzionata et cetera, κα τ τερα -  può allora solo provare a intervenire, ma solo provare, timidamente. Viene un po’ la tremarella e già te le immagini saltarsi addosso e prendersi per i capelli… e per il velo. Con il cuore in gola, l’insegnante sfodera allora tutta la sua autorevolezza e tutto il suo sapere libresco (che gli insegnanti, come già detto, sono parecchio convinti di poter imparare unicamente dai libri), prova allora a mettere sul piatto ogni versione e lettura e interpretazione possibile dell’obbligo del velo voluto dal Profeta, trattiene allora l’istinto di mandare le allieve a quel paese (e pure di rimandarle al loro paese, che dopo passerebbe in più per razzista!) e comincia a parlare.
Parla e pensa alla sua bisnonna Giuseppina, rimasta sola a ventisette anni, vedova di guerra con tre figlie, che il fazzoletto in testa lo toglieva solamente al mattino per pettinarsi e poi lo rinfilava subito. Però mica lo usava come una bandiera religiosa contro qualcuno.
Parla e pensa a sua nonna Bruna che, invece, dopo essere stata per serva a Milano, il fazzoletto aveva imparato a non portarlo più e, tornata al paesello, lo indossava esclusivamente per andare nella stalla, per cucinare e per spazzare in casa.
Parla e pensa a quel fazzoletto che a lei, bimbetta di sei anni, la mamma aveva legato sotto la gola il primo giorno di scuola, procurandole un fastidio tremendo, e lei aveva pianto per toglierselo, ma la mamma aveva insistito che era più ordinata così, con i capelli che non scendevano sugli occhi; tuttavia poi, nei giorni successivi, lei lo aveva sempre sfilato e messo in tasca, finchè la mamma aveva ceduto.
Accidenti al fazzoletto: io volevo i capelli liberi, io. Accidenti a tutti i legami e legacci e prigioni e gabbie. Via, via: i capelli hanno bisogno di respirare. Mi sembrava di sentirli gridare, invocare aiuto, soffocati sotto quel fazzoletto. Libertà, io voglio, non sacrificio. Sì, vabbè, il profeta Osea diceva “misericordia, non sacrificio”, ma io, piccola bambina dalle treccione velate, volevo la libertà proprio per misericordia.
Con tutto il rispetto per le scelte religiose – e dell’abito – altrui (che per me ognuno può vestirsi come gli pare, purché non pesti i piedi agli altri), per riportare un po’ di pace in classe, provai a spiegare alle donne in contesa che il Corano obbliga a coprire “le parti belle”, ma non specifica cosa intende di preciso. Insomma: le mani non sono belle? E se il Profeta avesse inteso i seni o la pancia? O il culo e le gambe? Chi ci dice che, a quei tempi, le donne più povere da quelle parti non se ne andassero in giro seminude come le signorine etiopi o di altre zone dell’Africa?
Non l’avessi mai detto! Me tapina, ignorante e tapina e saccente.
Soundous infilò una sequela di frasi fatte, tipo quelle usate dalle coppie uomo/donna in gonna lunga e camicetta bianca (lei) e abito completo con cravatta (lui) che vengono a suonarti il campanello dicendoti che verrà la fine del mondo e propinandoti il loro giornaletto apocalittico: “Tu non conosci la storia!”, mi redarguì duramente, “Tu parli delle cose che hai letto sui vostri libri, ma sono tutte bugie, i vostri libri!”, continuò ormai mammola e fucsia in volto, “Solo nel Corano c’è la verità!”.
Ecco, l’aveva detta la parola, quella che tutti i fondamentalisti, musulmani, cristiani, buddisti, induisti e pure atei, si mettono in bocca e in tasca: la verità.
E come ho gioito, in seguito, quando Papa Francesco, a tale proposito, ha scritto: “Io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità ‘assoluta’, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione.(…) Dunque, la verità è una relazione! Tant'è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità, e la esprime a partire da sé: dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, ecc. Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt'altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre e solo come un cammino e una vita.”
In quel momento, ci rinunciai. Però Fatima, la ragazza senza velo e con i capelli tinti biondi, al corso non la vidi più. Come, da un po’, mi era sparita Khadijia, giovanissima, apparentemente ben integrata, tanto che faceva volontariato nella Croce Verde del paese dove abitava.
Poi mi aveva telefonato un’insegnante della sua scuola chiedendomi sue notizie: “Non sai niente?”, mi aveva detto, “No, perché, cos’è successo?”  “Ah, guarda, dicono che sia caduta dalle scale ed è andata in coma.” Eh no, questa poi no! Cercai subito di informarmi, ma la cosa pareva circondata da un muro di omertà, finché un ragazzo mi disse che si vociferava, in paese, di rapporti molto tesi tra la ragazza e il suo patrigno, e che forse c’era stato un litigio su quelle scale. “Però, lei portava il velo”, feci presente io, ma il ragazzo mi informò, ridendo, che, sotto sotto, anche sotto quel velo, la fanciulla non era esattamente una santarellina; mi disse che aveva bisogno di soldi per ricaricare il cellulare, e lì non volli sentire altro.
In ogni caso, spero che da quelle scale non ce l’avessero buttata davvero.
Malika, invece, il problema del velo non se lo poneva proprio. In Italia c’era venuta a quasi quarant’anni per cambiare vita, per cercare una possibilità di sopravvivenza, innanzitutto. Mai andata a scuola, in Marocco, come tante altre quarantenni, trentenni e pure ventenni, purtroppo.
“Tu mai andata a scuola?” le chiedeva Adam, sempre curioso come una comare, mentre, di straforo, squadrava le gambe bianche e tornite di Kamelia, ventenne romena di un metro e ottanta e di una bellezza imbarazzante, che veniva a scuola fasciata in fuseaux che più sexi non si può, con le chiappe ben in vista, oppure con minigonne inguinali da capogiro, “e perché mai andata a scuola?”
“Mio padre non mi ha mandata, ha mandato solo i maschi. Per questo io non sono studiata. La scuola era lontana, tanti tanti chilometri in campagna. Troppo pericoloso per una bambina. Non si poteva. E tu, Adam tu sei andato a scuola?”
Adam chinava il capo, poi ripeteva per tre volte “no” (lui ripeteva sempre per tre volte le risposte) e aggiungeva che aveva frequentato soltanto la scuola di Corano e che sapeva appena appena leggere e scrivere in arabo. Ventidue anni e analfabeta (ma aveva poi imparato a leggere e scrivere in italiano in tre mesi) e in Italia in attesa di un permesso come rifugiato.
“E la tua famiglia?” continuava Malika, curiosa anche lei come una perpetua - ma io lasciavo fare, perché era un bel modo per intavolare un discorso ed eseguire un’esercitazione tra persone di lingue e culture diverse, costrette a parlare in italiano per comprendersi, - “la tua mamma, il tuo papà… e hai fratelli in Sudan?”
Saltò fuori che la città di Adam era stata bruciata, che erano arrivati i ribelli con tanto di lanciafiamme e mitragliatrici e mitra e fucili e bombe e avevano sterminato tutti e tutto.
Saltò fuori che Adam e la sua famiglia erano fuggiti, ma mentre fuggivano, la madre era caduta sotto i colpi dei combattenti ed era scappata ancora, con la bambina più piccola attaccata al petto. Erano riusciti a rifugiarsi in mezzo agli alberi, ma la mamma non ce l’aveva fatta ed era morta. Così erano scappati ancora e ancora e, dopo tanto scappare, si erano messi in salvo. Però, poi, come fare a mangiare? Adam e suo fratello più grande erano partiti per la Libia, dove avevano trovato subito lavoro, perché sotto Gheddafi di lavoro ce n’era tanto; al contrario, suo padre era rimasto in Darfur con la bambina piccola, aspettando i loro soldi per poter sopravvivere.
E poi? “E poi siete arrivati voi e ci avete bombardato”, disse Anthony, altro profugo, “perché erano le vostre bombe e i vostri aerei che ammazzavano in Libia, lo sai, vero?”
E bravo Anthony: grande sorriso con gli incisivi separati nel mezzo, occhi luminosi, volto e corpo che erano un vero inno alla perfezione della creazione divina (e tu afferravi che l’uomo bianco è solo una versione deteriorata dell’atto creativo di Dio), Anthony aveva capito tutto della “primavera araba” - la rivoluzione che aveva cambiato l’aspetto del Nordafrica in pochi mesi - della guerra in Libia e di tutte le guerre. Petrolio, e altri interessi economici. Punto.
Anthony, trent’anni, profugo ghanese, aveva capito tutto, e lo diceva chiaramente.
Poi arrivava Abdelmoula. Arrivava tardi, perché prima finiva i lavori nella stalla, si faceva la doccia e si cambiava. Dimostrava sessant’anni, ma aveva l’età dei miei figli; certo, l’eccessiva magrezza, le rughe e i larghi vuoti in bocca tra i pochi denti incrostati di tartaro, i capelli ricci arruffati e mal accomodati non ne sostenevano l’avvenenza.
Trent’anni e analfabeta. Ma analfabeta al punto da non aver mai preso in mano una matita nemmeno per fare un segno sul muro. Con non poco imbarazzo, come già avevo dovuto fare per molte donne analfabete, gli insegnai a impugnare la matita e, tenendogli la mano, lo aiutai a dirigere i primi segni sul foglio, mostrandogli i quadretti da seguire.
Ora, qual è il problema in questi casi? È che gli altri connazionali presenti – e capaci più di lui – invece di incoraggiarlo e di offrirgli sostegno, cominciano a spettegolare tra di loro in arabo, i fetenti, e non ci vuole molto a capire che si stanno facendo meraviglia della sua difficoltà e della sua mancanza di istruzione.
A quel punto so che devo bloccare sul nascere la cosa, pena la perdita dello studente, che se ne andrebbe e non tornerebbe più. Nel caso di Abdel mi aiutò proprio la mia rumorosa Malika.
“Vero, Malika, che se Abdel fosse andato a scuola ora sarebbe forse anche laureato?”, la buttai là, “Perché anche tu, Malika, sei così intelligente e hai fatto talmente tanti progressi che, se tuo padre ti avesse mandato a scuola, a quest’ora saresti più o meno una maestra come me.”
S’illuminò, Malika, bella come le terre d’Africa, con i grandi occhi neri sotto i capelli dai colpi di sole biondi, e si girò prontamente verso quelli che spettegolavano ridacchiando alle spalle di Abdelmoula: “Sì, ho imparato qui, e sono già vecchia; lui è giovane e imparerà ancora prima di me.”
Certo che Abdel aveva un bel coraggio: non sapeva né leggere né scrivere, eppure possedeva, non so come, la patente ed era tornato dal Marocco in auto, scendendo dal traghetto a Livorno, nel porto, e poi infilando l’autostrada. “Ma come cavolo hai fatto?”, gli chiesi.
Rise, con quei suoi pochi denti scuri e mi disse che si era fatto scrivere su un foglio, in fila, tutti i cartelli stradali da seguire, così, anche se non sapeva leggere, contava e controllava le lettere di ogni segnale e giunse a casa probabilmente con meno fatica di quella che avrei fatto io.
Cominciò a frequentare, scrisse e lesse le vocali, le consonanti e le sillabe per mesi e mesi, Abdel, finchè un giorno arrivò e mi disse di essere riuscito a leggere il cartello stradale di Felina da solo.
E Malika a fargli coraggio, a fare anche confusione, a dire il vero, che a lei il divieto di ridere in pubblico per una brava donna musulmana proprio non la sfiorava.
Rideva con Abdel, gli diceva di trovarsi una brava ragazza, anche italiana, volesse il cielo, che a volte le marocchine non sanno fare niente in casa – parole sue – stanno solo a letto fino a mezzogiorno e guardano la televisione fino alle due di notte.
“Cosa dici, Malika!”, la bloccavo io, per evitare nuovi attriti con Soundous e le altre osservanti, “Ma se devono ubbidire in tutto e per tutto ai mariti…”
Allora Malika cambiava subito registro e si correggeva, affermando che donne e uomini sono poi uguali in tutto il mondo, e concludeva, come sempre, che quel che fa la differenza tra le persone non è la provenienza, non è il Paese: “Se un marocchino è povero, è un poveretto e basta; se è ricco, è ricco e conta tanto come un italiano ricco o un americano ricco, non è vero?”
Verissimo, Malika, la filosofa.
Abdelmoula lavorava in stalla, ma arrivava sempre pulito; ogni tanto sapeva di fumo di legna, probabilmente per un cattivo funzionamento della stufa che, mi aveva detto, in Marocco non aveva mai usato perché non ce l’aveva. Eppure, veniva dalle montagne, dove a volte nevica, e la sua casa era di fango. In realtà, sono case molto belle, ben costruite, con stanze larghe e dipinte, ma le grandi pareti, invece che di mattoni cotti (o di pietra o di legno), sono di fango mescolato con la paglia e pressato.
Un bel salto da quei villaggi alle grandi città moderne come Agadir o Casablanca, e il fatto che qui da noi, invece, ci siano belle case anche in campagna l’aveva parecchio sorpreso.
L’odore del fumo della stufa lo portavano a scuola in molti, in inverno; a volte tanto forte da infastidire, soprattutto se mescolato a quello della stalla o delle varie pietanze speziate. Gli unici uomini ad arrivare sempre pulitissimi, profumati, con camicie immacolate e ben stirate, erano i ragazzi africani.
“Anthony, ma chi ti stira le camicie?”, chiedevo io, ben conoscendo già la risposta, “Io, maestra, facciamo tutto noi, da soli.” “Anche gli uomini marocchini quando abitano qui senza moglie fanno tutti i lavori di casa”, disse Malika, sempre pungente, “ma come si sposano pretendono che sia la moglie a servirli in tutto. Non spostano più neanche un bicchiere d’acqua.” Ah, be’, Malika cara, non è che gli italiani siano poi molto diversi, pensai, ma mi tacqui.
“Kakula m) )ze )sawo nrenzi la )ne Mgbayinri to sal3”, sentenziò Anthony in lingua nzema, e io me lo feci scrivere: quei segni, parentesi e numero tre, sostituiscono lettere corrispondenti a suoni inesistenti in italiano. “Che significa, di grazia?” “Significa che un bambino che sa bene come lavare le mani ha poi spesso il privilegio di mangiare con le persone più importanti e fantastiche.” Ecco: meglio lavarsi le mani e andare dunque in giro sempre puliti, come non dare ragione a Anthony? Bella la cultura nzema. Uno dei tanti popoli del Ghana, una delle quarantasette lingue del Ghana di cui la preparatissima, dotta, benintenzionata insegnante non sapeva un bel niente. Un popolo che, dalle spiegazioni di Anthony, manteneva tutta una struttura se non matriarcale, perlomeno matrilineare.
Ma “sciuia sciuia” anche la povera maestra imparava. Innazitutto che il sapere scolastico, per quanto tu abbia studiato, è sempre delimitato, ristretto e legato al patrimonio di conoscenze del luogo dove si nasce e poi, di nuovo, che imparare dai libri - e solo dai libri - è estremamente riduttivo, se non impoverente.
Biblioteche viventi di sapere sono le persone, anche di quel “sapere” scomodo, orrido, quello che non vorremmo nemmeno conoscere, ma che c’è.
“Sciuia sciuia” imparavo, con immensa gratitudine, dai miei studenti, e mi sentivo come un muratore della torre di Babele, lì a costruire tutti insieme una via per il cielo; ma stavolta  non come competizione tra Dio e gli uomini, sfidando il disprezzo divino per l’orgoglio e la superbia umana. Le genti di Babele, che parlavano una sola lingua, avevano costruito una città e una torre simbolo di un impero «per darsi un nome», per «immortalare la loro fama».
Non significa forse, nel linguaggio semitico fortemente simbolico, che quegli uomini volevano creare un impero universale che omologasse tutti? Un imperialismo planetario, quello che sta attuando oggi il mercato globalizzato senza regole, che voleva cancellare la diversità delle lingue, delle culture e della genti. E Dio lo impedì.
Magnifica lezione per gli imperialismi economici, mercantili, finanziari e politici di oggi. E noi, a parte cercare di favorire il dialogo e la conoscenza tra le persone, anche insegnando una lingua, che possiamo fare contro queste Bestie apocalittiche che spadroneggiano sul mondo?
“Kakula b) 3lonkw3 na )m) 3wonra, cioè: un bambino può rompere una lumaca, ma non una tartaruga”, decretò Anthony con la sua saggezza nzema, quando glielo feci presente. Però, poi, per consolarmi aggiunse: “Nkakra nkakra 3na akok) 3de nuom nsuo: piano piano, anche il pollo beve l’acqua.”
“Piano piano, sciuia sciuia, nkakra nkakra” erano le parole che avevo dovuto fare mie nel corso dei primi anni come insegnante di italiano per gli adulti stranieri; avevo imparato la pazienza delle lunghe attese di risultati anche minimi, come riuscire a riconoscere le cinque vocali, per un analfabeta, dopo mesi e mesi di lavoro.
“Sciuia sciuia, nkakra nkakra”, anche gli indiani che scendevano due volte alla settimana da Ligonchio, sul crinale dell’Appennino, quasi ai confini tra Emilia e Toscana, per frequentare la nostra scuola, impararono l’italiano a un livello sufficiente per comunicare.
Il pioniere dei corsi di italiano della piccola enclave sikh di Casalino di Ligonchio (sette famiglie, credo) era stato Sadhu Singh.
La prima volta che lo vidi arrivare con il motorino e il casco sul turbante mi sembrò di essere risucchiata in un film di Bollywood, perché lui era davvero il prototipo del bravo padre di famiglia indiano rigorosamente osservante delle tradizioni sikh, ma anche, in qualche modo, desideroso di lavorare e migliorare le condizioni della sua famiglia.
In motorino, scendeva dal crinale nonostante la neve e le strade ghiacciate, percorrendo per due ore buone la montagna alla volta di Castelnovo ne’ Monti.
Venne prima lui, poi mi portò i parenti (questa volta in corriera) e, infine, i figli. Fu allora che scoprii l’ “holba”.
Il gruppo degli indiani si metteva nei primi banchi, proprio davanti a me. Erano pulitissimi, belli nei loro abiti colorati; i maschi con i turbanti viola, arancioni, blu cobalto, rossi; le donne con il churidar o salwar-kameez e una dupatta (lunga sciarpa) gettata sulle spalle.
Tempo dieci minuti e l’aula si saturava di un odore insostenibile.
Ma cos’era? Non si respirava.
Li vedevo un po’ tutti in sofferenza, i miei studenti, tranne gli indiani e, in parte, i marocchini, che parevano conoscere bene la meravigliosa fragranza che ci ammorbava.
Che fare? Mica potevo offenderli dicendo che qualcuno puzzava e che io stavo davvero male, tanto che non riuscivo a respirare e mi lacrimavano gli occhi.
Aveva l’aria, nel mio caso, d’essere una vera e propria allergia.
La mia meravigliosa Malika, allora, un giorno capitò a scuola con un vasetto; venne da me, me lo mise sotto al naso e lo aprì: “Vedi? È questa!”
Mio Dio! Riconobbi l’odore contaminante che avevano addosso gli indiani. “Che cos’è, Malika? Una spezia?”, le chiesi, “Certo, è l’holba. L’usiamo anche in Marocco, ma bisogna cucinare all’aperto o tenere tutte le finestre spalancate, altrimenti l’odore si attacca a tutto.”
Mi raccontò che la spezia veniva adoperata come ingrassante per dare rotondità alle donne vicine al matrimonio, poi per i soggetti debilitati e convalescenti di lunghe malattie infettive, per quelli affetti da disturbi nervosi o eccessivamente magri, per la perdita dell’appetito e la debolezza generale.
Una spezia capace di combattere l’anemia e utile per aumentare la secrezione lattea delle nutrici. Insomma: una vera panacea.
Ecco perché gli indiani ne erano impregnati: la impiegavano a piene mani in cucina e dopo potevano pure scendere in motorino per le strade innevate senza ammalarsi!
E come si chiamava in italiano? Scoprii che si trattava di un’erba che cresceva, spontanea, persino nel mio giardino: era il fieno greco, una leguminosa.
Fusto diritto e cavo, foglie composte da tre foglioline dentate, fiori giallastri di forma triangolare (trigonos in greco, da qui il nome botanico), semi prismatici o romboidali che vengono raccolti a piena maturazione (color marrone-rossiccio). I semini marroni con un odore tra il tartufo, il gorgonzola, la cacca e i piedi sporchi che mi aveva portato Malika.
Non sui libri, non studiando, ma in mezzo alle persone, avevo alla fine incontrato l’holba, ovvero, avevo imparato che di odore, in ogni caso, non si muore; anzi: di holba si ingrassa, si guarisce dalla depressione, dall’anemia, dalle infezioni e si diventa belle spose formose e capaci di allattare molti figli. D’odore non si muore, dunque.
Di supponenza culturale, invece, sì.
Le nove galline e il gallo








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